Dal 3 luglio la direttiva europea contro la plastica monouso, ecco la posizione dell’Italia

Il 70% del pianeta Terra è ricoperto di acqua: mari, oceani, fiumi, laghi, falde acquifere. Tutti luoghi spesso utilizzati come scarico rifiuti. Rimanendo in tema di percentuali, e considerando quella prima citata, è preoccupante leggere che il 94% dei rifiuti urbani è composto, invece, da plastica. Si tratta di un materiale macromolecolare che da diversi decenni rappresenta un feroce nemico che contribuisce all’inquinamento ambientale. Si pensi al Great Pacific garbage patch, una grande chiazza di immondizia situata nell’Oceano Pacifico la cui estensione va dai 700.000 km² fino ai 10 milioni di km². Insomma una vera e propria isola di plastica che sta causando danni ambientali non indifferenti.

Tuttavia, a preoccupare non è solo l’inquinamento del mare, ma di tutto l’intero sistema. Ecco perché ormai da anni l’Unione Europea propone e realizza direttive a sostegno dell’ambiente in quest’ambito. L’ultima direttiva, in vigore dal 3 luglio 2021, riguarda l’addio definitivo (o parziale) dei prodotti di plastica monouso.

Piatti, bicchieri, cannucce, buste di plastica: prodotti della nostra quotidianità messi al bando dalla nuova direttiva europea

Già dal 2019 l’UE ha iniziato un percorso incentrato sull’ecosostenibilità ambientale. Priorità assoluta: la riduzione dei rifiuti in plastica – in particolar modo nelle acque – di almeno il 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030. Infatti, in quell’occasione presso la sede del Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, gli Stati membri firmarono un accordo contro l’utilizzo di determinati prodotti in plastica usa e getta.

Al 2025 mancano “solo” quattro anni e il pianeta Terra implode ancora per il tasso di plastica presente sul suolo e nei mari. Ecco perché si è deciso di agire in maniera più severa e preventiva mediante una direttiva a sostegno di quanto approvato già precedentemente.

Come si legge dalla pagina del Consiglio Europeo, la direttiva prevede, per l’appunto, nuove norme vietanti “l’utilizzo di determinati prodotti in plastica usa e getta per i quali esistono alternative”. Inoltre, “Gli Stati membri hanno convenuto di raggiungere un obiettivo di raccolta delle bottiglie di plastica del 90% entro il 2029”. Nonché, “le bottiglie di plastica dovranno avere un contenuto riciclato di almeno il 25% entro il 2025 e di almeno il 30% entro il 2030”.

La direttiva contro la plastica si propone a favore dei prodotti riciclabili

Infatti, l’accento è per lo più posto su quei prodotti che per denominazione sono “monouso”, ovvero destinati ad unico utilizzo. Il singolo uso del prodotto in plastica prevede, dunque, che una volta esaurito il compito per cui è stato utilizzato, esso venga buttato. Da qui nasce il problema.

Nel mondo esistono una quantità di prodotti del genere grandiosa, i quali rappresentano gran parte dell’immondizia presente sulla Terra. Una politica ambientale, come quella europea, volta ad incentivare l’impiego di prodotti riutilizzabili potrebbe rappresentare una soluzione che mira a far diminuire la percentuale dei rifiuti in questione.

Inoltre, l’attenzione si sposta verso la necessità di utilizzare materiali biodegradabili. Ovvero, che si decompongono più facilmente in composti meno inquinanti. La prima rivoluzione “anti-plastica” era già avvenuta all’interno dei supermercati con le buste di plastica, le quali sono state sostituite da altre buste di plastica, ma biodegradabili. Anche se i più preferiscono ambire all’uso di buste riutilizzabili.

Mentre un fazzoletto di carta impiega 4 settimane per decomporsi, una bottiglia di plastica non si decompone mai completamente.

Leggere quanto “dura” la vita dei nostri rifiuti è un ottimo modo per sensibilizzare le coscienze a riguardo. La direttiva europea, per quanto severa possa sembrare, rispecchia solo un modo di far aumentare la consapevolezza in un ambito, come quello ambientale, che tanto ci preoccupa, ma di cui ci preoccupiamo con i fatti ben poco.

Francia, Grecia ed Estonia, si legge dell’ANSA, sono paesi che hanno ben recepito l’iniziativa europea. In Italia, la questione sembra essere più difficile del previsto. Le motivazioni, come spesso accade, sono per lo più economiche che ambientali.

In primo luogo, la direttiva europea in vigore dal 3 luglio prevede proprio la cancellazione (o riduzione) di determinati prodotti dal mercato. Ciò significa che apposite industrie create per la produzione di quegli articoli rischierebbero di chiudere definitivamente.

É bene sottolineare che non si tratta di un processo che dall’oggi al domani si realizzerà. Lo scopo è quello di poter commerciare ancora posate, bicchieri, cotton fioc e molto altro solo fino ad esaurimento scorte.

Dopo la data prevista, però, nessun paese europeo sarà autorizzato a produrre ancora merce in plastica monouso, pena l’infrazione.

A preoccupare i paladini del plasticfree, in Italia, sono le reazioni di alcuni ministri che considerano assurda l’approvazione di una simile direttiva. Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico, ha ad esempio dedicato parole pesanti all’accordo europeo, considerandolo:

Un approccio ideologico che penalizza le industrie italiane, lasciando sul terreno “morti e feriti” in termini di fallimenti aziendali e disoccupazione

Dalla sua parte, si riporta da Linkiesta, anche Confindustria, il cui presidente Carlo Bonomi, si è schierato sui social apertamente contro la norma antiplastica.

Il rischio è che tra i membri dell’Unione Europea si punti ad un recepimento al ribasso.

Una condizione in cui, insomma, ogni Stato si senta libero di praticare sconti sui materiali incriminati. Risparmiandoli, quindi, da un’eventuale cancellazione dal contesto commerciale. Non è questa la transizione ecologica indetta dalla direttiva europea.
Al contrario, l’economia circolare da essa garantita ha a cuore l’eliminazione di tutti quei materiali destinati ad un singolo uso, al fine di ridurre i rifiuti al minimo. La risposta dell’Italia sulla questione è ancora in bilico e punta tutto selle possibili “deroghe”. L’Unione Europea si dimostra finora agguerrita: se uno stato membro non rispetterà quanto previsto, dovrà pagarne le conseguenze.



Giulia Grasso