Cosa ci dice Spotify Wrapped sull’industria dello streaming musicale?

Dicembre è arrivato portando con sé Spotify Wrapped 2019 con la stessa puntualità con cui nelle case degli italiani si fa l’albero l’8 dicembre. Anche quest’anno la piattaforma di streaming musicale più famosa del mondo ha rilasciato per i suoi utenti il resoconto personalizzato dei propri ascolti: un regalo a cadenza annuale da scartare e, soprattutto, condividere sui social!

In cosa consiste Spotify Wrapped?

In breve, Spotify Wrapped raccoglie i dati di ascolto degli utenti su Spotify nel lasso di tempo che va dall’1 gennaio al 31 ottobre, per poi restituirli sotto forma di varie infografiche catchy e una playlist dei 100 brani che l’utente in questione ha ascoltato di più in questo lasso di tempo. Quest’anno, visto che si chiudono gli anni ‘10 (anche voi vi sentite terribilmente vecchi, vero?), è stata fatta anche la playlist e la top 5 del decennio, sempre basandosi sullo storico personale di ogni singolo utente.

Nelle infografiche che appaiono consultando il sito quest’anno, si trova prima una divisione degli ascolti più frequenti per stagioni, e immediatamente dopo il top artist dell’anno e gli altri quattro nella top 5; a seguire, un’interessante infografica che mostra la “diffusione geografica” dei propri ascolti, indicando il numero totale di paesi diversi da cui vengono gli artisti ascoltati durante l’anno; a questo punto si passa alla top 5 dei generi musicali, che spesso mostra quanto vario è il gusto di una persona, seguita dalla playlist con i top 100 brani dell’anno.

Una novità interessantissima di quest’anno è la presenza anche della top 5 dei podcast ascoltati, un sintomo grande come una casa di quanto Spotify stia spingendo lato podcast, su cui pare avere molto più margine di crescita e monopolizzazione del mercato oltre al mero cavalcare un trend in massima esplosione. In pratica, la startup fondata in Svezia nel 2006 vuole uscire dal giardino ristretto della piattaforma di streaming musicale per diventare invece la piattaforma di streaming audio leader mondiale – il che implica monopolizzare una delle due dimensioni principali del concetto di “multimediale”, in un’epoca che mette questo concetto al centro di praticamente ogni fenomeno.

Dopo l’infografica in cui Spotify ci svela il numero complessivo di nuovi artisti ascoltati durante l’anno – il sottoscritto vede i TOOL regnare, ascoltati fino alla sfinimento da quando la band di Maynard James Keenan ha finalmente deciso di aggiornarsi alle metodologie di ascolto del 2019 – troviamo il conteggio complessivo dei minuti passati ad ascoltare brani sulla piattaforma da quando ci si è iscritti, il riassunto dei top artist e top brani degli Spotify Wrapped degli anni passati, il proprio artista del decennio e, alla fine di tutto, quella che probabilmente è la chiave di tutta la rilevanza di Spotify Wrapped.

Scrobble it & share it

La chiave del successo di Spotify Wrapped – e il motivo per cui è più conosciuto pur non avendo inventato nulla e non facendo il suo dovere meglio di chi già faceva scrobbling musicale – sta nella sua conclusione naturale: la condivisione, in maniera veloce, integrata, rapida e terribilmente catchy da un punto di vista grafico. A tutti piace identificarsi nella musica che si ascolta, l’influenza sociale della musica è un fatto intergenerazionale e l’idea di essere nettamente profilati per i minuti di musica ascoltata durante l’anno, per i generi, per gli artisti e i brani che abbiamo preferito non ci inquieta come forse dovrebbe, ma addirittura ci piace da morire, al punto da rendere la cosa di dominio pubblico.

Per il principio di “mors tua, vita mea” un appuntamento annuale di un colosso di streaming con sporadiche derive social ha completamente tolto senso d’esistere a un social: last.fm. Quando parliamo dell’idea di tenere traccia di ciò che si ascolta su ogni piattaforma digitale (CD su computer compreso), di poterlo condividere, e anzi di poter interagire con persone che hanno gusti musicali affini ed evidenti, sempre belli aggiornati sul proprio profilo, o di poter vedere i prossimi eventi in programma della nostra band preferita, parliamo di cose che last.fm faceva prima e meglio di Spotify. Talmente prima e talmente meglio, da essere stato persino integrato nelle impostazioni di Spotify come “scrobbling dei brani su Last.fm” per un lungo periodo – ora l’impostazione è scomparsa.

Il problema di last.fm era ed è, nell’opinione di chi scrive, il suo essere nativamente un social, e non svolgere una funzione di creatore di contenuti per un profilo social. Spotify in questo è stato maestro non solo grazie alla naturale presenza di brani da condividere con un pulsante, ma anche grazie allo logica delle playlist pubbliche o collaborative, per esempio. Dove Spotify ha offerto la possibilità di manipolare i propri ascolti tenendo l’utente sulla piattaforma e di diffonderli poi su altre piattaforme, last.fm mancava un po’ su entrambi i fronti.

Data are marketing best friends

E quindi davvero credete che Spotify raccolga le statistiche di ascolto solo per regalarci questo momento di condivisione coi nostri amici tutto teso a riaffermare la nostra identità a seconda di ciò che ascoltiamo? Poveri dolci figli dell’estate.

La profilazione su Spotify è basata sui dati che diamo in pasto alla piattaforma, che viene educata a conoscerci sempre meglio nelle nostre abitudini di ascolto per suggerirci nuove scoperte che ci potrebbero piacere. Più tempo passiamo sulla piattaforma, più ne esploriamo le possibilità – e così nascono per esempio delle specie di influencer delle playlist, a cui artisti emergenti si rivolgono per essere recensiti e inseriti nelle playlist col marchio di fabbrica dell’autorevolezza dell’influencer. 

O ancora, ci sono artisti che hanno fatto del concetto di playlist su Spotify la base di un’attivazione di marketing per promuovere l’album appena uscito. L’esempio di cui parlo l’ha dato Tycho quest’estate.

Tycho nel 2012

Il musicista statunitense Tycho ha rilasciato il 12 luglio uscito il suo nuovo album, “Weather”, affiancato qualche giorno dopo da uno stranissimo sito web e leva di marketing… le previsioni del tempo. In pratica Tycho, assieme al developer Lee Martin, ha sviluppato una web app che è l’altra faccia della medaglia del suo album “Weather“. La web app infatti si chiama Forecast, e con un clic crea una playlist ad hoc su Spotify, basata sulle condizioni atmosferiche rilevate grazie alla geolocalizzazione dell’utente. Lee Martin spiega tutti i dettagli tecnici qui.

Grazie a semplicità, accessibilità e a un pizzico di magia, Tycho è riuscito ad aumentare l’awareness non solo rispetto all’uscita del suo nuovo album, ma anche riguardo la sua intera produzione musicale. La malizia infatti vuole che in tutte le playlist prodotte dalla web app ci fossero almeno un paio di brani proprio di Tycho.

Ma in tutto questo, Spotify ringrazia.



Thomas Siface