Quando un museo diventa l’unico luogo di conoscenza della nostra storia

Molte volte quando si parla o si pensa ad un museo, non tutti sarebbero in grado di quantificare o sono a conoscenza del reale peso culturale, sociale ed economico fornito da un’istituzione simile, del concreto sostegno e contributo offerto all’intera comunità ospitante, all’intera storia dell’umanità che sia civico, archeologico, d’arte medievale, moderna o contemporanea, come unico ed inimitabile scrigno testimone e protettore delle più importanti “affermazioni” che l’uomo nel corso della sua evoluzione e storia ha dovuto e voluto imprimere, per poi essere recuperate, conservate, tutelate e valorizzate ed impedire così che il baratro del dimenticatoio sia ricoperto per sempre e mai riportato alla luce.

Ognuno di noi dovrebbe profondamente comprendere come ogni museo esistente sulla faccia della Terra, dal Louvre a quello civico della capitale d’Islanda, sia una pregiata ed inestimabile “fortezza” da proteggere ed alimentare di continuo perché riflettente le più grandi tappe che la storia ci abbia mai regalato, dal primo scheletro di tirannosauro rex  all’ultima stravagante opera d’arte contemporanea.

Non dovrebbe essere affatto difficile ne strano che ognuno di noi, dal bambino di 10 anni all’uomo o donna di 70 anni, capisca e senta nel profondo del suo cuore e delle sue esperienze come un museo sia l’unico e fedele rappresentante della sua storia, della sua città, della sua famiglia, dei suoi amici, del suo paese e delle sue tradizioni, le quali tanto gelosamente diffondiamo e “pubblicizziamo” nelle più varie alcune insignificanti “sagre di paese”.

Il punto di partenza dovrebbe essere sempre soltanto uno, il pubblico, unica grande risorsa verso cui ogni museo dovrebbe indirizzare le proprie risorse, i quali a dispetto di frequenti malfunzionamenti, menefreghismo e superficialità di gestione che a volte imperversano in diverse realtà, deve e dovrà sempre rimanere al centro dello sviluppo e della programmazione museale, interagendo e coinvolgendolo nell’intera attività espositiva, creando un percorso ed una guida che possa creare un diretto rapporto con lo spettatore al fine di “avvicinarlo” sentimentalmente alla collezione o con la mostra organizzata, come se esso fosse l’ultimo significativo stadio di “realizzazione” di un’opera.

Questionari qualitativi e quantitativi dovrebbero essere la base “dell’ascolto museale” insieme ad attività d’ampio respiro che coinvolgano il visitatore anche inesperto nelle più delicate organizzazioni attraverso “esercizi di testing” ovvero di collaudo dei mezzi e dei percorsi messi a disposizione per un’esperienza museale che risulti la più soddisfacente possibile. Come per qualsiasi cosa, che sia un acquisto online fino ad un caffè in un bar, ognuno di noi dopo tali “avventure” è propenso a lasciare cosiddetti “feedback” ovvero semplici ma fondamentali valutazioni, giudizi sul lavoro di qualcuno o su qualcosa; proprio in virtù dell’importanza di tale strumento che ogni museo dovrebbe farne uso, attraverso domande o significativi “focus group” in cui discutere della visita appena conclusa.

Gli esiti così non saranno solo numerici, bensì anche sociologici in modo tale da programmare successivamente secondo le ultime tendenze e i bisogni del pubblico così da ottenere risultati che siano esclusivamente il frutto di interazione e coinvolgimento e condurre il visitatore alla piena quanto felice comprensione della mostra o delle collezioni e farlo “sentire” membro attivo dell’intero processo. Ogni museo produce vita e si nutrano della linfa di ciascun soggetto, sono preziosamente patrimonio di tutti e devono rivolgersi a tutti. Prendersi cura dei musei significa restituirli alle responsabilità delle comunità per legarle sempre più e con maggior forza a quello che fu il loro passato, quel che è il loro presente e quel che sarà il loro futuro.



Alfonso Lauria