Fonte: io donna

Se dici ad una donna “non te la prendere” di fronte ad una molestia verbale, sei parte del problema

Dire ad una donna di “non prendersela” più di tanto quando si trova a subire delle molestie di qualsiasi tipo, è una forma di violenza. Le ragioni sono semplici, in primis si sottovaluta il fenomeno. Non si ritiene che quegli “apprezzamenti”, se così si possono definire, possano essere davvero una molestia. Secondariamente, si nega la possibilità alla donna di difendersi, di reagire. Un po’ come dire “pe du’ fischi come fai, lascia stare, che ti lamenti? Dovresti esserne lusingata”.

Il problema è che non sono sempre e solo due semplici fischi, e qualora fosse un singolo fischio di troppo non andrebbe bene. Il problema è che ancora bisogna continuare a parlare di catcalling, differenze di genere, violenze domestiche, molestie sul lavoro e tanto altro. Insistere a riguardo, purtroppo, non è mai abbastanza. A maggior ragione se vicende di questo tipo emergono due giorni dopo la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ribadire che una donna non si rispetta solo in occasione del 25 novembre o dell’8 marzo è superfluo, però, a quanto pare doveroso. Una donna così come ogni essere umano va tutelata sempre.

Una donna se la deve prendere se mentre lavora si trova attorno mezzi uomini che le toccano il sedere o se non viene riconosciuta in quanto figura professionale. E sì, in entrambi i casi è molestia.

Un uomo che assiste alla scena non deve fare finta di niente, è bene sottolineare che minimizzare vi rende parte del problema. Nonché complici di un sistema maschilista che, per quanto siano tante le volte in cui si è ripetuto “e se fosse tua figlia?”, continua a persistere. In particolar modo se il contesto è quello sportivo, per eccellenza un ambito maschile – così si dice – e la protagonista della molestia è una giornalista sportiva.

Greta Beccaglia stava aspettando le reazioni dei tifosi a seguito della sconfitta della Fiorentina contro l’Empoli, quando un “uomo” l’ha palpeggiata.

Non è stata di sicuro toccata involontariamente, dal video che sta circolando sui tutti i media è, tra l’altro, evidente come gli uomini che le passano accanto le vadano incontro consapevolmente, e purtroppo non per essere intervistati. Inoltre, mentre lei cercava di svolgere il suo lavoro, nella piena trasparenza delle telecamere, altri continuavano a guardarla, a fare dei versi di “apprezzamento” e a dirle “complimenti che bella ragazza”. Il tutto assolutamente fuori luogo, dato che non si trovava certo lì per una sfilata di moda, bensì per adempiere alla sua funzione di giornalista sportiva.

Ma forse nella nostra società una donna che lavora nello sport non viene considerata più di tanto. In vero, una donna che lavora in qualsiasi settore viene troppo spesso sottovalutata. E se a fare le domande fosse stato un uomo? Vi siete chiesti cosa sarebbe successo? Sui giornali, all’indomani della partita Empoli-Fiorentina, avremmo solo letto le reazioni dei tifosi o semplicemente l’esito di una partita di cui si sarebbe parlato persino molto poco.

Non ci sarebbe stata alcuna copertura mediatica della molestia avvenuta in diretta tv, poiché se a tenere il microfono fosse stato un uomo non ci sarebbe stata nessuna violenza.

Greta era alla ricerca quelle reazioni, le stesse che un suo ipotetico collega avrebbe facilmente raccolto. La giornalista ne ha,  invece, ricevute altre davvero inopportune. A nulla è servito il suo “scusami, non puoi fare questo, mi dispiace” o il tagliare corto di fronte a tifosi troppo insistenti sul suo aspetto fisico. È stata invitata dal conduttore dell’emittente per cui stava svolgendo il servizio a non reagire. Ma come si può fare finta di niente quando l’atmosfera in cui ti trovi a lavorare logora la tua dignità? Eppure, è una condizione nella quale tante donne sono costrette a lavorare, a vivere. Si ci si domanda, allora, a cosa servono i grandi gesti di solidarietà verso le donne vittime di violenza. Se poi, appena usciti dallo stadio – emblema della mascolinità – alla prima donna che si incontra per strada si reagisce in maniera animalesca.

La Beccaglia sui social ha riscontrato un appoggio importante, a differenza di quello non ricevuto mentre viveva l’episodio di molestia.

La giustificazione del conduttore è stata: “non volevo mandarla nel panico”. Purtroppo, lei non era nel panico sapeva bene quello che stava affrontando. Un supporto in più magari non avrebbe fatto la differenza, ma avrebbe contribuito a segnalare l’evidenza di un problema presente in ogni ambito della nostra società. A volte, prendere le distanze da quello a cui si sta assistendo o semplicemente denunciare il fatto in diretta è determinante. Può voler dire: “donne non siete sole, questo è un problema di tutti a prescindere dal genere”.

Il post di Ranya sulla vicenda è simbolo delle voci di tante donne, ma anche uomini, che sono rimasti indignati per l’ennesima “non presa di posizione” dinanzi ad azioni del genere nei confronti di una donna. Una giovane ragazza in carriera che è costretta a sperimentare queste esperienze come se fossero parte del percorso standard da seguire per crescere lavorativamente.

Per fortuna, la giornalista 27enne nonostante la paura vissuta non rinuncia mica al suo lavoro.

Anzi, è pronta alla denuncia e si fa portavoce di tutte quelle donne che si sono sentite dire, almeno una volta nella vita, “eh, ma effettivamente il tuo abbigliamento era provocante”. L’ennesima giustificazione verso degli atteggiamenti tossici la cui rilevanza viene sottovalutata. Persino dagli stessi molestatori i quali hanno il coraggio di dichiarare: “chiedo scusa, ma mica l’ho uccisa”. Dinanzi queste affermazioni, ancora una volta, non si può che prendere atto del grado retrogrado in cui la nostra società si trova. Un contesto in cui vige l’omertà, il silenzio e le squallide difese della controparte maschile. Sfuggendo alla condanna, alla denuncia diretta, alla presa di coscienza del danno psicologico arrecato alle donne coinvolte.

Purtroppo, l’esperienza di Greta è solo l’ultima di una lunga serie di violenze quotidiane che tante donne ricevono. Alcune conquistano l’attenzione mediatica, si ricordano i cori sessisti allo stadio di Genova rivolte ad una ragazza che si stava occupando del prato.

Altre esistono e persistono in silenzio, come quella accaduta a Giorgia.

“Mi trovavo in uno stand di una fiera importante di una nota città italiana. Stavo assaggiando dei taralli tipici pugliesi, che mi sembravano essere stati gentilmente offerti dal gestore dello stand. Mi abbasso la mascherina per mangiare e appena finito di masticare la rialzo. Chi mi aveva offerto i taralli mi chiede perché lo avessi fatto, io non capisco, e lui mi risponde: ‘Stai molto meglio senza mascherina sei bella’. Rispondo gentilmente che dobbiamo tenere su la mascherina, così impone la legge. Lui, ancora, ‘qui nel mio stand la puoi togliere stai tranquilla, fatti vedere bene’. La mia amica avrebbe voluto comprare qualcosa lì, a seguito di queste affermazioni ce ne siamo andate senza dire una parola. Invece, avrei tanto voluto farlo sentire come mi sono sentita io: disgustata, moralmente ferita e persino in imbarazzo. Ma la nostra società ci ha insegnato che di fronte a queste circostanze possiamo “prendercela” ma non siamo autorizzate a farlo vedere”.

Un sentimento di impotenza che ci hanno imposto di provare per paura delle reazioni. Allora, rimaniamo sole nel caos che si trasforma in rumors mediatico a cui tutti vogliono prendere parte. Tuttavia, si tratta di una copertura necessaria a posteriori, dato che – a quanto pare – quando succedono realmente i fatti tutti preferiscono fare finta di niente. Lasciando, in tal modo, alla sola donna la responsabilità di gestire una simile indignazione.

 

 



Giulia Grasso