Vita, morte e miracoli di un attore straordinario: Giorgio Albertazzi

In SPETTACOLO by Vincenzo Filippo BumbicaLeave a Comment

“Aspettavo, avevo tempo, ho sempre creduto di avere tempo”. La vita è un libro aperto e lui ultranovantenne d’assalto non può più aggiungere nessun’altra pagina al romanzo di un giovane povero diventato ricco e famoso. La morte non sa leggere e ha deciso di bussare alla sua porta di già socchiusa.

È un Valentino all’incontrario quel candido signore dalle mani bianchissime vestito del colore di un biancospino che col suo panama in testa attende il suo ospite estremo: dovrà trovarlo a posto. Lo sguardo all’orizzonte a oltrepassare l’azzurro del mare Egeo e sul riverbero solare spicca sul set di “La sindrome di Antonio”, la pensierosa postura di Giorgio Albertazzi: precederà di qualche tempo le parole della sua ultima intervista datata maggio 2016, ossia 15 giorni prima della sua scomparsa avvenuta il 28 maggio dello stesso anno.

“Sto andando via, lo so benissimo. Lo so e lo sento, e non me lo nascondo”.

Cosa vuol dire maestro?

“Che ho il coraggio di dire che sto morendo, Perché non è la verità? Io non ho paura e non è una cosa strana. Semplicemente la mia vita è alla fine. Sto su questa sedia ho l’età ma non ho le forze. Non ho bisogno di medici che me lo dicano. Non ho bisogno di farmaci che mi illudano. La vita è fatta così: inizia e poi finisce”

Se volesse chiuderla in bellezza?

“Il sogno, perché ovviamente di questo si tratta, sarebbe di mettere in scena Giulietta e Romeo interpretato da due vecchi. Da me e da Valeria Valeri. Per farlo alla rovescia e in qualche modo iniziare dalla fine. Esiste qualcosa di meglio dell’età matura per studiare i sentimenti? I vecchi hanno un po’ capito la vita, non tanto ovviamente. Ma un po’ sì. Forse per potersene andare con serenità, consapevolezza e amore”.

Il racconto di una vita dedicata all’arte e alla spasmodica ricerca del bello punteggiata da eleganti ossimori frammisti a eclatanti risvolti, comincia a Fiesole nella dépendance della villa del grande critico americano Bernard Berenson dove nasce il 20 agosto del 1923.

“Mio nonno era il suo maestro muratore. Era lui che aggiustava, rifaceva le serre, il giardino e la manutenzione delle case. Fu così che diventai architetto”.

E come divenne attore?

“Ero stato da piccolo a vedere un’opera lirica, “La figlia di Jorio”, a Settignano con mia nonna Leonilde. Quando Mila uscì di scena, io corsi a vedere dove andava dietro le quinte… L’eros è femminile, l’eros è teatro. C’era Memo Benassi che diceva “un attore deve essere femmineo sennò che attrice è?”.

Esordì sul palcoscenico nel 1949 in “Troilo e Cressida” di Shakespeare per la regia di Luchino Visconti al maggio musicale Fiorentino, continuò con Il candeliere di De Musset e arrivò al successo nel 1956 con Il seduttore di Diego Fabbri nella tournée americana della compagnia formata con Nora Ricci, Eva Magni, Anna Proclemer e Tino Buazzelli. Rimarranno nella storia una Figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio,  L’uovo di Marceau (1957), Requiem per una monaca di Faulkner-Camus, Spettri di Ibsen (1958), I sequestrati di Altona di Sartre (1960).

Nel 1956 nacque la compagnia Proclemer-Albertazzi che raggiunse una delle punte più alte di quel teatro popolare costituito dalle le compagnie, quel teatro cioè che ha contribuito a formare la cultura teatrale nazionale. Da Shakespeare a Ibsen, da George Bernard Shaw a Vitaliano Brancati, da Pirandello a D’Annunzio: insieme Albertazzi e Proclemer hanno fatto centinaia di testi. Moltissimi i traguardi: nel 1964, in occasione del 400º anniversario della nascita di Shakespeare, debuttarono all’ Old Vic di Londra con Amleto, diretto da Franco Zeffirelli e nel ’69 presentarono alla Scala di Milano Edipo re di Sofocle.

La televisione aveva iniziato a trasmettere da soli ventisei giorni quando Albertazzi nel suo primo programma dal titolo La prosa del venerdì, recitò in diretta nella tragedia di Shakespeare Romeo e Giulietta. Inaugurò il divismo televisivo con la serie ideata da Carlo Terron L’appuntamento con la novella. Poi venne L’idiota di Dostoevskij, seguito da 14 milioni di telespettatori, che lo fece diventare famoso come Vittorio Gassman (di cui è stato considerato a lungo il rivale). Memorabili in televisione anche un Don Giovanni di Molière e un Romeo, sempre del grande drammaturgo inglese. Era il 1960 e tutto si svolgeva in diretta: in Un giorno di pioggia, Arnoldo Foà lo picchiò in testa con una bottiglia che doveva esser finta e invece era vera ma lui continuò a recitare sanguinando. Avrebbe continuato a flirtare con mamma Rai proponendo nel 1965 la miniserie televisiva Vita di Dante; impressionando gli spettatori con le orride apparenze di Mr. Hyde contrapposte al delicato volto di Jekyll nel 1969 e a distanza di cinque anni impersonando con la consueta classe, il raffinato e intuitivo detective Philo Vance, nato dalla fervida fantasie dello scrittore americano che si firmava S.S. Van Dine.

“Mamma mia, ero proprio bello… È incredibile che non abbia praticamente mai fatto cinema. Colpa della sinistra, che prediligeva altre facce: era l’epoca dei tassinari. Io, invece, ero aristocratico, poco italiano”.

Eppure oltre “L’anno scorso a Marienbad “di Alain Resnais che si può considerare il suo capolavoro, altri validi titoli arricchiscono il suo curriculum cinematografico. Tra gli altri: “Eva” di Joseph Losey;” Ti ho sposato per allegria” di Luciano Salce; “L’avvocato De Gregorio” di Pasquale Squitieri e il suo primo e unico film come regista cinematografico: “Gradiva” del 1970 dove appare anche Laura Antonelli. La pellicola ebbe grossi problemi con la produzione e la distribuzione, uscì solo in alcune sale e venne presto ritirato.

Ma era il teatro il soffice guanciale su cui appoggiava la sua testa piena di progetti mentre il suo corpo attraversato da un’energia vitale saltabeccava senza pause da un palcoscenico all’altro

Al Teatro La Fenice di Venezia nel 1980 curò la regia e l’adattamento di” Peer Gynt” di Henrik Ibsen con musiche di scena di Edvard Grieg. Quando a metà degli anni Ottanta finisce l’amore con Anna Proclemer, l’inquieto attore fiorentino prosegue anche professionalmente per conto proprio: nel 1994 fonda e dirige il Laboratorio Arti Sceniche Città di Volterra, dal 2002 per cinque anni  è direttore del Teatro di Roma, intanto porta in giro le tante letture di Dante (nel 2009, per Rai 2, ha registrato laDivina Commedia”, fra le rovine del centro storico dell‘Aquila dopo il terremoto del 6 aprile), nel 2004 con Dario Fo battezza un ciclo di lezioni sulla storia del teatro, va al Teatro Greco di Siracusa per un Edipo a Colono di Sofocle diretto da Krzysztof Zanussi. Negli ultimi anni è stato spesse volte al Teatro Ghione di Roma con Il mercante di Venezia, e qualche anno fa fu Prospero in scarpe da ginnastica al Teatro Globe di Roma invitato da Gigi Proietti in La tempesta” di Shakespeare con la regia di Daniele Salvo. Scolpita nella pietra del monolite teatrale indimenticabile resta la sua ultima performance: “Memorie di Adriano” tratto dal romanzo di Marguerite Yourcenar. Si chiude così una produzione artistica immane ingentilita da ricami artistici di grande pregio e avallata da clamorose estemporaneità da istrione.

Ricordi, rimpianti, rimorsi e desideri?

“Sono come re Lear e vorrei morire sul palcoscenico”. Sempre lucido e presente a sé stesso in possesso di una memoria eccezionale e di un animo avventuroso, aggiunge: “Anche delle mie donne ricordo tutto. Rammento ogni attimo, ogni dettaglio d’amore. Se non ci fossero le donne, la vita sarebbe come una stanza chiusa senza finestre. Noi uomini siamo molto più grezzi. Ecco, la donna è una finestra che si apre”. E tra i suoi amori ci furono Anna Proclemer, Bianca Toccafondi, Elisabetta Pozzi, Mariangela D’Abbraccio. Il 12 dicembre 2007 si era sposato a Roma nonostante i 36 anni di differenza con Pia de’ Tolomei, discendente della nobildonna di dantesca memoria.

Tra i suoi vizi pubblici e virtù private, c’erano quelle di vivere con lo stesso entusiasmo un certo tipo di cultura alta coltivando nel mentre il fiore della leggerezza: solo così si ricorda la sua partecipazione nel 2014 a Ballando con le stelle su Rai 1. Perché le contraddizioni, fare il bastian contrario, gli erano sempre piaciute. Anche in politica. Nel 1996 si era candidato alla Camera sostenuto dal centrodestra. Era stato repubblichino confesso e classificato di destra, come Dario Fo, col quale l’anno dopo interpretò un suo testo, insieme con Franca Rame dal titolo Diavolo con le zinne, al Festival di Taormina.

Bello, era sempre stato bello: biondo e aitante da giovane, ma anche ora che il viso si era scavato era sempre un bel signore, forse solo un po’ immalinconito. Questa sua ultima immagine non può rimanere confinata in una lapide ma vaga nell’aria soprattutto nell’etere a ricordare il culto della bravura accoppiata alla bellezza nella sopraffina arte della recitazione.

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Vincenzo Filippo Bumbica

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4-7-1947: Un giorno, una data, una storia. Un giorno in cui si festeggia l’Indipendence Day; una data che ripete i primi due numeri che nel bene e nel male hanno segnato il mio destino; una storia di vita vissuta diversamente. Tutto cominciò quella sera dove nel silenzio più assordante di una notte stellata, dolce, chiara e senza vento, luccicante solo dal balenio delle lucciole, fu anche accertata e accettata la mia presenza nel mondo. Come se fosse scritto nelle stelle, coincidenza volle che dovessi scrivere di altre stelle sportive e cinematografiche disegnando i loro ritratti con i colori dell’epica e della fantasia. Dai toni eleganti del bianco e nero a quelli arcobaleno cambia il tempo ma non il significato.