Intervista ai Bad Black Sheep: “Non nel mio mare” tra insicurezze e confini

I Bad Black Sheep sono Filippo Altafini (basso e voce), Francesco Ceola (chitarra) e Gregory Saccozza(batteria) e nascono come band nel 2006. Il loro primo album,1991, esce nel febbraio 2013 e dopo un lungo periodo di pausa e di scrittura nel 2018 entrano in studio ed iniziano a registrare “Non nel mio mare”, album uscito nel giugno 2020 per LaCantina Records.

Ad oggi, i Bad Black Sheep sono pronti a diffondere la loro musica attraverso il sound rock di “Non nel mio mare” e ci hanno raccontato qualche news sul loro nuovo percorso musicale.

La storia dei Bad Black Sheep? A cosa vi siete ispirati per il nome?

Noi siamo nati come il classico gruppo di amici che vuole iniziare a fare qualcosa insieme durante i pomeriggi. Al posto di andare al campetto a giocare abbiamo iniziato a suonare insieme. In realtà nessuno si ricorda come sia uscito questo nome: penso sia nato in uno di quei pomeriggi durante i primi anni di liceo. Ci portiamo dietro il fardello di questo nome in inglese da sempre però ormai ci siamo affezionati. Abbiamo sempre cantato in italiano con un nome in inglese e, alla fine, ci piace!

So che dopo il vostro primo album nel 2013 , intitolato 1991, vi siete presi un periodo di pausa e ora siete tornati con il nuovo album “nel mio mare”. Come è nato questo progetto?

Nel 2013 il nostro vecchio batterista è andato a studiare in Inghilterra quindi abbiamo avuto un periodo di cambiamenti e, in più, tra gli impegni universitari e lavorativi la band ha dovuto trovare aria. Non abbiamo mai abbandonato l’idea di scrivere e suonare insieme in questo periodo e dopo un po’ abbiamo trovato il coraggio di uscire con qualcosa di nuovo. La band non si è mai fermata in modo definitivo: avevamo solo smesso di pubblicare pezzi.

Ritornando all’album “Non nel mio mare”, come lo descriveresti? A che sound vi siete ispirati? Avete qualche punto di riferimento nel mondo musicale?

Noi proveniamo dal rock anni’90 di origine americana e quindi gli ascolti sono sempre stati Foo Fighters e Green Day per i primi anni e poi le grandi chitarre americane. Siamo sempre stati una band molto classica nel suo sound e quindi abbiamo sempre avuto principalmente basso, chitarra, batteria e voce. E’ quello che ci diverte di più: non avere tanti strumenti che vadano a contaminare il sound.

Tra tutte le canzoni, mi hanno colpito tantissimo “Prescrizione” e “Caporale”, testi che trattano l’argomento immigrazione. Cosa volete comunicare con questi due brani?

Il concetto, che poi è anche il filo conduttore del disco, è che l’epoca in cui viviamo è caratterizzata da confini sempre più marcati. Il mondo che ci si presenta davanti è un mondo che è sempre o bianco o nero. Questo album parla di come noi ci rapportiamo a queste linee di confine e questi due testi sono proprio i confini geografici del nostro mondo: quello che separa le persone nate dalla parte del confine giusta e quelle nate dalla parte sbagliata. Queste canzoni narrano di come leggere questi confini e di come noi li interpretiamo. In particolare, Caporale parla di un ragazzo che arriva nel nostro paese con le migliori intenzioni ma ben presto scopre che qui probabilmente non è così tanto accettato. Prescrizione, invece, riprende il titolo del disco “Non nel mio mare” e riprende il modo di pensare e vedere il diverso come qualcosa che deve starci lontano e naturalmente negativa. Sono due testi che parlano dei confini geografici e di come il mondo ultimamente li percepisce.

Ora che siete tornati: quali sono i progetti per il futuro?

Noi abbiamo deciso di far uscire il disco in questo periodo particolare nonostante non ci sia la possibilità di suonare live. Ci sono state pochissime vie di sfogo live in questi mesi e noi nasciamo proprio come band che suona dal vivo. Pensiamo che i nostri pezzi rendano molto di più live: c’è una componente emozionale e di impatto anche fisico di quando suoniamo dal vivo che probabilmente non siamo in grado di replicare quando registriamo (probabilmente dovremmo migliorare ride). Siamo ancora in fase di scrittura per cercare di buttare giù altri pezzi da far uscire per il 2021 e per non cercare di rimanere fermi per altri sette anni! Anche quando hai appena buttato fuori un disco, devi continuare a scrivere e a non perdere il ritmo. Anche registrare piccole demo in casa è utile pur di mantenere attiva quella parte di vita della band che crea gli automatismi per poter andare avanti senza perdersi.



Valentina Brini