Insulti e parolacce: botte, poesie e sconcezze

In #Focus by Andrea ColoreLeave a Comment

Chi ha detto che la poesia sia solo amore e sofferenza? Quante volte da piccoli siamo stati costretti ad imparare quelle noiose poesie che tutti almeno una volta hanno letto? Ecco il secondo articolo dell’approfondimento culturale “Insulti e parolacce” che vi rivela i lati oscuri delle poesie! Se la scorsa volta sono state presentate le poesie proibite dell’antica Roma, questa volta facciamo un salto di 1000 e arriviamo nel pieno Medioevo, nella florida Toscana, patria dei cantucci e delle poesie comiche del 1300.

Avrete sentito parlare almeno una volta delle poesie del cosiddetto “dolce stil novo”, ma nessuno vi ha invitato a porre la dovuta attenzione a cosa ci sia stato oltre a questo movimento di donne dalle fattezze d’angelo e passioni amorose perpetuamente insoddisfatte: il Medioevo italiano è un pullulare di esperimenti stilistici e poesie, ma anche prose, di diverso genere che hanno assunto forme e tematiche differenti nelle diverse città d’Italia, dal regno di Federico II nel Sud Italia a Milano, patria dello sconosciuto letterato Bonvesin de la Riva.

Proprio come Marziale e Catullo, anche i poeti del 1300 si sono divertiti a comporre poesie per divertire il proprio lettore. Spesso, queste poesie sfociano in toni parecchio spudorati e sfiorano il grottesco. Oltre agli alterchi con gli amici, le “tenzoni“, ci sono poesie che lodano i vizi del vino, del gioco d’azzardo e delle belle donne! Trovereste mai poesie del genere nelle antologie del liceo? Forse qualche cosa, ma sono sempre le solite poesie! Alla fine di questo articolo, avrete conosciuto un’altra faccia della “lingua volgare” che, molti di voi, interpretano solo nel significato moderno del termine…

AVVERTENZE: le poesie che seguiranno sono esplicite e non sono riprodotte integralmente. Sono qui esposti i versi più crudi che mai vi aspetterete dai vostri autori preferiti. Inoltre, non saranno qui riprodotti i versi in volgare trecentesco, ma in una traduzione italiana proprio come è stato fatto per le poesie latine di Catullo e Marziale. Divertiti, oh lettore. Così direbbero i poeti medievali!

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Un caso più unico che raro è quello del grande poeta Dante che nella “Divina Commedia” ha dato esempio di magistrale padronanza della lingua, con una versatilità non comune a tutti gli altri poeti tanto che è riuscito a scrivere sconcezze anche fra le sublime pagine del Paradiso. Poche, davvero poche, quasi impercettibili, ma ci sono. E voi che credevate che il Paradiso fosse tutto amore e preghiere… Ma è il basso Inferno il luogo in cui regna un linguaggio molto crudo e privo di eufemismi che spesso è molto vicino alla lingua vernacolare, da taverna toscana piena di “bischeri bucaioli”.

Nel canto XVIII (versi 116-117, 130-133) Dante incontra Alessio Interminelli da Lucca e Taide che sono coperti di sterco fino a sopra il capelli. Sono adulatori, termine che traduce il moderno lecchini, per cui forse si capisce il contrappasso:

“…Vidi uno con la testa così sporca di merda
che non capivo se fosse un laico o un ecclesiastico…”
“…Quella sporca e spettinata sciacquetta
che là si graffia con le unghie merdose
che ora si accascia e ora si alza in piedi.
Quella è Taide, la puttana…”

Nel canto XX (versi 23-24) si parla della condizione degli indovini e dei fattucchieri che hanno il capo ritorto all’indietro e piangono. Dove andranno a finire le loro lacrime?

“…Il pianto degli occhi
bagnava le chiappe fino a finire nella fessura…”

Ci sarebbero moltissimi altri esempi di asprezza dantesca nell’Inferno, ma sarebbe meglio concludere qui con uno dei versi che hanno fatto la storia. Alla fine del canto XXI (verso 139), un diavolo, chiamato Barbariccia, molla una scoreggia come segnale per mettere in marcia una buffa combriccola di diavoli.

“…Ed egli aveva del culo fatto uno strumento a fiato.”

Un altro famoso componimento di Dante è la tenzone con Forese Donati, un suo amico, nella quale se ne dicono di cotte e di crude! La tenzone era un genere che prevedeva un battibecco fra due interlocutori con una ripresa mordente di accuse. Qui sotto sono fornite le parafrasi di alcuni versi dei primi due sonetti che costituiscono l’alterco. La prima parte è scritta da Dante che accusa Forese di aver trascurato la moglie, non senza alludere agli appetiti sessuali della donna insoddisfatti; nella seconda, Forese rincara la dose accusando Alighiero, padre di Dante, di essere un barbone:

Dante a Forese:

“…A metà agosto la trovi (la moglie) tutta infreddolita
ora sai che cosa devi fare in tutti gli altri mesi
e non le serve dormire vestita
per rimediare al giaciglio che non ha coperte:
la tosse, il freddo e quella voglia naturale
non li desidera per il fatto che sia vecchia
ma per una carenza che ha nel suo letto…”

Forese a Dante

“…Sentite un po’ il destino dove mi ha portato:
io credevo di trovare delle perle fra i cespugli
e bei fiorini d’oro rosso
e invece ho trovato Alighiero in mezzo ad un fossato!…”

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Ma facciamo un passo indietro di qualche anno. Un altro famoso poeta per le sue poesie realistiche è Rustico Filippi, forse iniziatore del genere comico toscano, che in questo sonetto (versi 5-8) descrive la bruttezza di una vecchietta che passeggia per strada:

 “…Hai le gengive e i denti pieni di tartaro
poiché li contamina il tuo alito fetente;
i cessi sembrano legni di cipresso
rispetto alla tua puzza che è così repellente…”

Un altro famoso sonetto (versi 12-14), dichiara la “natura cornuta” di un tal Aldobrandino. La moglie, velatamente, ammette il suo tradimento, ma si congeda cercando di convincere il martio che fra lei e un tal Pilletto non sia successo nulla:

“…Nel nostro letto non si spoglierà mai più.
Tu non dovevi gridare (per la rabbia), anzi dovevi tacere:
perché a me non ha fatto nulla di male!”

Ovviamente il furbo Pilletto non ha fatto niente di male alla moglie di Aldobrandino! Che male c’è, in fondo, in una scappatella?

In questo altro sonetto (versi 1-4), Rustico mette in discussione l’abilità retorica di un tal Fastello dei Tosinghi di fronte alla folla:

“Il Signor Fastello, che dà fastidio al cazzo,
denigra i ghibellini oltre ogni misura
 e arringa tutto il giorno sulla piazza
e dice che li tiene in un pericolo mortale…”

Ma non è finita qui. Leggete questi ultimi versi (9-14) che vi proponiamo. Rustico in questo caso accusa con toni poco cortesi il comportamento lascivo di una donna che di certo non avrà avuto una bella fama:

“…Voi foste una puttana dal giorno in cui nasceste,
io saggiamente levai dalla stalla,
perché avete percosso il culo per terra.
Se io fossi stato una farfalla,
mi sarei meravigliato di come mi scuoteste
voi che spingete con il culo quando altri si muovono”.

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L’autore più famoso di poesie comico-parodiche è Cecco Angiolieri, un vero prototipo di “poeta maledetto”. Poeta dalla vita sregolata, scrisse anche un sonetto a Dante Alighieri come parte di una tenzone. Nel versi seguenti il poeta insulta i propri genitori tanto da augurarne la morte. I primi versi (9-11) appartengono al sonetto più famoso del senese: “Se io fossi fuoco” (italianizzazione dell’originale S’i fossi foco). Gli altri (9-11), invece, appartengono al noto, ma meno famoso “Solo tre cose mi sono gradite” (Tre cose solamente m’enno in grado) nei quali accusa il padre della sua povertà.

“…Se io fossi la morte, andrei a far visita a mio padre
e se io fossi la vita, di certo non starei con lui
e allo stesso modo farei con mia madre…”
“…E io dico ‘Gli si possa scagliare una freccia!’.
(Dico) ciò di mio padre che mi ha fatto vivere così stentatamente
che andrei lonatano (Francia) senza un qualsiasi richiamo…”

Forse alcuni sono sembrati meno volgari delle spudorate poesie latine i cui autori, è proprio il caso di dirlo, non avevano proprio peli sulla lingua! Pensate che sia finita qui la nostra carrellata? Ebbene vi sbagliate! Dopo la parentesi romana e la digressione sulle poesie “volgari” del 1300, l’ultimo articolo concentrerà la sua attenzione sui poeti contemporanei, sulle droghe e sul sesso sfrenato. Si proprio loro: i “poeti maledetti” e la poesia contemporanea vi aspettano nell’ultimo imperdibile articolo dell’approfondimento culturale “Insulti e parolacce”. Per chi pensa che le poesie siano solo amore, non ha ancora visto tutto!

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About the Author
Andrea Colore

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Nato a Milano nel 1996, dopo essersi diplomato al liceo scientifico di Cantù (CO), si iscrive al corso di laurea in lettere classiche presso l'Università degli Studi di Milano. Collabora da agosto 2015 con il sito "Social Up! Your daily lifestyle magazine". I suoi interessi spaziano in molti campi dello scibile e afferisce, all'occorrenza, a molte sezioni del sito. E' responsabile della sezione cultura.

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