Jim Clark, un romantico pilota scozzese: sfortuna nera e grandi imprese

E in curva un cavallo di latta distrugge il cavaliere. Al tempo gli incidenti mortali si verificavano un poco più spesso e successe anche quella volta: era il sette aprile 1968, quando un pilota assai valente anche in quel frangente d’onor si ricoprì. E giunto alla fine della tenzone sbalzato dall’arcione la morte lo ghermì. Esanime sulla pista di Hockenheim, dopo essere stato catapultato dalla sua vettura imbizzarrita che lo spiaccicò contro un albero, Jim Clark, lo scozzese volante, aveva spiegato per l’ultima volta le sue braccia come grandi ali per raggiungere un cielo infinito solcato da tante nuvolette bianche sullo sfondo azzurro: sembrava quasi che scrivessero a grandi caratteri il suo nome, mentre sulla terra il suo ricordo cominciava a diventare la storia di una leggenda.

Le cause della spaventosa disgrazia ad oggi non risultano per niente chiare e contemplano un ampio ventaglio di ipotesi, ma come più tardi succederà ancora e per fortuna meno spesso sembra proprio che questi avvenimenti appartengano per la maggior parte alla categoria dei piloti eletti.

Lo sfortunato protagonista della vicenda era nato a Kilmany in Scozia il 4 marzo del 1936 e qui viveva una placida esistenza quando, poco più che ventenne durante la solita passeggiata, quel giorno sembrava solo sulla strada e invece qualcuno c’era: un amico del padre a bordo di una fiammante vettura. Fatte le debite presentazioni, Porsche si chiamava costei, il trepidante giovanotto chiese all’uomo di poter fare qualche giro di prova e come d’incanto un sorriso all’improvviso si accese sul quieto viso: fu amore a prima vista e in quel momento il predestinato signorotto capì che le corse automobilistiche sarebbero diventate la sua vita: spericolata e molto rischiosa ma una vita a modo suo e non quella già disegnata dai genitori poiché scolpita dall’ereditarietà delle tradizioni di famiglia.

Siamo a metà degli anni cinquanta e così James Clark jr diventa pilota nel cuore prima che nella mente mostrando la sua vera anima di scozzese purosangue. Una volta in pista quell’uomo poco loquace, calmo e riflessivo lascia il posto al suo alter ego spregiudicato, intrepido e focoso per interpretare ancora una volta i due ruoli sempre in antitesi nella natura umana.

Il suo stile di guida essenziale, pulito e rotondo e al contempo aggressivo fin dalla partenza aumenta di ritmo giro dopo giro in un crescendo irresistibile che lo porta a incrementare il vantaggio: ama correre in testa per disegnare impeccabilmente le sue difficili traiettorie. Inoltre dotato di non comune versatilità si adegua perfettamente al tipo di macchina riuscendo a gestirla al meglio e a volte al limite in qualunque circostanza.

Non poteva passare inosservato un guidatore così capace e per di più divorato dall‘insana passione per la velocità e così l’incontro fatale con una persona speciale avvenne dopo un primo tentativo andato a vuoto nel quale egli aveva messo già in saccoccia la bellezza di 49 gare. Alla fine però Colin Chapman, così si chiama quel geniale costruttore inglese, scaltro e dall’occhio lungo, riesce a metterlo sotto contratto. Da questo debutto nel 1960 fino a quella fatidica data, il rampante Jim Clark avrebbe formato un binomio eccezionale con la scuderia inglese della Lotus: otto lunghi anni di sfide senza paura, tra esaltanti successi e momenti difficili tutti vissuti però con un pizzico del tipico aplomb British, una buona dose di piglio furente, una giusta porzione di classe emergente e con lo stile vincente dello sportivo di razza. Insomma un campione di nome e di fatto.

Si butta nella mischia indossando un casco dai colori bianco e blu a ribadire l’orgoglio scozzese e a bordo di quella macchina verde, con al centro una striscia gialla, incomincia da subito a cercare di ritagliarsi un suo spazio sgommando tra le altre variopinte auto del circuito maggiore.

L’anno dopo, ancora novizio, lo scozzese è sfortunato e involontario responsabile della spaventosa carambola che causa la morte di Von Trips e di alcuni spettatori a Monza. Solo dopo tanti successi di prestigio, 25 GP vinti; 33 pole position; record del Grand Chelem (otto volte in cui è stato sempre in testa dall’inizio alla fine in un Gran Premio, con pole e giro più veloce); due titoli mondiali piloti nel 1963 e 1965 ; la Cinquecento miglia di Indianapolis e la Tasman Series, tanto per citarne alcuni, riesce a cancellare quello spiacevole ricordo.

Questo succede, guarda caso, ancora sul circuito brianzolo. Infatti sei anni dopo, nel 1967, va in scena il secondo atto di un altra bellissima una corsa. Stesso protagonista, questa volta positivo, ma  diverso svolgimento e incredibile finale: sfoderando una rara abilità di guida e una grinta particolare, l’esuberante suddito di Sua Maestà compie una rimonta spettacolare e con un’impresa ai confini della realtà, azzera un minuto e mezzo di svantaggio dovuto a una foratura. Sbalorditi e increduli gli spettatori dell’autodromo adottano quel grande pilota dal talento ineguagliabile che da ultimo diventa primo coronando una rimonta straordinaria. Peccato che negli ultimi giri il motore cominci a tossicchiare per scarso pescaggio di benzina e l’indomabile Clark finisca così relegato al terzo posto.

Un giorno dopo l’altro il tempo se ne va ma l’avvenire non è mai scontato soprattutto per chi ha vissuto di gloria e onori e il momento del canto del cigno si capisce sempre dopo. Non sempre il Gattopardo ha ragione, specie nel Circus della formula uno dove tutto cambia perché deve in ogni modo cambiare.

La scomparsa di Jim Clark è la fine di un’epoca: già quello stesso anno si annunciano agguerriti e compatti famelici sponsor che imporranno nuove regole e diversi significati in un contesto dipinto di verde come il colore del dollaro. Scompare dunque anche il romantico verde della storica auto di quel fantastico pilota sostituito da una macchina con la livrea bianca rosso bordata di color panna.

Comincia proprio un’altra storia con altri valenti protagonisti che per fortuna talvolta vengono illuminati dal bagliore fosforescente dell’inevitabile confronto e dal ricordo di altri tempi, altri piloti e soprattutto altri uomini.



Vincenzo Filippo Bumbica