Anna Maria Ferrero, la storia di una scelta difficile

“Ah l’amore questo folle sentimento che…”, e in virtù di questo sussulto irrefrenabile che fece palpitare a lungo il suo cuore, l’attrice italiana Anna Maria Ferrero nel 1962 sposò l’attraente Jean Sorel, pseudonimo di Jean de Combault-Roquebrune: i due si erano conosciuti due anni prima, durante una delle tante luccicanti feste pervase dalla magica e suggestiva atmosfera della Dolce Vita romana che abbellivano, coloravano e contraddistinguevano quel periodo. Lei era già una presenza abbastanza rilevante nel mondo del cinema italiano, lui invece era uno dei tanti attori emergenti che al netto della bravura poteva solo rivaleggiare in quanto a fascino, con il bel tenebroso Alain Delon, suo illustre connazionale.

Consumato il rito, da quel momento l’attrice romana cominciò vieppiù a diradare le sue presenze sul set: preferiva invece agevolare l’inserimento cinematografico dell’affascinante marito, sfruttando appieno le sue importanti e decisive conoscenze.

Una scelta legata solo al sentimento non è mai troppo difficile se è sola, ma col tempo può rivelare qualche figlia spuria e diventare pericolosa e dunque misteriosa. Nascondeva forse anche una protezione eccessiva del suo rapporto affettivo dall’insidia della lontananza che di fatto aveva precluso in passato la lunga storia d’amore con il baldo Vittorio Gassman che in realtà le rimproverava indecisioni artistiche; oppure la cocente disillusione poiché incapace di immedesimarsi in ruoli che non le appartenevano più; o ancora il latente desiderio d’immolarsi sull’altare della famiglia? Non si è mai saputo. Fatto sta che tale e repentino abbandono priveranno il nostro cinema di una significativa oltre che bella presenza. A parte la bravura, conclamata da una frequenza assidua tra teatro di prosa, rivista e cinema, la Ferrero infatti si faceva anche valere anche per le sue non comuni fattezze fisiche e dunque non aveva nulla da invidiare a molte delle sue colleghe anche d’oltreoceano: una su tutte Natalie Wood a cui in qualche modo assomigliava.

Sia come sia dopo aver recitato con il bel consorte nel film”Un marito in condominio”, Anna Maria lasciò incompiuto il suo percorso intrapreso nel mondo dello spettacolo e lo fece dando ancora una volta prova del suo  eccellente valore artistico interpretando ” Controsesso”: un film del 1964 genere commedia all’italiana strutturato in tre segmenti diretti rispettivamente dai registi Franco Rossi, Marco Ferreri e Renato Castellani. In ognuno di questi episodi la pellicola mette sotto la lente d’ingrandimento le nevrosi di coppia e i suoi paradossi nell’intimità della comune sfera erotica che si adegua anche attraverso i sottili e perversi rituali codificati da forzata condivisione della vita domestica.

Nel primo” Cocaina d’amore”, una vivace e piacevole Anna Maria Ferrero, si rende protagonista di una stupenda interpretazione, rendendo quasi gradevoli le singolari paranoie di una moglie annoiata che decide di drogarsi e tenta di coinvolgere con tragicomici risultati il marito Nino Manfredi a sua volta degno compare di bravura nell’acquisizione del ruolo.

Un congedo di classe questo che sugella la sua personale caratteristica di esprimere uno stile leggero alternato a una ragguardevole versatilità, che l’avevano fin lì condotta: d’altronde era stata diretta dai maggiori registi dell’epoca come Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Vittorio De Sica e Michelangelo Antonioni, accumulando nel lasso di tempo tra il ’49 e il ’64 oltre quaranta pellicole. Ma si era molto dedicata anche al teatro di rivista e a quello di prosa, e in quest’ultimo ruolo vestendo più volte i panni di Ofelia in Amleto e di Desdemona in Otello.

Erano i tempi in cui essere attrici significava dizione, canto, ballo e tanta gavetta oppure in altri casi avere un talento tale che preludeva immancabilmente al classico colpo di fortuna: essere al posto giusto per un incontro nel momento giusto.

E fu proprio per questo che Anna Maria Guerra, così risultava all’anagrafe, esordì nel cinema in maniera del tutto imprevista quando nel 1949 l’attore e regista Claudio Gora la notò mentre camminava per le strade Roma. Così, appena 15enne, venne scritturata per il film “Il cielo è rosso”, tratto da un romanzo di Giuseppe Berto in cui si narrano le vicende a tinte fosche di un gruppo di adolescenti. Scelse poi il cognome Ferrero per omaggiare il padrino, il musicista statunitense Willy Ferrero, l’unico che l’abbia davvero spinta a intraprendere la carriera nel cinema, osteggiata invece dai genitori.

Da allora fu un susseguirsi di copioni: “Il conte di Sant’Elmo” di Guido Brignone, “Il Cristo proibito” di Curzio Malaparte, il primo ruolo da protagonista ne “Le due verità” di Antonio Leonviola. Ma di ruoli primari non ce ne furono molti altri, sebbene lavorò con i maggiori talenti dell’epoca: “Le infedeli” di Mario Monicelli, “Napoletani a Milano”, dove recitò con Eduardo de Filippo. “Cronache di poveri amanti” di Carlo Lizzani; “Totò e Carolina” e tanti altri. L’amore per il teatro arrivò in seguito: nel 1953 Anna Maria Ferrero entrò a far parte della compagnia teatrale di Vittorio Gassman, che diventerà suo compagno anche nella vita, fino al 1960 e con il quale aveva girato “Il mattatore” che assieme alla splendida performance di “Gastone” in coppia con l’altro mostro sacro del cinema italiano Alberto Sordi, rappresentano la vera sua essenza artistica. Quando, in quell’anno, ritornò al cinema ma in ruoli minori, come quello di Ninetta ne “Il gobbo” di Carlo Lizzani,  incominciò un’altra storia che l’avrebbe definitivamente allontanata dal mondo del cinema per ritirarsi anonima a vivere nella periferia di Parigi. Sbagliata, discutibile o giusta che fosse è la storia che riflette di più l’immagine di una donna dolce e tenera apertamente in contrasto col suo essere caratterialmente vivace e irrequieta. Una storia che dunque esprime le contraddizioni di una vita assieme alla capacità di viverla a modo suo. Di lei questo si ricorda oggi che non c’è più.  A darne la ferale notizia lo scorso ventuno di maggio di quest’anno è stato il marito Jean Sorel: l’amore sacro di Anna Maria che ha fatto diventare profano l’altro amore: quello rimasto segreto e forse vissuto in fondo alle pieghe dell’anima dove c’è l’immensità, come cantava Lucio Battisti.



Vincenzo Filippo Bumbica