Ingmar Bergman, l’uomo della lanterna magica

Vincenzo Filippo Bumbica

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«In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà».

In questo stralcio della sua autobiografia che si intitola La lanterna magica, Ingmar Bergman rivela a sé stesso e agli altri, senza omettere nulla, quanto sia stato un bambino creativo e giocoso condizionato però dagli spettri religiosi scaturiti dalla rigida educazione paterna; quanto sia stato un adulto in preda alla paura di non piacere e al contempo cosciente della sua autoreferenziale professionalità e, da uomo maturo, quanto sia stato un romantico illusionista ossessionato dai ricordi dell’infanzia dove riaffiorano amori e indifferenze; emozioni e smarrimenti, che sommati ai crescenti tormenti esistenziali, sono stati la valvola di sfogo del suo modo di fare cinema e dunque di concepire l’esistenza.

Un uomo così difficile non poteva non diventare un autore geniale e complicato, tale da frugare a piene mani nel tortuoso labirinto dell’introspezione umana. Quella che con tutte le sue contrastanti manifestazioni trova il suo fulcro nel contesto famigliare dove in un silenzio assordante si rincorrono domande senza risposte e risposte senza domande.

I grandi temi della vita e della morte appaiono ricorrenti nei suoi film attraverso gli scarni dialoghi dei suoi personaggi che mettono in luce limiti e follie di un individuo nella solitudine dell’incomunicabilità.

Per questo Ingmar Bergman è stato l’icona del cinema impegnato, ossia di quel genere legato allo studio psicologico dell’individuo per scavare le sue ancestrali paure che corrodono le poche certezze della vita. Capace come pochi di dire e dirsi sempre la verità e animato da quella irrefrenabile voglia di indugiare nel passato per capire meglio il presente, il cineasta svedese ci rende spettatori di un emozionante viaggio che oscilla tra ragione e sentimento attraverso il tempo. La sua sterminata filmografia parte dal lontano 1946 dove mette in scena la drammatica conflittualità generazionale nel film “Crisi” e termina dopo più di trentacinque anni con lo stupendo affresco sul medesimo tema di “Fanny e Alexander “del 1982.

In mezzo tanti racconti, a volte grondanti di poetico umorismo: ”Sorrisi di una notte di mezza estate” (1955); a volte caratterizzati da inquietanti toni gotici: “Il settimo sigillo” (1957); e altre ancora esaltati dal soave simbolismo della memoria che vaga tra rimorsi e rimpianti: “Il posto delle fragole” dello stesso anno.

Una perfetta successione cinematografica tanto autobiografica quanto liberatoria, tanto esasperata quanto comprensibile nella sua ermetica semplicità che fa da traino ad altri film che sembra vogliano inseguire i loro personaggi alla ricerca del senso della vita. Tanto sono protagonisti e non importa se allegorici o terribilmente veri, essi si rincorrono nelle intenzioni poi si sfiorano quasi si toccano e alfine molte volte si ignorano tanto da diventare estranei. Cosicché dopo il tocco fantastico della leggenda svedese de “La fontana della vergine”(1960) da grande autore, poiché anche eccellente sceneggiatore e soggettista, Bergman realizza un’accurata trilogia religiosa: ecco la tragica riflessione esistenziale di” Come in uno specchio”(1961); il tormento angoscioso sull’esistenza divina di “Luci d’inverno”(1963) e infine ” la difficoltà di vivere un rapporto amorevole tra due sorelle: la scandalosa Anna (Gunnel Lindblom) e la fragile Ester(Ingrid Thullin) ne “Il silenzio”(1963) .

“Perché ogni parola è menzogna, ogni gesto è falsità e ogni sorriso è una smorfia”, così Alma (la strepitosa Bibì Anderson) delusa per la sua intimità violata, apostrofa Elizabeth (l’altrettanto brava Liv Ullmann) che affetta da un inspiegabile nevrosi spiattella in una lettera il suo bruciante segreto nel film “Persona” del 1966. Instancabile, curioso e immerso nelle sue tematiche, il raro regista continua il suo costante cammino anche negli anni settanta e mette un altro sigillo significativo sulle sue opere della piena maturità: “Sussurri e grida”; “Scene da un matrimonio” e “Il flauto magico” completano la sua ultima romantica trilogia.

“Sinfonia d’autunno” del 1978, ambientato nella fredda cornice di un villaggio tra i fiordi e accompagnato dalla suggestiva musica di Chopin è il suo apologo finale poiché riassume tutti i cardini del pensiero Bergmaniano tra cui spicca l’amore figliale qui rappresentato dall’egoista Charlotte (la madre Ingrid Bergman) e da Eva (ancora la sontuosa Liv Ullmann) nei panni della problematica e delicata figlia.

Ingmar Bergman è stato un il regista che ha sviluppato, con una partecipazione mai invadente, i motivi e le emozioni da cui è partito per comporre le sue opere. Un intellettuale ad oltranza, una personalità insostituibile che lascia un vuoto profondissimo. Resterà vivo nella memoria collettiva poiché ha cambiato la storia del cinema mondiale.

Riscoprire a distanza di tanti anni e alla luce della realtà odierna che il suo cinema non è affatto quel monotono e tenebroso mondo di elucubrazioni mentali è per il sottoscritto motivo di pura soddisfazione. E siccome avrebbe compiuto cento anni a luglio di quest’anno, essendo nato a Uppsala nel 1918 e scomparso a Faro sempre a luglio del 2007, non posso che celebrarlo al di fuori di ogni banalità. Pertanto al solito interrogativo tipo” Se sia il tempo a cambiare gli uomini o viceversa”, mi piace affermare al di là di ogni esitazione:” Sono gli uomini che cambiano il tempo”. Quelli come lui per l’appunto.