In scena dal 21 ottobre al 16 novembre al Teatro Elfo Puccini di Milano, Erano tutti miei figli di Athur Miller è un dramma familiare ambientato nell’America postbellica, primo vero successo del drammaturgo americano.
Dodici anni dopo Morte di un commesso viaggiatore, il teatro Elfo torna a rappresentare un’opera di Miller per la regia di Elio De Capitani. Di seguito la recensione dello spettacolo teatrale
Dopo la seconda guerra mondiale la benestante e borhese famiglia Keller non ha ancora superato la scomparsa del figlio primogenito Larry, partito per il fronte come aviatore e mai più tornato. Joe Keller, dirigente di una immportante industria (Elio De Capitani) non riesce ancora a convincere sua moglie Kate (Cristina Crippa) che Larry sia disperso per sempre. La donna è convinta che possa riapparire da un momento all’altro, malgrado siano passati tre anni. Poi c’è Chris(Angelo Di Genio), il secondo genito tornato dal fronte, che inamoratosi di Ann Deever (Caterina Erba), l’ex fidanzata del fratello, la invita a casa per proporle di sposarlo; ma il fantasma di Larry aleggia ancora nell’abitazione. La non accettazione del lutto da parte di Kate ostacola le desiderate nozze. Non è la sola.
Sebbene Joe Keller sia stato assolto dall’accusa di avere venduto pezzi di ricambio fallati all’aviazione americana, causando la morte di 21 piloti, infatti, il suo socio, padre di Ann, è invece in carcere. E’ veramente colpevole? E Joe Keller è innocente? Il passato bussa alla porta mediante la comparsa di George (Marco Bonadei), fratello di Kate, che ha appena parlato col padre ed è convinto della sua non colpevolezza. Qual è la verità?
L’idealismo e la sincerità dei giovani contro lo spregiudicato sogno americano degli anziani
Dramma in due atti, l’opera di Arthur Miller mette in scena il confronto tra due generazioni: da una parte i giovani, che hanno vissuto l’esperienza traumatica della Seconda guerra mondiale, e dall’altra gli anziani, che hanno creduto e investito tutto nel sogno americano, quello dell’uomo partito dal nulla che, grazie al lavoro e alla tenacia, raggiunge il successo.
Joe Keller incarna pienamente questa figura: è un self-made man, un uomo che ha lavorato sodo per costruire un’azienda e garantire alla propria famiglia benessere e stabilità economica, spingendosi a tutto pur di raggiungere questo obbiettivo, anche a perdere l’onestà morale.

Suo figlio Chris, invece, rappresenta la generazione nuova, quella segnata dal conflitto e dalla delusione. È un giovane idealista, che ha combattuto credendo nei valori di giustizia e fratellanza, ma che torna dal fronte disilluso e traumatizzato. Dopo la guerra, cerca di ricostruire la propria vita e di ritrovare un senso autentico all’esistenza. Il suo ideale è la sincerità ad ogni costo, anche quando questa comporta dolore o distruzione.
Il contrasto padre-figlio diventa così simbolo dello scontro tra due visioni del mondo: da un lato, l’uomo maturo che giustifica le menzogne e le scorciatoie morali in nome della sopravvivenza e della famiglia; dall’altro, il giovane che rifiuta le falsità e pretende la verità, anche se essa può incrinare i legami familiari.
L’interpretazione di Elio De Capitani nel ruolo di Joe Keller restituisce con forza questa ambiguità: un padre affabile, mediatore e apparentemente pacifico, che attraverso il dialogo e la diplomazia tenta di mantenere una fragile armonia domestica, nascondendo però colpe e responsabilità inconfessabili.
L’incontro–scontro tra Chris e Joe diventa così non solo un conflitto familiare, ma anche una spietata critica al sogno americano: il crollo della figura dei padri, che per inseguire il successo hanno sacrificato gli ideali, e la nascita di una nuova generazione che chiede verità, giustizia e coerenza morale.
Picchi drammatici e allestimento scenico
La rappresentazione teatrale di Elio De Capitani è molto attenta nel cogliere i picchi drammatici dell’opera di Miller e a renderli con la dovuta efficacia:
Così la rivelazione di madre Keller (Cristina Crippa) del perchè si ostina ancora a credere che suo figlio sia morto, o l’arrivo di George in casa Keller, la cui rabbiosità viene inizialmente mitigata da lusinghe affettuose e nostalgiche che quasi lo fanno ricredere sul suo proposito di difendere l’innocenza del padre in prigione. L’opera cresce d’intensità fino alla rivelazione finale sulla morte di Larry e al drammatico epilogo. 
Non è un caso che i picchi drammatici si identifichino con il potere della menzogna. L’opera di Miller offre anche una riflessione su questo tema, su come le mezze verità possano a volte salvare l’apparenza, a volte essere dette a fin di bene, per non soffrire (ad esempio la menzogna che Grace Keller ripete a se stessa sulla morte di Larry), ma su come la catena di menzogne possa anche essere schiacciante e pesare nella dinamica familiare facendo implodere dall’interno un nucleo che si credeva fosse completamente al sicuro.
L’allestimento scenico è di ottima fattura, costituito dalla ricostruzione di un salotto borghese, un patio circondato da un bosco (dipinto con teli scenografici). L’atmosfera è d’effetto e ben rappresenta la classe agiata della famiglia Keller, figlia, suo malgrado, del Sogno americano. Gli attori si muovono con coerenza nello spazio scenico credibile e ben curato esteticamente, con tanto di false finestre da cui far penetrare la luce. 
Buone le prove di tutti gli attori, sui cui spiccano le performance di Elio De Capitani, Cristina Crippa e Marco Bonadei nei panni di George Deever. L’ingresso di quest’ultimo in particolare è il motore scenico del secondo atto e innesca definitivamente il conflitto in un mid point dopo il quale non sarà possibile più ricucire le fratture. Ben reso da parte dell’attore, nonostante entri in scena per ultimo, senza una costruzione graduale del personaggio.
Tra colpi di scena e momenti di drammatica intensità la resa scenica è dunque di alto livello, per uno spettacolo equilibrato che centra perfettamente lo spirito di Erano tutti miei figli.





