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Napoli come l’antico Egitto, un viaggio tra mummie e misteri

I misteri e la cultura dell’antico Egitto continuano ad affascinare il mondo intero e ancora non sono stati svelati tutti i segreti di questo popolo così grandioso.

Sono ancora in pochi a sapere che anche la cultura napoletana è stata toccata e affascinata dalle tradizioni del popolo del Nilo. Nell’antica Neapolis si era installata una colonia egiziana, chiamata Nilense, nell’attuale quartiere conosciuto come zona del Nilo. Anticamente in questa zona scorreva un piccolo torrente simile alla struttura del delta del Nilo, parliamo della Regio Nilensis, che oggi comprende via Tribunali, San Biagio dei Librai e piazza San Domenico Maggiore.

Una colonia egiziana

A testimoniare la presenza della colonia alessandrina e l’integrazione con il popolo di Neapolis è la neo restaurata Statua del dio Nilo, del II – III secolo d.C.. La scultura fu dimenticata e riscoperta acefala nel Medioevo. Secondo le cronache antiche, simboleggiava la città che allatta i propri figli, per questo è conosciuta anche volgarmente come “o cuorp’e Napule” (il corpo di Napoli). In realtà, gli alessandrini decisero di realizzare un monumento che ricordasse loro la patria lontana.
Un vecchio barbuto disteso su una roccia, simboleggiante il fiume Nilo, con a destra una cornucopia simbolo di abbondanza e i piedi poggiati su di un coccodrillo. I bambini rappresentano, invece, le diramazioni del Nilo, mentre a simboleggiare l’intera cultura egiziana vi è una piccola sfinge.

Gli affascinanti culti egiziani

A colpire il popolo partenopeo è stata soprattutto l’intera struttura di credenze religiose egiziane, riguardanti l’aldilà. La cura del corpo del defunto era elemento imprescindibile, affinché si potesse avere una vita gloriosa oltre la morte. Sono in molti a credere che il culto napoletano delle anime pezzentelle sia una sintesi popolana delle pratiche egizie. Se questa è ritenuta una forzatura, tutt’altro si può affermare per la serie di mummie presenti nella basilica di San Domenico Maggiore.

Le Mummie reali di San Domenico Maggiore

Nella splendida sacrestia della basilica di San Domenico Maggiore, sono custodite 38 casse lignee contenenti  corpi di 10 re e principi aragonesi e di altri nobili napoletani deceduti tra il XV e il XVI secolo. Il corridoio pensile che corre su tre lati della sala conserva corpi mummificati in ottimo stato di conservazione. Questo è un aspetto unico in Italia, non solo per l’antichità e per lo stato di conservazione delle mummie, ma anche perché si tratta di personaggi storici. Alcune mummie “famose” appartengono a nomi ben noti della storia, come Alfonso I d’Aragona, il re Ferrante I d’Aragona e la nota duchessa Isabella d’Aragona.

I misteri di Sansevero

Gli aragonesi, probabilmente, rimasero particolarmente affascinati dallo sguardo di questa cultura verso l’aldilà. Culti e misteri coltivati e ambiti da personaggi come il principe di Sansevero Raimondo di Sangro, che fu alchimista, massone e studioso di esoterismo egiziano.

Nei pressi della statua del Nilo, furono ritrovati i resti di un antico tempio dedicato alla dea egizia Iside. Fu proprio il principe Raimondo di Sangro a voler realizzare la Cappella di Sansevero. Il progetto prevedeva che la cappella riproducesse in termini architettonici l’antico tempio di Iside e che si basasse sul concetto di femminilità. La dea Iside, signora della vita e della morte, il cui culto cominciò a diffondersi nei porti di Neapolis, si diffuse, conservandosi nel tempo. Il culto isiaco ha lasciato segni permanenti anche nel folclore. Il ferro di cavallo che nella cultura napoletana è un amuleto scaramantico, deriverebbe dalle corna presenti nelle rappresentazioni di Iside.

Ulteriori testimonianze della presenza egizia nel capoluogo campano sono presenti al MANN, il Museo Archeologico di Napoli. Qui è presente una delle più ricche sezioni egizie, seconda per importanza in Italia, dopo quella di Torino, prima invece, in senso cronologico. Una sezione quella del MANN che si compone di collezioni diverse per epoca e modi di formazione.



Benito Dell'Aquila