Gli esperimenti sugli animali più mostruosi della storia

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Ogni specie è differente per metabolismo, anatomia, fisiologia e genetica, quindi, nessun dei risultati conseguiti dalla sperimentazione  sugli  animali sarà mai realmente utile. Le specie utilizzate hanno un unico aspetto simile: la capacità di soffrire. Ma il numero degli animali sottoposti alle brutalità della sperimentazione e della vivisezione è altissimo ed in costante aumento.

Ecco alcuni  esperimenti agghiaccianti:

1) Neonato di scimmia tolto prematuramente dalle braccia di sua madre e destinato alla  sperimentazione presso l’Università della California. E ‘stato assegnato ad un progetto scientifico per un dispositivo sonar per non vedenti, siccome non era cieco gli scienziati hanno cucito le palpebre alla povera creatura.  E’ stato rilasciato dalla associazione Animal Liberation Front nel 1985.

 2) Ecco un esperimento di laboratorio didattico su conigli da parte degli studenti della Monash University al  terzo anno di scienze che devono:
  • legare i conigli al tavolo operatorio, legando loro le zampe e i denti a dei punti appositi del tavolo di lavoro;
  • aprire la gola dei conigli con strumenti non sterili e inserire un tubo nella trachea;
  • somministrare varie sostanze chimiche nel loro flusso sanguigno per osservarne gli effetti sul battito cardiaco.

Alla fine della lezione, viene somministrata agli animali una dose letale e vengono gettati nella spazzatura.

3) Draize Test oculare: metodo di valutazione della capacità di una sostanza di irritare i tessuti dell’occhio umano, consistente nell’instillare la sostanza negli occhi dei conigli per poi esaminare, a distanza di vari giorni, i danni che essa provoca ai tessuti dell’occhio.

4) Draize Test cutaneo: metodo di valutazione della capacità di una sostanza di irritare la cute umana, consistente nell’applicare la sostanza in esame sulla pelle depilata ed abrasata di animali, in genere conigli o cavie, per poi valutare a distanza di tempo l’ irritazione provocata.

5) Test di cancerogenicità: test finalizzato a stabilire se una sostanza è o meno cancerogena (ovviamente, per gli animali su cui si sperimenta, non per l’uomo). Generalmente vengono usati roditori ai quali viene fatta ingerire o inalare la sostanza per un periodo anche di diversi anni. In seguito gli animali vengono uccisi e sottoposti ad autopsia per stabilire la presenza di eventuali tumori.

Ogni anno nel mondo vengono sottoposti alla vivisezione più di 300 milioni di animali, solo in Italia circa 1 milione e, purtroppo, queste cifre sono in constante aumento. Solo un anno fa il Parlamento europeo ha approvato la Direttiva pro vivisezione nella quale non vi è nessun limite per coloro i quali attuano questa orrenda pratica, non vi è inserito neanche un metodo sostitutivo ai test sugli animali, permettendo così la sperimentazione anche su cani e gatti randagi. Con questa direttiva tutti i diritti degli animali sono stati letteralmente dimenticati nulla si può contro lo strapotere monetario delle multinazionali del farmaco.

Ma la cosa più assurda è che queste pratiche non sono una crudeltà inevitabile come vuole farci credere una certa parte della comunità scientifica,  le alternative alla sperimentazione animale esistono,  e molte vengono ritenute equivalenti o migliori dei test animali in predittività ed efficienza: dalla generazione in laboratorio di pelle umana per test cosmetici, ricerca su melanoma e allergie, alla creazione di tessuto polmonare, epatico o renale per studiare infezioni organiche. Tra le innovazioni più recenti invece il progetto dell’embrione virtuale ottenuto attraverso l’inserimento di cellule umane nel computer, condotto negli Usa dall’Agenzia Epa.

Quindi se anche la sperimentazione poteva essere utile in passato, oggi, grazie alle nuove scoperte in campo tecnologico, è del tutto superflua, oltre ad essere un’assoluta mostruosità.

Mi sento di concludere questo articolo soltanto con questa frase:

“ll rispetto per la vita è detto “umanità” ma a pensarci bene, tra tutte le specie l’umanità è quella che ne ha meno” A. Schweitzer.