Come facevano sesso gli dei nei tempi antichi

La nobile (si fa per dire) arte della pornografia ha una lunga storia alle spalle. Per quanto l’espressione “lunga storia alle spalle” possa essere decisamente ambigua in questo contesto, è la pura verità. Infatti, le prime testimonianze sulla pornografia risalgono agli albori della civiltà. Già nella preistoria la raffigurazione di donne nude o uomini decisamente sproporzionati come statuette votive erano simbolo di prosperità. E non sono rare le rappresentazioni erotiche presso le antiche civiltà del Mediterraneo: a Pompei, ad esempio, si sono conservati perfettamente i lupanari con tanto di affreschi e giocattoli erotici! Anzi, è proprio a Roma e in Grecia (e perfino in Egitto) che nascono le mitologie più bizzarre in campo pornografico. Senza sfociare nelle più volgare scurrilità, sono qui proposti alcuni esempi di “mitologia erotica” delle antiche civiltà, culla del diritto e della democrazia, ma anche di imbarazzanti e decisamente “originali” pratiche sessuali!

Non si può non parlare di pornografia senza citare il famosissimo Priapo! Insomma, non c’è da chiedersi perché sia proprio Priapo il simbolo della fertilità. Era figlio di Venere, ma come ancora oggi si dice “la madre è sempre certa, il padre mai”: infatti la mitologia attribuisce la paternità a volte a Dioniso, a volte a Zeus (il fatto che Era, moglie di Zeus, fosse gelosa delle scappatelle del divino Giove giustificherebbe la punizione inflitta a Priapo sui sui genitali…), Hermes, Marte o Adone. Priapo rappresenta l’istinto e la forza sensuale maschile. Non è stato ammesso fra gli dei dell’Olimpo perché da ubriaco violentò Estia, patrona greca del focolare domestico. Il suo culto risale ai tempi di Alessandro Magno e fu ampiamente ripreso dai Romani soprattutto per le orge dionisiache, oltre al fatto che il suo culto fosse legato al mondo pastorale, all’agricoltura e all’allevamento di mandrie, greggi, pesci e api e le sue feste, le falloforie, avevano una grande importanza tanto in Grecia quanto a Roma. In occasione di queste feste, si compivano processioni portando enormi falli e cantando tipiche litanie in onore del dio. Il simbolismo fallico, inoltre, aveva scopi propiziatori per la fecondità delle matrone romane tanto che decorazioni falliche venivano portati ai polsi o al collo come gioielli. L’animale simbolo di Priapo è l’asino: non c’è bisogno di specificare il perché…

Il mondo pastorale presso i Greci e i Romani era ricchissimo di riti sessuali a scopo propiziatorio. Bacco e i satiri erano infatti deputati ai riti della prosperità e della fertilità, oltre che della vitalità sfrenata. Le Baccanali, infatti, erano feste a sfondo orgiastico in occasione della coltivazione delle messi. Queste “sfilate” erano compiute prevalentemente da delle donne introdotte al rito misterico di Bacco (o Dioniso) chiamate menadi o baccanti. In preda ad una sorta di isteria, le menadi vagavano come animali erranti e urlavano (così ci dice Catullo) “Euhoe Bacche”, mangiando carne cruda e squartando animali. Addirittura, per quanto licenziose fossero questi riti orgiastici, l’intransigente Catone il Censore propose di abolirle, confiscare e imprigionare gli organizzatori dei cortei. Che guastafeste: Catone non sapeva proprio come divertirsi. Divertimento a parte, una cosa scabrosa c’era: spesso i satiri o gli stessi dei si concedevano rapporti zoofili. Ricordiamoci di quel marpione di Zeus che nelle sue numerose tresche convinse belle pulzelle ad accoppiarsi con lui che aveva preso forma di animale!


A proposito di zoofilia. Vi siete mai chiesti da chi nacque il Minotauro? Pasifae, la regina di Creta, moglie di Minosse, si innamorò perdutamente di un toro bianco. Impazzita per questo animale, chiese a Dedalo, il famoso costruttore del labirinto, di costruire una vacca di legno, una sorta di cavallo (o in questo caso mucca) di Troia (evidente è il contesto ambiguo del nome…) in cui nascondersi per potersi accoppiare con questo toro. La storia si scrive da sola. Mater semper certa, pater numquam, dicevano i latini: la madre è sempre certa, il padre mai. Sempre qui torniamo. A quanto pare le corna non erano solo quelle del toro, vero Minosse? Secondo la biologia antica, infatti, l’utero materno era un ricettacolo che accoglieva il seme maschile: nel momento in cui quello di Minosse e del toro sono entrati in contatto nel corpo di Pasifae, l’origine mostruosa era inevitabile. Infatti la donna, per gli antichi, non trasmetteva il patrimonio genetico al nascituro: ecco perché “Minotauro” e non “Pasifotauro”. E’ proprio il caso di dire che frasi fatte come “Tua madre è una vacca” in un tale contesto non suonano affatto come insulti!

Un mito decisamente doloroso per i maschietti è quello di Attis. Attis era l’eunuco di Cibele, la Grande Madre Frigia, patrona degli animali selvatici, simbolo della natura, della creazione e della distruzione. A Roma venivano celebrati in suo onore i Ludi Megalenses che prevedevano dei cortei orgiastici in giro per la città guidati da eunuchi e sacerdoti frigi nei pressi del tempietto dedicato a Cibele sul colle Palatino. Ma cosa sono gli eunuchi? Senza tanti giri di parole, sono i castrati. Per chi non lo sapesse, la pratica dell’evirazione era molto frequente presso i sovrani orientali antichi soprattutto per affidare a persone impotenti la sorveglianza dei talami nuziali oppure per permettere ai giovanotti di entrare nelle cosiddette “voci bianche”. Infatti (ma questo gli antichi nello specifico non lo sapevano) la castrazione implica una serie di cambiamenti ormonali fra cui la tensione ad allargare la cassa toracica e il conseguente aumento della capacità polmonare. Fortunatamente ci siamo civilizzati un po’… Cosa c’entra Attis in tutto questo? Zeus, come sappiamo, era un mandrillone. Decise così di accoppiarsi con la Grande Madre e nell’atto sessuale un po’ del suo sperma cadde su un sasso lì vicino da cui nacque Agdistis, una divinità bisessuale che venne evirato dagli dei per la sua prepotenza. Dal pene e dal sangue del dio nacque poi una pianta di melograno (o di mandorlo). “Ma che bell’alberello! Mangiamo un buon frutto!” disse la ninfa Nana. E rimase incinta. Fu così che nacque Attis che crebbe bello e forzuto, allattato da una capra. Durante il suo matrimonio con una delle figlie del re Mida, Agdistis, che si era innamorato del giovane Attis, per averlo tutto per sé, fece impazzire i convitati fra cui lo stesso Attis che si taglio i genitali. Dall’effusione di sangue nacquero le viole mammole.

Infine, presso i Greci non era rara nemmeno la pederastia, quella che forse oggi con un termine poco elegante e anzi connotato negativamente chiameremmo pedofilia. Lungi dall’idea moderna, presso la Grecia Antica la pederastia era un rituale codificato che spesso avveniva nell’adolescenza fra un uomo più anziano e un ragazzo. Non c’era, insomma, nulla di strano: anzi era frequente che il più anziano fra i due addirittura corteggiasse il più giovane! C’è di più: una tale pratica perdurò per molto tempo anche al di fuori della Grecia! Giacinto, Zefiro, Apollo: sono solo alcuni nomi legati a questa usanza, ma l’origine mitologica è dovuta ancora a lui, il “mandrillo dell’Olimpo” Giove. Infatti, il dio degli dei si era invaghito di Ganimede. Trasformato in aquila, il dio portò sull’Olimpo il giovanotto che divenne il coppiere degli dei. La coppia Zeus-Ganimede rappresenta dunque l’archetipo del rapporto omoerotico fra un adulto e un ragazzo con funzionalità iniziatiche per introdurre nella comunità dei grandi. Un’ultima curiosità: oggi Ganimede è il satellite più grande del pianeta Giove, guarda caso.

In quanto al sesso, ai Greci e ai Romani “piaceva farlo strano”, parafrasando una celebre frase di Carlo Verdone. Insomma: chi si può permettere di venire fuori dal letto e far nascere una pianta?



Andrea Colore