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Zlatan: il film su Ibrahimovic scava nel profondo del suo passato

Sport e cinema si stanno legando in maniera molto più forte oggi che in passato. Sono sempre più frequenti le pellicole che raccontano la vita di sportivi e sportive che hanno scritto la storia. Poco tempo fa è uscito il film dedicato a Roberto Baggio, “Il divin codino”; prima ancora la serie su Francesco Totti, “Speravo de morì prima”. Oggi è il turno di “Zlatan”, il film biografico su Zlatan Ibrahimovic.

La pellicola, diretta da Jens Sjogren, vede Dominic Bajraktari Andersson nei panni di Ibra bambino, mentre Granit Rushiti interpreta Zlatan adulto.

Zlatan Ibrahimovic, classe 1981, è uno dei centravanti più forti della storia del calcio. Attaccante completo, dominante, il fuoriclasse oggi in forza al Milan è un personaggio fuori dagli schemi. Di Ibra non ricordiamo solo le prodezze col pallone tra i piedi, ma anche il suo carattere esuberante ed egocentrico.

“Zlatan” racconta non tanto la carriera calcistica di questo fantastico calciatore, ma tutto ciò che gli ha permesso di diventarlo. Il film si concentra sulla sua difficile infanzia e sulla sua adolescenza. L’aspetto calcistico è sì al centro della narrazione, ma nella sua fase potremmo dire “pre fama”, con poche scene della carriera da professionista tra le file del Malmo e dell’Ajax.

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Il film, insomma, non parla di Ibrahimovic, parla di Zlatan. Figlio di emigrati balcanici, Zlatan è un bambino che trova nel calcio la sua unica valvola di sfogo, in un contesto che sembra volerlo emarginare a tutti i costi. Il difficile rapporto dei suoi genitori tra loro è poi un enorme peso che grava sulle sue spalle; il padre, ad esempio, si dimentica sempre di portarlo agli allenamenti e alle partite. Ed ecco che il piccolo Zlatan si trova a dover fare tutto da solo, a dover lavorare il doppio degli altri per essere alla pari dei suoi compagni. Ma a lui non basta essere come gli altri, vuole essere il migliore, e il calcio sembra poterlo mettere sulla strada giusta.

Senza testa però non si va da nessuna parte, ed ecco che dalla visione traspare anche l’aspetto psicologico del giovane Zlatan. Il talento è dalla sua, ma è il lavoro mentale che gli può consentire di superare ogni ostacolo e di diventare il migliore. È una costante, questa, che gli viene ripetuta fin dalle sue prime squadre e dai suoi primi allenatori. Emblematica, a tal proposito, l’ultima partita da bambino nella squadra locale prima di approdare al Malmo. Per via del suo ritardo l’allenatore gli infligge la punizione di partire dalla panchina, nonostante sia ben conscio che Zlatan è il più forte dei suoi. In evidente difficoltà, l’allenatore lo manda in campo, senza pensarci due volte ad etichettarlo “stronzetto arrogante” prima del suo ingresso.

Nel vedere il film lo spettatore non si trova davanti a un personaggio idilliaco, anzi. Quello che emerge da tutti e 100 i minuti è un ragazzo imperfetto, mosso da sentimenti spesso anche di paura per tutto quello che è costretto a vivere. Ed è proprio questa situazione che ha forgiato il suo carattere e gli ha permesso di diventare il fuoriclasse che è oggi, capace di dominare in campo anche a 40 anni.

“Zlatan” è un film godibile, diverso da quello che ci si potrebbe aspettare, il che non è un difetto Se il regista avesse deciso di concentrarsi solo sulla sua carriera calcistica la narrazione ne avrebbe risentito parecchio. E sarebbe stata una storia conosciuta da tutti. Rappresentare la sua infanzia, invece, ha permesso di conoscere un’altra faccia di Ibrahimovic. La faccia di Zlatan.



Marco Nuzzo