“Mammine pancine”: cronaca di un dramma al gusto di placenta

In EXPERIENCE by Noemi D'AlessandroLeave a Comment

«Durante i tempi morti, mi faccio i fatti degli altri sui vari social.

Sai, per controllare come stanno i miei contatti senza dover necessariamente ricorrere alle interazioni umane, scoprire se si sono laureati, se si sono sposati, se mi stanno ancora sulle palle (e solitamente la risposta è sempre sì). Da un paio d’anni a questa parte, ho notato con immenso raccapriccio che i link tutti cuori, cagnolini e le dediche smielate al/la fidanzato/a del momento sono stati rimpiazzati da foto di pancioni, bellypainting, prime pappe, prime cacche, primi passi e prime cose a caso.

Ho sempre osservato la maternità e le sue conseguenze sul cervello umano con l’interesse di un antropologo curioso che osserva una tribù indigena: i versetti, le vocine strane, l’improvvisa gioia che le mie coetanee sembrano provare annusando culetti e piedini e tutte queste cose che per me sono insensate e a tratti inquietanti, nel mondo delle neomamme rappresentano l’ordinario. Però, diciamo, che tralasciando quel miscuglio di sensazioni bizzarre che ti si avvinghia al corazon quando vedi le foto dell’amichetta delle elementari con la sua scuderia autoprodotta di bambini di varie età, nulla di strano.

O almeno così pensavo, fino a quando l’algoritmo di Facebook (che mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa), non mi ha proposto le mirabolanti vicende delle “pancine”. Ammetto di seguire un numero N di pagine dedicate all’argomento maternità (cosa che spesso ha confuso i miei contatti, a tal punto che per un considerevole periodo della mia vita ho temuto che mi organizzassero un baby-shower a sorpresa) e posso affermare orgogliosamente di essere al corrente di alcune dinamiche da ben prima che queste diventassero oggetto di scherno/fonte d’intrattenimento e introiti di un noto blogger campano che deve la sua fama agli screenshot (ai posteri l’ardua sentenza) presi da questi gruppi. Sebbene trovi opinabile il concetto di esistere sul web ed essere conosciuto solo per essere “quello che percula le pancine e le mamme vegane”, riconosco al blogger in questione l’enorme merito di rendermi più facile la ricerca dei post più esilaranti e strampalati delle “mamme pancine”.

Esistono anche i sottogruppi, delle “pancine”. C’è quella che si mangia la placenta; quella che realizza gioielli e ninnoli vari con latte materno/capelli/dentini; quella che copre gli specchi per evitare che il figlio ci si rifletta dentro prima del battesimo; quella che tratta la bambola di silicone come se fosse un bambino in carne ed ossa… insomma, ne abbiamo per tutti i gusti.

A volte, capita di leggere cose così assurde, visioni così distorte del sesso, della maternità, del ruolo della donna, che sembra quasi di ascoltare una di quelle barzellette sessiste degli anni ’60, talmente brutte e assurde da suscitare emozioni fortemente contrastanti: devo ridere? Devo piangere?

frullato di placenta

Solitamente, opto per una via di mezzo.

Perché, ammetto, un po’ mi sento in colpa a perculare delle donne (spesso giovanissime!) convinte che l’accoppiata “doccetta profonda” + preghiera dopo l’amplesso (vissuto al buio, con gli occhi chiusi forte forte) basti a impedire alla natura di fare il suo corso.

Un po’ mi fanno tenerezza, un po’ tristezza, queste donne che chiamano il sesso “i doveri” e lo vivono come una cosa sporca ma necessaria, da praticare in orari/giorni prestabiliti seguendo un rigido copione che non ammette variazioni sul tema (schiaffetti sul sedere, location che non siano il talamo nuziale, giochi di ruolo o dirty talking sono cose assolutamente fuori dal mondo, da denunciare immediatamente alle autorità competenti – madri, suocere, parroci).

Un’assoluta sfiducia nei confronti della medicina moderna, rimpiazzata da superstizioni, credenze popolari e rituali ai limiti della stregoneria (che cozzano incredibilmente col retaggio catto-bigotto della maggior parte delle pancine, ma arrivati a questo punto è lecito smettere di stupirsi) e un linguaggio in codice fatto di vezzeggiativi (“peddy”= pediatra; “fiorella”=vagina; “rugiada”=mestruazioni; “mielino”=sperma; “amore liquido”=latte materno; “emozione”= orgasmo…) rendono le pancine un gruppo chiuso, che fa ostruzionismo a qualsiasi cosa contraddica o anche solo metta in discussione il loro edificio epistemologico, che poggia su solide basi di “sana” ignoranza e pigrizia mentale.

Perché sì, io credo che la ragione di questo delirio collettivo (perché di questo si tratta) ci sia il contesto culturale, l’estrazione sociale, la provenienza geografica (inutile nasconderci dietro a un dito, la maggior parte delle assurdità delle pancine è orgogliosamente made in sud) e le tradizioni dure a morire. Ma questa è una spiegazione, non una giustificazione.

Perché io questa gente non la giustifico. Perché se sei in grado di recensire con una Stella su facebook o Tripadvisor un ristorante che non ha accettato di buon grado il fatto che tu abbia fatto cagare tuo figlio di due anni in sala; se sei capace di caricare le foto della torta a tema mestruo (sorry, rugiadina) che hai fatto a tua figlia dodicenne con tanto di tampone e assorbente di pasta di zucchero sopra, allora si presume che tu abbia tutte le carte in regola per fare una ricerca su internet e scoprire cose che nell’occidente civilizzato dovrebbero essere già alla portata di tutti. Un esempio per tutti, la completa inutilità di preghiere e doccette profonde in ambito riproduttivo.

Ma allora, di chi è la colpa? Delle pancine. Non c’è contesto sociale che tenga. Quelle sono spiegazioni, nei casi più gravi attenuanti, ma non giustificazioni. Viviamo in un’epoca in cui è inammissibile essere così ignoranti e creduloni. Voglio dire, credere che gli specchi rubassero l’anima ai non battezzati era una cosa che sicuramente andava fortissimo nei primi dell’Ottocento, ma nell’epoca delle connessioni veloci, dei miracoli della medicina e dei fidget spinner, è una superstizione che non trova (e non deve trovare) spazio.

Parola chiave: pigrizia.

Pigrizia intellettuale, e non solo. Nella stragrande maggoranza dei casi, la mamma pancina non lavora. Il suo unico scopo è quello di scodellare figli, compiacere il marito e vivere per loro. La cosa che lascia perplessi, è che questa gente dà vita a intere squadre di calcetto di bambini (la media è tre pargoli, ma ho letto anche di famiglie con otto, nove figli a carico). La cosa che sorprende, on the other hand, è il candore col quale sostengono che, per vivere felici, basti l’amore della famiglia. Poco importa se vivono in 5 in meno di 50mq con un unico stipendio di ottocento euro, perché per le pancine basta “l’amore della famiglia, al resto provvede Dio”. Sarà che sono atea, ma a me non arriva il bonifico da parte di Dio, a fine mese. Forse sbaglio qualcosa, chi lo sa. I malpensanti potrebbero malignare pensando a seconde attività non del tutto lecite o – nel migliore dei casi – non dichiarate; o al fatto che le famiglie numerose ricevano aiuti e sovvenzioni di qua e di là (ricordo ancora con tristezza le collette che facevamo in classe per permettere a una nostra compagna, figlia di famiglia numerosa, di partecipare alle gite…).

Sarà che sono una maestrina laureata al classico, ma resto dell’idea che un pacco di preservativi costi molto meno di un figlio.

In ogni caso, misteri della fede e della finanza a parte, leggere delle pancine può essere divertente o frustrante, a seconda di cosa vi siete calati prima.

E se vi siete ritrovati a tifare per un conflitto nucleare perché avete la sensazione che a riprodursi siano perlopiù persone di cultura medio-bassa, con zero aspirazioni, zero amor proprio e un retaggio bigotto da far invidia alla madre superiora di un convento di paese beh, siete in ottima compagnia. Cin cin!».

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*bio interessante e che lasci un alone di mistero*