La moda è frivolezza, eppure ha iniziato l’anno fatturando miliardi di euro

Claudia Ruiz

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Come ci ricorda Meryl Streep in “Diavolo veste Prada”, anche se ci sentiamo lontano dalle scelte della moda, scegliere una maglia tra le centinaia accatastante in uno scaffale di un centro commerciale ci rende vittime di un modello prestabilito di stile.

I grandi marchi da sempre influenzano senza che nemmeno ce ne accorgiamo il nostro modo di vestirci, di acconciare i capelli e truccarci. Per questo motivo è utile guardare al mondo sartoriale come una vera e propria realtà economica che non sente crisi ma che cresce anno per anno. Nonostante siano stranieri i fatturati più alti, l’Italia difende il proprio Made in Italy con le unghie e con i denti. 

Negli scorsi mesi la classifica dei Best Global Brands ha mostrato quali sono i migliori marchi a livello globale che si sono distinti sul mercato non solo per il proprio fatturato da capogiro, ma anche per influenza e approccio nei confronti dei clienti sempre più diversificati. Tra le 100 aziende premiate quest’anno 11 appartengono al settore della moda. Quelli a regalare maggiori soddisfazioni sono le maison italiane come Gucci, cresciuta del 30% (+ 12 posizioni) grazie alla strategia vincente del duo delle meraviglie Alessandro Michele (creative director) & Marco Bizzarri (ceo).

L’esempio Gucci calza perfettamente con quanto detto prima; il marchio delle due G ha saputo nello scorso anno attirare l’attenzione di una nuova fetta di mercato, i millennial sempre più attenti all’acquisto di marchi di alta moda e suscettibili delle influenze dei social. Gucci ha infatti impostato una riuscita campagna pubblicitaria, affiancandola ad un concept nuovo di look e make up, scegliendo influenzer e social per “vestire” le proprie modelle. Scelte coraggiose che hanno permesso un bel segno + davanti al bilancio annuale.

Seguendo nel dettaglio la classifica Best Global Brands troviamo al primo posto (ancora) Louis Vuitton, al 18° della classifica globale, seguito al 23° da un’altra icona francese, Chanel, assente dalla chart dal 2009. Seguono due colossi della moda low cost: lo spagnolo Zara e lo svedese H&M, rispettivamente in 25° e 30° posizione. Al numero 6 per la moda (32° a livello globale) troviamo la maison francese Hermès, seguita al 39° dall’italiana Gucci. Al 7° e 8° posto due big dell’alta gioielleria, Cartier e Tiffany & Co. (rispettivamente 67° e 83° posizione generale). Per concludere Dior (91°), Burberry (94°) e Prada (95°), seconda azienda tricolore in classifica.

Leggere questi dati ci fa capire anche come il i colossi fatturano cifre inestimabili producendo quello che per la maggior parte di noi è considerato un vezzo e frivolezze. Se guardiamo in modo analitico però il nome dei brand possiamo davvero renderci conto che siamo noi gli artefici di questo successo, tra di loro annoveriamo i capi e le sfilate più belle dello scorso anno, abiti che abbiamo amato, borse che abbiamo sognato la notte e profumi che bramiamo più di ogni altra cosa.

Sul trono scintillante della moda siede quindi la LVMH della famiglia Arnault, colosso della moda francese che possiede 70 marchi dai settori più disparati – c’è Bulgari con le gemme preziose, ma anche Moët & Chandon con le sue inebrianti bollicine. Il fatturato registrato già nel 2017 dal colosso francese ammonta a 42,6 miliardi di euro, una cifra che onestamente non riusciamo a immaginare. A seguirlo a ruota troviamo gli spagnoli con il colosso Inditex, che possiede tra gli altri Zara, con un fatturato di 25,3 miliardi di euro e al terzo posto, ma non per questo povero, l’Adidas Group con 21,2 miliardi di fatturato.

Se leggiamo questa classifica stilata da Business insider e Mediobanca, possiamo davvero leggere le nostre abitudini di acquisto. Raccontateci quante volte durante lo scorso anno siete entrati in un negozio Adidas e avete acquistato un paio di Stan Smith o un pantalone, oppure raccontateci del cappotto “lontano dai canoni della moda” acquistato da Zara. Facciamo parte della grande giostra della moda, ricordiamocelo la prossima volta che sorseggiamo anche solo un bicchiere di bollicine.