E’ tornato Narcos e siamo tutti gringos

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Di Luca Tognocchi per Social Up!

Narcos è una delle serie esordienti di maggior successo dell’anno scorso e ha salvato la maggior parte delle persone che erano in astinenza da Gomorra, insegnando le basi del lessico dei narcotrafficanti colombiani. Netflix come sempre ci regala 10 episodi in un giorno solo e allora vamos, hermano, torna la voce da texano, gringo vero, dell’agente Murphy e la bellissima sigla di cui nessuno sa esattamente le parole, ma ci impegniamo tanto per inventarle. Soy el fuego que arde tu piel..

La prima stagione di Narcos ci aveva raccontato l’ascesa e la nascita del cartello di Medellin e di Pablo Escobar, un uomo così potente da tenere in scacco un Paese intero. Avevamo visto come la DEA, la CIA, l’intera Colombia, non erano state in grado di metterlo in difficoltà, e come le uniche vittorie ottenute da queste erano solo concessioni regie del Patròn. Ma la situazione della seconda stagione è ben diversa: Pablo non è più l’Imperatore, le cose gli si stanno sfaldando fra le mani, sta perdendo alleati ed ha un nuovo nemico veramente ingombrante, il cartello rivale di Cali. E’ il declino di chi aveva avuto tutto e non vi vuole rinunciare, e proprio per questo vedremo il suo lato più violento, più animale, più disumano. Se il carisma di Pablo ci aveva catturato nella prima stagione, facendoci a tratti tifare per lui, adesso non possiamo più chiudere gli occhi di fronte alle sue atrocità, imperdonabili e da condannare necessariamente.

Proprio questa situazione di declino, unita alle difficoltà che stanno affrontando i suoi rivali, i due agenti della DEA Murphy e Peña, apre a possibilità narrative ben differenti da quelle della prima stagione. Questa aveva avuto un’impostazione quasi giornalistica, dove poco spazio era lasciato all’approfondimento dell’intimità dei personaggi, trattati più come figure storiche che come personaggi nel senso più stretto. Questa stagione invece si mostra molto differente: si apre sulle difficoltà coniugali di Murphy, che già avevano dominato il finale della prima, prosegue sul complesso rapporto di Peña con il sistema, ma per tutti i dieci episodi è dominata dall’approfondimento di Pablo, nella sua intimità, nei suoi rapporti con i familiari e con i suoi soci. A tal proposito gli ultimi due episodi sono dei veri capolavori, dove l’azione è quasi completamente sospesa e si raggiunge una profondità nell’esplorazione di Pablo inaspettata e quasi tendente al mistico, non certamente inappropriato per una serie sul paese che ha inventato il “realismo magico”.

Da quest’ultimo paragrafo ci si potrebbe aspettare un ciclo di episodi più rilassato del precedente, ma non è certo così. I primi 5 tengono attaccati allo schermo come se non fosse passato un minuto dall’assalto a La Catedral, la fortezza-prigione di Pablo, e narrativamente è così, ma è così anche per noi spettatori, immediatamente trascinati ancora in questo mondo. Gli episodi centrali sulla figura di Carrillo sono delle vere montagne russe di emozioni, che ricordano molto il ciclo sul Punitore della seconda stagione di Daredevil. Unica nota negativa gli episodi 6,7 e 8, dove la tensione si allenta un po’ e la storia si distende eccessivamente. Non che non succeda nulla, sia mai, ma gli avvenimenti vengono raccontati senza la tensione degli episodi precedenti. La situazione viene però rialzata facilmente dai già citati episodi finali.

Se si pensava che Narcos finisse dopo queste due stagioni ci si sbagliava, perché proprio in questi giorni Netflix ha annunciato che verranno prodotte altre due stagioni, e sembra che il focus si sposterà da Medellin, ormai priva del suo patròn, a Cali, città ormai padrona del narcotraffico. Non ci resta che aspettare per tornare in una terra che abbiamo imparato ad amare per la sua follia,

Viva Colombia!