Come non essere stronzi: una guida

In EXPERIENCE by Noemi D'AlessandroLeave a Comment

Caro lettore, cara lettrice.

Caro gatto che hai aperto questa pagina zampettando sulla tastiera in cerca di una carezza.

Cara pianta grassa riflessa nello schermo del pc.

Cari poster, cari quadri, cari trucchi, care action figures.

Cari tutti, che nessuno si senta escluso.

Caro chiunque, almeno una volta, abbia detto, urlato o solo pensato che il mondo fa schifo, che è ingiusto, che è una merda.

Chiunque abbia subìto, chiunque abbia visto qualcuno subire.

Chiunque si sia chiesto, incredulo, tra le lacrime, “perché“.

Un “perché” che non ha un punto di domanda, un “perché” che non chiama risposte perché risposte a certe cose insensate, innate, inspiegabili, non ci sono.

Non te lo chiedi, lo pensi e basta questo “perché” trascendentale che non porta con sé una verità, che non è la prima tappa di un viaggio alla scoperta di una risposta, ma un immobile macigno che sbarra la strada.

E’ il perché che si chiede il bambino – il primo della classe, quello che la maestra tiene tanto in considerazione e al quale fa tante domande difficili sapendo che lui saprà risponderle sempre – quando i compagni di classe gli pestano le orbite a suon di pugni. Quando festeggia il compleanno con tante sedie vuote e palloncini a mezz’aria coi quali nessuno giocherà. Quando gli sparisce lo zaino, che ritroverà vuoto nel bagno della scuola. Quando tornerà a casa e per l’ennesima volta dovrà curarsi i tagli da solo e nasconderli ai genitori, pur di non sentirsi chiedere l’unico “perché” al quale né lui né i libri sanno rispondere.

Lo stesso perché della ragazza che trova la sua faccia, il suo culo, le sue tette condivise centinaia di volte insieme a emoji che ridono con le lacrime agli occhi e battute acide su quanto sia brutta/cessa/troia. La consapevolezza che toglie il respiro, il sapere che quelle foto, quei video, quei messaggi sono stati diffusi da chi ha giurato di amarla, da chi le ha detto, guardandola negli occhi, di potersi fidare. Una fiducia pagata a caro prezzo, una pena da scontare finché ogni copia di quella condanna multimediale giacerà prigioniera nelle gallerie di chissà quanti telefoni.

E potrei andare avanti a fare esempi per ore, andando a prendere casi specifici o storie generiche come le due appena descritte. E non è un caso che, a inizio articolo, abbia specificato che l’articolo è rivolto a tutti. Proprio A TUTTI. Perché, a meno che non abbiate vissuto in un deserto in totale solitudine e privi di qualsiasi interazione umana, un “perché” nel vuoto l’avete urlato pure voi.

E’ difficile darsi una risposta, quando questa si nasconde tra gli anfratti della natura umana, dove trova rifugio l’insensatezza dell’odio gratuito e dei meccanismi che portano ad attaccare chi è già per terra, in preda a quel delirio che solo le mani sporche di sangue ti offre. Che tanto poi, a lavarsele e a dispiacersi ostentando una finta empatia siam bravi tutti.

Trovo sia inutile analizzare cause, snocciolare possibili motivazioni, raccontare le dinamiche che scatenano questo tipo di reazioni scellerate. Esistono centinaia di articoli a riguardo, scritti da gente sicuramente più competente di me.

Lo scopo di questo articolo non è questo. Io voglio che vi ricordiate tutti i perché senza risposta della vostra vita. Voglio che ricordiate la paura, la frustrazione, il senso d’impotenza, la voglia di arrendersi a un’ingiustizia più grande di voi. E voglio che ricordiate questo, ogni volta che lo scrolling annoiato vi fa balzare sotto gli occhi la notizia dell’ennesima ragazza (o ragazzo. Perché sì, questa merda capita anche a chi non ha la vagina) subisce la doppia violenza dello stupro e della successiva gogna mediatica.

Harvey Weinstein, produttore

Oggi, penso al caso di Asia Argento e delle altre ragazze/donne di Hollywood che hanno denunciato gli abusi e le violenze di Harvey Weinstein, uno dei più influenti produttori del cinema contemporaneo.

La storia, per chi non la sapesse, è facilmente riassumibile con il classico cliché del ricco produttore che sfrutta sogni e ambizioni di giovani attrici a inizio carriera per ricevere attenzioni sessuali dalle stesse, in cambio di una “spintarella” nel mondo dello showbiz. Storia sentita e risentita mille volte, tanto da renderla simile a una leggenda metropolitana o a una roba che succede solo in contesti piccoli e loschi (basti pensare a un qualsiasi servizio delle Iene in cui ragazze giovanissime vengono chiamate a far provini in luoghi improbabili come bar, botteghe, alberghi e garage e che si ritrovano il solito porco di mezza età che dopo la stretta di mano passa alla pacca sul culo).

Naturalmente (e dico “naturalmente” con l’amaro in bocca e la consapevolezza che, in un mondo perfetto, non sarebbe così), alla notizia sono seguiti i soliti commenti di chi prende il “A cosa stai pensando?” di Facebook come un’implicita autorizzazione a sparare nell’etere qualsiasi scoreggia scambiata per pensiero che la loro mente è in grado di produrre.

Colpa sua. Se l’è cercata.

Prima la danno via e poi piangono (per citare l’illustre collega iscritto all’albo che per vivere si pregia di scrivere sul giornale che non nominerò e al quale riconosco l’unico merito di assorbire perfettamente le deiezioni del mio cane.

Anche queste reazioni, fanno tristemente parte dell’ordinario.

Vi ricordate la questione dei perché senza risposta? Vi ricordate il dolore, la frustrazione, la paura?

Ora, non vi sembra da stronzi anche solo pensare una delle cose di cui sopra? Non vi sentite la ragione di quei “perché” urlati al vuoto?

Farò uno sforzo enorme e tralascerò il discorso del sessimo. La questione per la quale una donna è troia a prescindere. Tralasciamo anche, stringendo i denti, il discorso del “cosa indossava/l’ha provocato/ne ha approfittato per far carriera”. Ignoriamo anche la polemica ridicola per la quale se non denunci entro un tempo limite allora non ti puoi lamentare. Sorvoliamo i “se l’è cercata” i “le è piaciutoe tutto questo groviglio di schifo che non è stato risparmiato a nessuna donna violentata.

Fingiamo di trovarci in un mondo ideale in cui queste cose non succedono.

Fingiamo che la questione “chi stupra ha sempre torto, a prescindere da chi sia /cosa faccia/ come si vesta la vittima” sia un assioma insito nella testa di tutti.

Forti di questa finzione, chiediamoci (relativamente al caso specifico delle attrici molestate dal produttore): è davvero così impensabile “cedere” alle avances di un porco che in quel momento occupa una posizione (in questo caso lavorativa) molto più importante della nostra? E’ così incredibile avere paura di vendette, di ritorsioni…? Davanti al pericolo, abbiamo tutti il sangue freddo di dire no? Davanti al compromesso, restiamo tutti saldi sui nostri princìpi?

Avete presente quella cosa che dicono nei film: se vedi un orso, fingiti morto? E’ così che m’immagino quei colloqui di lavoro. Un orso bavoso e terrificante che annusa e lecca i visi di una persona che si finge morta e che probabilmente dentro sta morendo lentamente. Lo lascia fare, si lascia toccare dalle zampe, dagli artigli. Stringe gli occhi, trattiene il respiro, e spera che tutto finisca presto per rimettersi in piedi e proseguire con la sua vita.

Non è, questo, un fardello abbastanza grande da dover sopportare?

C’è proprio bisogno di essere stronzi?