Il teatro alla Scala inaugura la stagione con “Attila” di Giuseppe Verdi

Andrea Colore

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Ci siamo, la stagione di opera e balletto al teatro alla Scala inizia il 7 dicembre con “Attila” di Giuseppe Verdi. Lo spettacolo inizierà alle ore 18.00. A dirigere l’orchestra sarà il maestro Riccardo Chailly, il direttore musicale del Teatro che approfondisce la lettura delle opere del giovane Verdi dopo aver inaugurato la Stagione 2015/2016 con Giovanna d’Arco, che vide la luce nel 1845, e prosegue con il regista Davide Livermore una collaborazione che alla Scala ha già avuto un esito felice con “Don Pasquale” di Donizetti. Con Livermore tornano gli scenografi dello Studio Giò Forma, garanzia di equilibrio tra eleganza visuale e innovazione tecnologica, e il costumista Gianluca Falaschi. Opera complessa in cui Verdi sperimenta nuovi percorsi tra ambientazione storica, impatto spettacolare, squarci psicologici e incertezze morali, “Attila” chiede ai cantanti slancio e sicurezza ma anche capacità di trovare accenti e sfumature.

Il cast è composto da Attila (Ildar Abdrazakov), Odabella (Saioa Hernández), Ezio (George Petean), Foresto (Fabio Sartori), Uldino (Francesco Pittari), Leone (Gianluca Buratto).

CHI CI SARA’ ALLA PRIMA?

Dopo il grandissimo successo dell’anteprima Under30, dopo i 10 minuti di applausi dei giovanissimi, tutto è pronto per dare il via alla serata inaugurale. Quest’anno debutterà per la prima volta alla Scala anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, occupato negli anni passati in altri impegni (nel 2015 mancò per l’inaugurazione del Giubileo di Roma, nel 2016 per la crisi di governo che portò alla nomina di Gentiloni come Premier e nel 2017 per un viaggio in Portogallo). Mattarella non sarà l’unico personaggio politico di spicco: sono attesi il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente della Lombardia Attilio Fontana, la presidente del Senato Elisabetta Casellati, i ministri della cultura Alberto Bonisoli e dell’istruzione Marco Bussetti.

Ma conosciamo più da vicino l’opera che inaugurerà la stagione 2018/2019 del Teatro alla Scala. L’opera venne scritta nel 1846, con musica di Verdi e libretto di Temistocle Solera, e debuttò il 17 marzo al Teatro la Fenice di Venezia.

LA TRAMA

Siamo ad Aquileia (in Friuli) intorno al V secolo e il generale unno Attila sta mettendo a ferro e fuoco i territori di un impero, quello romano, ormai destinato alla fine. Attila ordina di non risparmiare nessuno, ma Uldino, un suo schiavo, gli offre uno stuolo di donne valorose che si sono distinte in guerra. Attila rimane particolarmente colpito da Odabella, figlia del signore di Aquileia. Ma Odabella sta meditando vendetta contro Attila per aver ucciso tutta la sua famiglia. In seguito entra Ezio, il generale romano, che propone ad Attila un compromesso: governare insieme i territori dell’impero romano. Attila rifiuta, Ezio se ne va e i reduci di Aquileia sono condotti da Foresto (marito di Odabella) che compiange la moglie e sogna di salvare l’Italia, ormai perduta.

Foresto raggiunge – nell’atto I – Odabella e la accusa di tradirlo con Attila. Odabella però lo smentisce: l’unica ragione che lo spinge a seguire Attila è ucciderlo con la sua stessa spada. Intanto il condottiero unno medita di marciare verso Roma, ma ha un incubo che racconta al suo fedele Uldino: giunto a Roma, la voce di un vecchio gli avrebbe vietato il passaggio. Uldino gli consiglia di non badare a queste visioni, ma quando arriva in prossimità della città eterna, viene fermato dall’anziano papa Leone I. Il sogno si è avverato.

Nell’atto II, Ezio scopre con grande sdegno che l’imperatore Valentiniano ha concesso una tregua con gli Unni e ricorda gli antichi onori dell’impero, ormai dimenticati. Perciò, Ezio si accorda con Foresto per uccidere Attila. Per il generale unno la situazione diventa sempre più rischiosa: i segni sono nefasti, ma li ignora, e rischia di essere avvelenato da una coppa avvelenata preparta da Foresto. Odabella gli impedisce di berla perché vuole vendicarsi personalmente. Attila decide così di graziare Foresto, ma impone a Odabella di sposarlo.

Nell’ultimo atto, i Romani si preparano ad uccidere Attila e Foresto è fortemente deluso dal comportamento di Odabella e la ripudia. Attila alla fine si trova circondato da Odabella, Foresto ed Ezio e ricorda loro i favori che aveva precedentemente fatto: alla donna il matrimonio e il conseguente trono, a Ezio il governo e la salvezza di Roma e a Foresto la grazia. Odabella però non si contiene e uccide Attila, mentre i romani iniziano a fare razzia di Unni.

ALLA PRIMA: UN RIADATTAMENTO MODERNO (NON SENZA CRITICHE)

La regia di Davide Livermore valorizza moltissimo l’originale spirito dell’opera, ma è evidente che la scenografia risenta molto di un riadattamento contemporaneo. La scena infatti si apre in uno scenario post-bellico novecentesco, con macerie e fucili. Uno scenario molto da seconda guerra mondiale, più che da impero romano. Formidabili sono anche gli effetti video sullo sfondo che possono sembrare un po’ fuori luogo. Ma parlare non equivale a vedere: la perfetta integrazione di scena con immagini di fondo rendono l’opera perfetta, fra innovazione e tradizione.

Ma già prima della rappresentazione di “Attila”, l’opera ha subito destato delle critiche. Infatti, c’è stato un sindaco del bergamasco che ha chiamato il sovrintendente Alexander Pereira per far rimuovere una scena da lui giudicata blasfema, ovvero il lancio e la conseguente rottura di una statua della Madonna.

Come si è arrivati a questo? Il sindaco in questione, tale Giosuè Berbenni (che ha studiato al Conservatorio), ha ritenuto che tale scena avrebbe urtato sensibilmente l’uditorio. Livermore ha accettato di rimuoverla, ribadendo però che non c’era nessun intento di offendere. Anzi: introdurre questa scena (che in effetti nel libretto di Solera era assente) avrebbe voluto stigmatizzarla proprio per la sua violenza. Ma il sindaco non si è mica fermato qui: se Livermore ha chiuso un occhio per eliminare dall’opera la scena della Madonna, ha scelto di non togliere la scena del banchetto con espliciti riferimenti sessuali (quello che Berbenni nella sua lettera ha definito un “bordello”).

Livermore ha deciso di trasporre “Attila” nel secolo XX, ma non per questo ha stravolto completamente il senso originale dell’opera. Anzi…