Venezia 74. The third murder: l’uomo senza verità

In concorso a Venezia 74, il nuovo di film del regista giapponese Hirokazu Kore’eda si pone come un’opera atipica nella produzione dell’autore, che da sempre nella sua cinematografia si è occupato degli “interni familiari”, descrivendoli attraverso una sensibilità rara e una tecnica sopraffina, volta ad indagare le sfumature più nascoste e controverse dell’animo umano, confrontandosi con temi complessi quali la paternità, nel bellissimo“Father and son” vincitore del Premio della giuria a Cannes 2013”, della maternità, in“Little Sister”, e della crisi coniugale, in “Ritratto di famiglia con tempesta”.

In “The third murder” il tema centrale è decisamente un altro: quello della giustizia. Un uomo di nome Misumi (Kôji Yakusho) è accusato di aver ucciso il suo datore di lavoro e di avere dato fuoco al cadavere sulla riva del fiume. La pubblica accusa richiede la pena di morte. Uno degli avvocati di punta della città, Shigemori (Masaharu Fukuyama) ne assume la difesa con l’ intento di far commutare la pena in ergastolo.

Come un vero detective inizia le indagini difensive, ostacolate dal continuo mutamento di testimonianza del suo assistito. Quest’ultimo, infatti, fornisce ogni volta una versione diversa della storia, tanto che appare impossibile stabilire quale sia la verità. Sempre più coinvolto nella ricostruzione della vicenda, Shigemori comincerà ad interrogarsi sul significato del suo mestiere. Da sempre convinto che per svolgere al meglio il suo lavoro bastasse individuare la soluzione più favorevole all’assistito, indipendentemente dalla verità dei fatti, viene anche lui scosso dall’ambiguità di Misumi e si convince che esista una ragione per spiegare il comportamento violento dell’uomo. La mancanza di spiegazione è per lui inaccettabile, mentre si avvicina il giorno dell’esecuzione.

Il personaggio più interessante del film è senz’altro quello dell’assassino, reo confesso, che cambia continuamente la sua testimonianza, giungendo perfino a negare la sua colpevolezza. Misumi (ben interpretato da Koji Yakusho) è un enigma insondabile, che appare a volte ingenuo, altre volte campione di moralità, come un giustiziere che vuole punire i comportamenti indegni degli altri, oppure semplicemente come un ladro. Definizioni incompatibili tra loro, che in lui sembrano trovare tutte perfetta applicazione. Egli, come si dirà del film, è simile ad un contenitore vuoto che vuole essere modellato da chi lo circonda. Tutti i personaggi gli attribuiscono un ruolo, che egli puntualmente interpreta, indossando la maschera che gli è stata posta sul viso.

Ma qual è la verità su Misumi? Qual è la vera giustizia? Esistono uomini che non hanno diritto di restare al mondo? La pena di morte è davvero giustizia? Queste sono le domande principali che vengono poste dal film. Come accade sempre nelle peliccole di Kore’eda, i dialoghi e l’intepretazione degli attori sono ben curati. Su tutti spiccano Fukuyamae Yakusho, tuttavia la struttura di thriller giudiziario non è solida come dovrebbe. Fin da subito il regista orienta la narrazione verso una riflessione etica e filosofica e questa sua scelta finisce per rendere la pellicola costruita, poco incisiva al livello di suspanse. Le indagini condotte dall’avvocato vengono utilizzate dal regista soprattutto per confondere Shigemori, per minare le certezze ideologiche di quest’ultimo; piuttosto che per tenere lo spettatore incollato allo schermo o inquietarlo con dei colpi di scena. Si avverte dunque che Kore’eda non è avvezzo a questo tipo di narrazione. Sebbene non manchino momenti interessanti e intensi, in certi punti il film gira un po’ a vuoto e soprattutto non ha quella “naturalezza” che normalmente hanno i film di Kore’eda. Il discorso etico appare parecchio indirizzato, non scorre con fluidità, ma sembra imbeccato dal regista. Non si scade comunque nel retorico o nel patetico, ma il personaggio di Misumi, “l’uomo senza verità”, appare un po’ un espediente narrativo: una sorta di Socrate contemporaneo, che vuole far partorire la verità da chi lo circonda e mai da se stesso secondo il sistema maieutico. Ma la verità esiste? Il dilemma è posto in toni “pirandelliani”, per certi versi relativistici: non necesseriamente è provvisto di una soluzione.

Per quanto riguarda altre scene del film, come era immaginabile, l’autore giapponese si trova molto più a suo agio quando racconta i nuclei familiari cui appartengono i testimoni dell’omicidio; ma si tratta comunque di storie di contorno, sulle quali non si indugia particolarmente.

In conclusione quindi, Kore’eda non approda a Venezia 74 con la sua opera migliore. Prova un metodo nuovo, meno coinvolgente rispetto a quello di altri suoi lavori. Appare particolarmente orientato nelle sue scelte e questo gli fa perdere quella ricchezza di sfumature, che è sempre stata prerogativa del suo inconfondibile stile.



Francesco Bellia