Intervista a Daniel Cuello: il talento e l’estro di chi disegna sin da bambino

Il suo “Mercedes”, pubblicato con Bao Publishing nel 2019, è candidato come Miglior Fumetto al Comicon 2020, ma Daniel Cuello è inarrestabile.

Argentino di nascita e adottivo di adozione, Daniel Cuello disegna da quando era bambino. Da allora non ha mai smesso.

Molti – compresi noi – abbiamo imparato a conoscere il suo talento sul web, attraverso la pagina Instagram in cui talvolta condivide disegni, vignette e rende partecipi i followers della sua attività creativa.

Non se ne sono accorti però solo tanti che oggi lo stimano e usano le sue vignette per comunicare uno stato d’animo o un pensiero condiviso, ma anche le case editrici.

Daniel Cuello, infatti, ha all’attivo con Bao Publishing Mercedes (2019), Residenza Arcadia (2017) e Guardati dal beluga magico (2018); ha illustrato i tre Dizionari delle delle serie tv cult (Becco Giallo, 2016, 2017 e 2019), ha  pubblicato il libro-gioco Indovina che Tiberio viene a cena (Baldini & Castoldi, 2015) e ha collaborato con numerose case editrici, riviste, testate e aziende.

Entrando nel tuo sito, alla voce biografia si legge subito: “Mi chiamo Daniel Cuello e come tutti ho iniziato a disegnare da bambino. Solo che non ho mai smesso”. Che bambino era Daniel Cuello, cosa sognava e cosa disegnava?

Iniziamo subito con una domandona! Mi piace! Mi piace perché è difficile rispondere. Mettiamola così: abbiamo tutti avuto un’infanzia più o meno difficile, “complicata”. Spesso penso alla mia (ma spesso eh) e mi rendo conto che molti degli aspetti che mi caratterizzano (e che di conseguenza caratterizzano anche il me adolescente/adulto) derivano dai miei primi anni. Che bambino ero… Forse non ero solo “un” bambino, ero più bambini insieme. Ero il bambino povero che dormiva in una camera da letto con il tetto in lamiera, quello strappato da una parte del mondo e trapiantato in un’altra (il che mi ha dato enormi opportunità che altrimenti non avrei avuto, va detto). Quello solo, introverso e spaventato. In Italia ero il bambino un po’ strano che c’è in tutte le serie tv, straniero qui, straniero in Argentina. Un cliché. È una domanda troppo complessa, davvero. Di sicuro però avevo già quella voglia di raccontare storie e inventare personaggi come ora, forse proprio per riempire un po’ quella solitudine, forse un po’ per noia. Sicuramente per noia. A dieci anni ho inventato il mio primo personaggio a fumetti. Ero stufo di leggere storie di personaggi le cui avventure iniziassero e finissero nell’arco di una sola puntata, per poi ricominciare in quella successiva come se non fosse mai successo niente, mi sembrava troppo semplice. Così il mio primo personaggio, Gofi (non ricordo, ma probabilmente avrò rubato Il nome a Goofy [negherò tutto in tribunale]) è un coniglio che si evolve, cercava lavoro, si fidanzava, poi ha dei figli… Già che c’era aveva una deLorean che viaggiava nel tempo. Bellissimo. Già all’epoca mi piaceva raccontare storie particolari ma inserite nella semplice, banale, quotidianità.

Da allora il tuo modo di disegnare è cambiato parecchio e non hai mai nascosto di essere un autodidatta. Ci sono dei disegnatori che hai preso a riferimento come tuoi personaggi ispiratori?

Sì sì, due in particolare. Li cito sempre perché ho “rubato” parecchio da loro: Quino e Guy Delisle. Quino è in assoluto quello che mi ha dato di più, se vedi bene persino alcune soluzioni stilistiche le ho prese da lui. Amo la sintesi e l’ironia con cui riesce a descrivere, criticare e affrontare argomenti tutt’altro che comiche. Le disuguaglianze sociali, l’ipocrisia, la doppia, tripla, spesso esagonale faccia dei politici (l’Argentina ha una storia tutta sua quanto a politici, l’Italia ha imparato tanto da loro [in realtà è così in tutti i paesi]).

Guy Delisle mi piace tanto per l’ironia e la semplicità (sempre quelle oh) con cui descrive (fa una cronaca, in realtà) situazioni molto complesse e spesso sconosciute da noi. Persino Fuggire, il suo ultimo libro, in cui (non è uno spoiler) si è chiusi dentro una sola stanza con un solo personaggio per quasi tutto il racconto, riesce ad andare oltre, facendoti pensare, soffrire e sorridere.

Addentriamoci nella tua routine. Come nasce un tuo disegno? Da cosa trai ispirazione? C’è un obiettivo che ti prefiggi prima di iniziare?

Dipende da dove devo arrivare. In sostanza diciamo che parto sempre dal finale, che sia una vignetta singola o una storia di duecento tavole. Se non ho il finale non inizio. Un cliché pure questo, ma per me funziona bene. Avere la fine e l’inizio può dare l’impressione di essere troppo vincolati, ma in realtà delimita i confini, ti permette di non andare fuori strada. Sennò sarebbe come giocare a calcio senza i limiti del campo da calcio. Almeno credo, non seguo il calcio, potrebbe essere un paragone sbagliato.

A volte basta una persona, un’espressione, per far esplodere nella mia testa un finale, una storia, un personaggio. Se poi abbino la musica giusta (rigorosamente una colonna sonora tratta da qualche film) ho in mano una potenziale storia da scoprire. E poi disegnare.

Particolare è la scelta dei colori nei tuoi disegni come anche le espressioni e ciò che decidi di far pronunciare ai tuoi personaggi. Ce ne parli?

I colori, effettivamente, “me li sono cercati” per anni, finché ho trovato quella decina di colori che rappresentano certi stati d’animo, certe emozioni per me fondamentali. Una volta che li ho trovati mi sono impigrito e ho iniziato ad usare sempre quelli. Ora sono una specie di marchio, insieme al mio tratto. Ogni tanto, quando sono particolarmente esuberante, mi concedo un colore più vivace. Ma ogni tanto eh, senza esagerare, che già faccio fatica a dormire.

Le espressioni dei personaggi hanno una storia analoga, con la differenza che è la parte che più mi piace disegnare, ricercare, sperimentare e riportare. È una cosa che va di pari passo con i dialoghi che costruisco, sono molto ricercati. Li riscrivo più volte, finché non sono soddisfatto. O meglio, finché non ho esaurito il tempo e non posso più modificare, sono le scadenze che mi dicono quando i dialoghi o le espressioni sono pronte.

La maggior parte del tuo lavoro è veicolato sui social, ma da anni pubblichi anche libri. Il contenuto dei tuoi post è influenzato dall’uso di questo mezzo? Quali credi siano le regole per mantenre alto l’hype sui social?

È più corretto dire che il mio lavoro si è mosso anche sul web, come è normale che sia. Io in particolare avevo pochi soldi per girare per le fiere e incontrare potenziali editori o compratori, i social sono un portfolio gratuito, se usati bene sono preziosi. A volte mi etichettano come “uno che arriva dal web” (in senso dispregiativo), ed è un po’ stupido, per due motivi, prima di tutto perché non vuol dire assolutamente niente, ho solo usato un mezzo di comunicazione che la mia epoca storica mi fornisce (ma vabbè, è comprensibile, pure gli amanuensi odiavano Gutenberg), in secondo luogo perché disegnavo, illustravo e creavo storie (lunghe) già molto prima di sbarcare sui social.

Hype? Non ho regole particolari. Non mi sono mai imposto di fare una striscia a settimana o cose così, quando ho voglia (e tempo, più che altro) di fare qualcosa da mettere sui social lo faccio, senza impormi nulla. Meglio un repost ad un’ora qualunque di un girono a caso che una striscia fatta perché avevo detto che alle 14 ci sarebbe stata una striscia inedita. Anche no dai. Sono il peggior social media manager di me stesso.

Disegno ed editoria. Connubio oramai consolidato. Cosa è significato per te poter pubblicare tue storie formato disegni?

Era quello che ho sempre voluto fare. Lo scrivo spesso in giro, mi piace raccontare e amo disegnare, quindi faccio entrambe le cose contemporaneamente. Non è stato facile “entrare” in una casa editrice (pochi soldi e troppo lontano per farmi conoscere, come dicevo prima). Aver poi trovato una casa editrice che mi lascia carta bianca e mi tratta umanamente (leggasi: contratti decenti e serietà) è stato fondamentale. Sto costruendo un mondo che altrimenti sarebbe stato molto difficile da costruire. E poi effettivamente è quello che più mi piace fare, le vignette sono simpatiche, carine, ma le storie lunghe, i personaggi complessi, controversi e preferibilmente depressi… è lì che mi piace sguazzare.

Quali sono i prossimi progetti in agenda?

Ne ho tanti, non sono uno che ama parlare troppo del “prossimo libro”, ma è già in cantiere (pure quelli dopo in realtà), ho un sacco di strisce in testa, di progetti paralleli, di argomenti che voglio trattare e che credo sia arrivato il momento di affrontare. Anche semplicemente illustrare “attimi”, che raccontano tutta una storia, senza usare parole.



Sandy Sciuto