Violenza sulle donne: la scrittura come terapia

Scrivere è un’azione necessaria e naturale che ognuno di noi compie quotidianamente in svariati momenti della giornata, in diversi contesti e per vari motivi. La scrittura però in realtà può anche avere una certa valenza terapeutica con effetti certamente benefici. Da quasi vent’anni infatti un crescente numero di studi ha dimostrato come scrivere riguardo le proprie emozioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti verso soprattutto certi eventi negativi o addirittura traumatici, può aiutare a combattere l’ansia e risolvere conflitti interni.

Come afferma il poeta tedesco Wilhelm Müller tramite la scrittura possiamo far in modo che le nostre ferite “diventino lo strumento per esplorare la nostra vera essenza, possono rivelare gli intrecci più profondi del proprio cuore e della propria anima, se solo siamo capaci di sederci lì con loro, di aprirci al dolore senza reprimere nulla, senza giudicare”.

Ecco perché molte donne vittime di maltrattamenti, violenza sessuale o psicologica, che siano scrittrici di professione o non, hanno preso la forte decisione di raccontarsi in prima persona sia per esorcizzare il proprio dolore ma anche per dimostrare quanto sia importante uscire dal silenzio e denunciare gli abusi perpetrati a danno del corpo e dell’anima delle donne.

Da Rihanna a Madonna a Pamela Anderson, sono tante le cantanti e attrici di fama internazionali che hanno confessato di aver subito stupri, molestie o tentativi di stalking, durante l’adolescenza o nel presente, da parte di ex gelosi o accaniti fan. Questi racconti risultano fondamentali per veicolare il messaggio che la violenza può colpire chiunque, non solo le donne comuni, ma si annida anche all’interno dello sfavillante star system.

Molte di loro poi non si sono limitate ai racconti durante le interviste ma hanno utilizzato le loro brutte esperienze come fonte di ispirazione per i testi delle loro canzoni oppure per scrivere romanzi autobiograficiTori Amos ad esempio, famosa voce del rock americano, ha usato la sua musica per raccontare la violenza carnale subita nel 1985.

Una tra queste poi è la cantautrice canadese Alanis Morissette che in un’intervista al britannico Daily Mirror nel 2008 affermò: “Sono stata vittima di uno stupro, quando ero adolescente. E adesso sto scrivendo un libro che racconti la storia della mia vita. Esporrà con tutti i particolari alcune delle cose che ho vissuto, gli abusi che ho sofferto, mi aiuterà a liberarmi dai sensi di colpa”.            

E a differenza di quello che si potrebbe pensare, anche quando i soldi, la fama e gli anni trascorsi sembrano aver scolorito i ricordi, in realtà non è così. “Vi dirò una cosa— afferma la cantante— uno stupro vi cambia l’esistenza per sempre”. 

Talvolta la violenza, che sia fisica o psicologica, è presente anche nelle apparenti confortevoli mura domestiche e perpetuata dalle persone che più stanno a cuore ad una donna. Un racconto d’esempio è la graphic novel 7° piano di Asa Grennvall pubblicata nel 2014. La protagonista è l’autrice stessa; e la vicenda narrata risulta la denuncia di una storia autobiografica.

Asa, studentessa di Belle Arti, incontra Nils che all’inizio sembra avere tutte le caratteristiche dell’uomo ideale: protettivo, gentile, attento. Ma in realtà Nils è anche gelosissimo; e a poco a poco la sua possessività diventa un problema insormontabile fino a trasformarsi in un vero e proprio dramma di violenza domestica, obbligando Asa a rinunciare alla vita sociale, amici, opinioni, fino ad annientarne l’identità. E così la violenza psicologica diventa a poco a poco violenza fisica.

Come afferma l’autrice: Ciò che accade all’interno delle mura domestiche riguarda tutte e tutti. Riguarda le istituzioni, che hanno il dovere di proteggere, prevenire e punire, ridando alle donne la fiducia e la voce. Riguarda i mezzi di comunicazione, che devono abbandonare le rappresentazioni stereotipate che rafforzano sentimenti di dominio e possesso degli uomini sulle donne“.

La pittrice romana e recentemente scrittrice Domitilla Shaula Di Pietro, ha da poco pubblicato il romanzo autobiografico Sei ore e 23 minuti. Sei ore e 23 minuti è proprio la durata della violenza sessuale da lei subita, ben dodici anni fa. L’autrice immagina due protagoniste, Frida 1 e Frida 2: la prima è quella che ha subito la violenza, mentre la seconda trascorre la sua vita in normalità. La descrizione della violenza è dettagliata e cruda, e colpisce come un pugno in pieno viso. Per dodici anni Domitilla non ha mai parlato di quella notte, dove dopo essere stata minacciata con una pistola, venne sequestrata da un uomo che conosceva appena. Infatti «soltanto mia nonna, mia sorella e una mia amica sapevano. Mi hanno aiutato tantissimo, sono stata circondata da un grande amore». È proprio la nonna la figura centrale del libro.

Il motivo principale della stesura del libro, è come l’autrice stessa ripete spesso «perché le donne riescano a denunciare ma soprattutto perché siano nella condizione di poterlo fare, perché io non ho potuto. E poi mettiamo la violenza psicologica, continuamente tu vivi in uno stato di terrore. La denuncia diventa una cosa difficilissima a meno che non ci sia alla base una struttura che ti assicura che quest’uomo non torni a farti del male».

E dopo poco più di un decennio finalmente Domitilla può considerare quell’episodio così drammatico solo come un ricordo lontano, ribadendo inoltre che la sua lotta personale vuole essere d’esempio per altre donne. E poi conclude dicendo: «Voglio dire che oggi mi sento molto più forte, per assurdo, sono sicura di essere migliore di quella che ero, la violenza non mi ha spaventata rispetto alla vita, mi ha reso più forte e forse più positiva. Io lo so che la vita può riservare brutte cose, importante è non permettere che ti inaridiscano. Le donne sono forti e propositive, bisogna reagire».



Alice Spoto