Diogo Alves: le reliquia ultracentenaria della testa del serial killer

Stefano Zampieri

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Tra mistero e sconcerto, inquietudine e fascino, i serial killer hanno sempre suscitato curiosità in attenti lettori di cronaca contemporanea e storica.

Siamo abituati ad associare il termine reliquia a santi e martiri, a resti da venerare anche in ricordo di sacrifici fatti in nome di qualcosa di più alto e grande. Invece di fronte a tutt’altro spettacolo ci troviamo se, visitando il laboratorio di Anatomia della Facoltà di Medicina di Lisbona, ci imbattiamo in un grande contenitore da cui fa capolino la testa di Diogo Alves, tutt’altro che sant’uomo, un malvivente di origini spagnole le cui imprese criminali andavano dalla rapina all’omicidio e spesso l’una precedeva l’altra, riuscendo però a celarle per lungo tempo.

Non era raro, a quei tempi, che gli spagnoli emigrassero in Portogallo in cerca di fortuna. Trasferitosi dalla Spagna al Portogallo agli inizi dell’800, animato dall’amore per la compagna Gertrudes Maria, il galiziano iniziò a lavorare come acquaiolo, ma i proventi del lavoro onesto non erano evidentemente sufficienti rispetto alle aspettative dei due.

Iniziò così, spalleggiato dalla compagna, la propria attività delittuosa, praticando furti e rapine, utilizzando quale teatro dei propri crimini l’acquedotto dell’Arco Grande. Era solito aggredire i passanti per derubarli ma, non pago di questo, faceva compiere ai malcapitati un volo di 65 metri che finiva rovinosamente ai piedi del ponte.

In tre anni di attività criminosa le autorità hanno sempre attribuito a casi fortuiti il rilevante numero di persone decedute ritrovate alla base dell’Arco Grande, ma mai nessun collegamento tra queste morti fu fatto con Diogo Alves preferendo attribuire gli episodi a casi di suicidio. Il pluriomicida, infatti, non fu inquisito per gli oltre 70 delitti del ponte, chiuso poco dopo a causa degli eccessivi decessi, finì invece indagato per una rapina terminata in tragedia ai danni di un medico ed alla sua famiglia.

Se l’amore per Gertrudes Maria aveva fatto perdere la testa a Diogo Alves tanto da fargli commettere crimini di singolare efferatezza, a fargli perdere la testa, stavolta per impiccagione, è stata la figlia della donna che, denunciando i crimini di cui era a conoscenza, ne ha assicurato la condanna a morte.

Dalla cattura fino al momento di essere giustiziato mai Alves si è mostrato pentito dei delitti commessi, eccezion fatta per una menzione relativa ad una bambina, che dovette uccidere per non farla parlare dichiarato in sede di testimonianza. Da fatti di cronaca così eclatanti, che atterrivano ed affascinavano nel medesimo tempo il popolino, nacquero racconti e leggende popolari con versioni che ingigantivano o sminuivano numeri, fatti e circostanze di volta in volta. Ma l’eccezionalità della figura di Diogo Alves non poteva non restare immortalata anche in una accurata ricostruzione cinematografica più attinente ai fatti di cronaca che alle tradizioni orali.

Infatti legati a Diogo Alves, oltre al rilevante numero di omicidi a lui attribuiti, ci sono altri primati. E’ stato l’ultimo uomo ad essere stato condannato a morte in Portogallo, giustiziato il 19 febbraio 1841. Inoltre il film che ripercorre la sua storia, realizzato agli inizi del novecento per raccontare una vicenda tanto verosimile quanto incredibile, come sempre accade nei casi in cui la verità supera la fantasia, ha il pregio d’essere la pellicola più antica conservata negli archivi a viva testimonianza del più famoso serial killer portoghese.