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Bugonia la recensione: Lanthimos e la dialettica alieno-padrone

Al cinema dal 23 ottobre Bugonia è l’ultima pellicola del regista greco Yorgos Lanthimos (Leone d’Oro a Venezia 2023 per Povere creature!). Anche stavolta l’autore ricorre alla fantascienza, con buone dosi di thriller psicologico.

La trama

Teddy (Jesse Plemons), apicoltore per diletto e paranoico complottista di professione, decide insieme al cugino Don di rapire Michelle Fuller, amministratrice delegata di una grande compagnia farmaceutica (Emma Stone) — nonché sua capa — convinto che la donna sia un’aliena della specie andromediana.Bugonia recensione

Secondo Teddy, gli andromediani si stanno sostituendo gradualmente agli esseri umani per prendere il controllo del pianeta. Si considera il solo capace di vedere la verità dove tutti gli altri credono alla menzogna, e si ritiene l’unico “illuminato” in grado di negoziare con le alte rappresentanze aliene per raggiungere un accordo di pace.

Dopo averla rapita e imprigionata, tortura fisicamente e psicologicamente Michelle, affinché riveli la sua vera natura e lo porti con sé sull’astronave madre.

Remake del film coreano Save the Green Planet! di Joon-hwan Jang, con Bugonia Lanthimos torna su uno dei temi che più gli appartengono: il rapporto di potere tra vittima e carnefice.

Il mio nemico alieno

Parafrasando il titolo di un film di fantascienza che ha ben poco a che vedere con BugoniaIl mio nemico di Wolfgang Petersen (1985), dove un alieno e un umano diventano amici dopo essere stati nemici — nel film di Lanthimos assistiamo a un vero e proprio scontro con il diverso.

Teddy, interpretato da un magistrale Jesse Plemons, rapisce Michelle, una donna agli antipodi della sua condizione. Se lei è benestante, di successo, in perfetta forma fisica, colta e dotata di solide argomentazioni, lui è un magazziniere trascurato, segnato da un passato di abusi e sofferenze, che vive isolato nella casupola della sua infanzia con l’unica compagnia del cugino Don, ingenuo e privo di strumenti critici.

Nel totale isolamento, Teddy si dedica ad accudire le sue api e ad autoistruirsi su internet, nutrendosi di teorie complottiste che lo confortano e lo chiudono in una realtà alternativa e psicotica, impenetrabile a qualsiasi logica esterna.

Frustrato e colmo di rabbia repressa, non può che riversarla sul capro espiatorio da lui scelto: la vincente Michelle Fuller, che incolpa inconsciamente di tutte le sue sofferenze, pur senza riuscire ad ammetterne i veri motivi.

Chi è il vero prigioniero?

Rasata a zero — per evitare che i suoi capelli comunichino con gli alieni — e cosparsa di una crema “in grado di indebolirla”, Michelle viene segregata nella casa di Teddy.
Emma Stone si offre completamente al ruolo con abnegazione e carisma, in un look memorabile e di forte impatto visivo. Comincia così la seconda fase: il confronto con l’alieno.
In un crescendo di tensione psicologica, Lanthimos fa ciò che gli riesce meglio: descrivere la prigionia mentale e fisica di chi è vittima di un abuso di potere. Il paranoico vuole che la sua verità sia riconosciuta; la prigioniera resiste con ogni mezzo, verbale e non.bugonia recensione

Ma lo scontro non è così impari come sembra. Teddy, il carnefice, è in realtà più fragile psicologicamente della sua vittima. Durante la prigionia, Michelle passa dall’essere umiliata all’essere paradossalmente riverita.
L’ego smisurato di Teddy — convinto di essere un genio per aver “scovato” gli alieni — si infrange contro la lucidità e la scaltrezza della sua prigioniera.

La scena a tavola è tra le più riuscite: Lanthimos mostra come il potere del linguaggio possa trasformare il carceriere nel vero prigioniero, intrappolato nelle sue certezze e incapace di vedere oltre la propria paranoia.
Non è un caso che proprio dalle parole scaturisca la morte di Don, il personaggio più vulnerabile della storia, vittima della cieca obbedienza e dell’assenza di prospettive. La sua scomparsa innesca una spirale ancora più violenta e disperata.

Potere, paranoia e incomunicabilità

Nonostante la freddezza e il cinismo di Michelle — che incarna l’indifferenza delle grandi corporation farmaceutiche verso l’uomo comune — lo spettatore tende a parteggiare per lei, colpito dalla lucidità e dagli stratagemmi con cui cerca di sopravvivere alla follia del suo persecutore.
Il film è più “soft” rispetto al coreano Save the Green Planet! nel descrivere le torture, ma mantiene un’intensità psicologica altissima.

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Il sacrificio del cervo sacro

Lanthimos torna così a uno dei suoi temi prediletti: l’ambivalenza del potere tra vittima e carnefice, come già accadeva ne Il sacrificio del cervo sacro (2017), dove un padre (Colin Farrell) imprigiona e tortura un ragazzo che con i suoi poteri psichici minaccia la sua famiglia. Chi ha davvero il comando?
In entrambi i casi la retorica si scontra contro un muro invalicabile contro cui è inutile qualsiasi ragionamento razionale.In Bugonia contro la paranoia di Teddy; nel Cervo sacro contro la legge intransigente del ragazzo che per vendetta impone al protagonista un sacrificio ineluttabile. Sono schemi rigidi contro i quali non è possibile alcun azione, se non aderire alla loro estrema irrazionalità. Riemerge così il tema dell’incomunicabilità, che nel pessimismo di Lanthimos investe tutti gli esseri umani — figurarsi gli alieni.
Lo stesso si ritrova in The Lobster, Dogtooth. Ne La favorita, tornano le ambivalenti dinamiche servo padrone, perfettamente incarnate dall’eccelsa prova di Emma Stone.

Un eroe paranoico per il bene del pianeta

Dopo aver costruito con sapienza la “dialettica alieno-padrone”, in cui non si sa mai chi abbia davvero le catene, Lanthimos — in linea con il film originale — non rinuncia alla sua visione pessimistica.
Il colpo di scena finale invita a rivedere tutto ciò che si è visto con occhi diversi: il folle Teddy potrebbe addirittura essere l’eroe della storia.
Un messaggio provocatorio e disturbante: E se l’unico eroe di cui l’umanità dispone fosse un alienato, uno squilibrato? Merita davvero la salvezza, questa umanità?

Con una sequenza conclusiva non violenta ma intrisa di eleganza mortifera, il regista lancia la sua scomoda provocazione: forse ciò che accade è davvero necessario.
Nel suo pessimismo cosmico, l’umanità è più utile da estinta che da viva. Ed è proprio dalla sua morte che potrebbe nascere la vita — come suggerisce il titolo. 

Questa è una vera e propria inversione del plot di Ultimatum alla terra (1951, 2008) in cui un alieno arriva sul pianeta per sterminare gli esseri umani, considerati un razza pericolosa per l’intero universo, ma viene convinto a non farlo dalla profondità dei sentimenti di alcuni di loro. In Bugonia avviene il contrario: la stupidità umana spinge gli alieni, che inizialmente vorrebbero salvare l’esperimento umano, a provocarne l’estinzione.

Il significato di “Bugonia”

Dal latino, bugonia significa nascita delle api dai corpi dei buoi: una leggenda delle Georgiche di Virgilio secondo cui la vita delle api sorge dalla decomposizione degli animali.
Nel finale del film, gli animali continuano a vivere: la loro sopravvivenza è permessa dall’estinzione del più grande predatore. L’ironia di Lanthimos è nichilista e disturbante. 

Bugonia recensione

C’è chi potrà vederla come un mero esercizio di stile — e il rischio esiste — ma la costruzione narrativa e la tensione psicologica sono così efficaci da rendere la provocazione un finale autoriale che non vanifica quanto visto in precedenza.
Anche se la morale può se vogliamo ridursi a uno slogan (“l’uomo distrugge se stesso e il pianeta”), il film supera la retorica con la sua ambiguità, lasciando allo spettatore il compito di decidere a quale finale credere in un gioco registico ben costruito.

Un sagace thriller psicologico sul rapporto ambivalente tra vittima e carnefice, remake di un film coreano 

Voto: 8/10

Francesco Bellia