Intervista a Ranya Khay di @tucomeloleggi: “Le mie riflessioni sul ddl zan e tampon tax”

Su Internet, tra i primi risultati della definizione di “attualità”, emerge: “aspetto che riassume o rispecchia le caratteristiche e gli interessi del mondo contemporaneo”. Tanti i fenomeni di attualità che nelle ultime settimane hanno interessato l’opinione pubblica, la quale ha appreso per la maggior parte notizie in diretta via social e solo in un secondo momento, tramite stampa e media. La condivisione dei contenuti tramite social network è un fenomeno comune al giorno d’oggi. Così com’è di consueto ricercare direttamente quelle informazione nei profili Instagram di fiducia. Influencer e content creator che stanno sempre più spiccando nel numeroso e rumoroso mondo del web per le loro abilità critiche, di sintesi e di riflessioni su argomenti di natura sociale.

La protagonista di oggi è Ranya Khay, 26 anni, forse la conoscerete per lo più con il tag della sua pagina Ig @tucomeloleggi.

Conta precisamente 6206 followers, appassionati alla sua “penna virtuale” e analisi critica caratterizzante. Segno del fatto che le community attorno ad una persona non devono basarsi sul numero di seguaci, giacché questi passano in secondo piano quando di fronte vi è una mente interessante.

Prima di affrontare le specifiche tematiche per cui hai attratto particolarmente l’attenzione e il supporto di molti, partirei raccontando di te. Dalla tua bio di Instagram – ormai è da lì che si crede di conoscere davvero qualcuno – sappiamo che ti interessi di “politica, vita e attualità”.  Ma cosa c’è dietro questi interessi e come con questi sei approdata sui social?

“Mi chiamo Ranya Khay aka tucomeloleggi e sono una news-nerd. Nella mia bio di Instagram c’è scritto esattamente chi sono e cosa è tucomeloleggi. È un profilo personale, in cui racconto la mia vita. Ed è un profilo che contiene le mie passioni la politica e l’attualità. Il tutto all’interno di una grande piattaforma social che è l’altra mia grande passione. Ho sempre amato i social network. Da quando ho avuto una connessione internet ho iniziato a raccontare di me stessa e di ciò che amo quando ancora esistevano solo i blog di MSN.

La passione per la politica e l’attualità invece nasce sin da quando ero una ragazzina che ha dovuto aspettare 18 anni per ottenere la cittadinanza italiana. Nonostante fossi nata qui e avessi vissuto tutta la vita in questo Paese.

Mia mamma e la mia famiglia sono marocchine e questo ha inciso molto sulla mia attenzione ai diritti e ai macro temi come diseguaglianze, razzismo e diritti sociali. Nel 2016 mi sono iscritta a Scienze Politiche all’università di Pisa proprio per coltivare questa passione. Mamma mi ha insegnato che per amare qualcosa, capirla e battersi per essa bisogna conoscerla e studiarla minuziosamente. É ciò che ho fatto. Al secondo anno di università ho sentito l’esigenza di uscire dalla mia bolla, dalla mia comfort zone e di confrontarmi con un pubblico più grande del mio corso e dei miei professori.

La scintilla è scattata alla vigilia delle ultime elezioni europee, quando ascoltando le discussioni al pub, e le frasi degli anziani alle casse nei supermercati, ho capito che forse non tutti avevano compreso la natura del voto a cui erano chiamati.

Era lo stesso periodo del Boom di Salvini sui social network e dell’inasprimento dell’ hate speech sui social. È questo mix di dinamiche che mi ha spinto a raccontare sui miei canali interagendo con altre persone dei temi che tutti noi eravamo chiamati ad affrontare.

Negli anni poi il canale si è parecchio evoluto. Se in un primo momento si trattava quasi di un canale di divulgazione civica, poi (grazie soprattutto ai miei studi) ho iniziato a dare valore al senso critico nei confronti dell’attualità. Ad oggi mi sono laureata, con una tesi molto attuale che guarda al tentativo dei leader populisti europei di capitalizzare la crisi generata dalla pandemia. Continuo a studiare per capire meglio le dinamiche tra la politica e la comunicazione, che sono alla fine le mie più grandi passioni”.

@tucomeloleggi è un nome intrigante. Sembra quasi che tu rivolga ad un qualsiasi utente chiedendogli di interpretare e razionalizzare ciò che succede nel mondo e quello che scrivi. Da cosa deriva, però, realmente la scelta di questo nickname?

“Esattamente! In realtà ho un fun-fact riguardo a tucomeloleggi. Come dicevo ho un nome particolare che è sempre stato di difficile interpretazione nel mio paesino di provincia. Più di una volta ho beccato insegnanti e persone che si bloccavano di fronte al mio nome e le storpiature sono sempre state all’ordine del giorno.

Quando ho deciso di aprire la pagina cercavo un nickname capace di far arrivare subito al punto. Di far capire subito di che cosa si parlasse in questo profilo. Cioè di riflessioni e di interpretazioni di ciò che succede nel mondo. Ed è qui che è scattata la combinazione perfetta tra un nome atipico e una pagina curiosa”.

Una volta che ti sei esposta mediaticamente in maniera pubblica, avrai di sicuro attratto consensi ma anche dissensi. Tu sei giovane, nonostante per le tematiche che tratti la tua testa sia già matura, come affronti le critiche distruttive provenienti dai leoni di tastiera?

“Gli haters fanno parte del gioco, arriverà sempre qualcuno che ti dirà cosa è giusto pensare e finirà per riempirti di insulti o spiegarti le mestruazioni. Personalmente vengo spesso attaccata perché si sa che la politica accende gli animi e tutto finisce sempre con un tristissimo “buona vita”.

Ma è questo il punto, gli animi accesi servono a uscire dalla propria bolla, servono a stimolare le riflessioni. E perché no? Ad ammettere gli errori oppure a riposizionarsi.

Nella mia pagina lascio spesso spazio a opinioni diverse dalle mie proprio perché tutto serve per crescere. Poi ovviamente c’è un limite. Dietro a questa pagina ricordo spesso che c’è una persona non una redazione. Quindi, quando la conversazione passa da un confronto ad una rissa a suon di click non posso che prendere le distanze e ignorare gli insulti. Altro problema poi sicuramente sono i messaggi volti a distruggere la tua autostima, che già da giovane donna è decisamente precaria. In questo caso colpiscono, ma cerco sempre di aggrapparmi a tutti i messaggi di supporto che ricevo quotidianamente. Sono tante le persone che credono nei miei progetti, ideali e valori e che si meritano definitivamente il mio tempo”.

Andiamo agli argomenti forti. Le tematiche scottanti che ti e ci riguardano.

Partiamo con la tampon tax, dal fatto che “le mestruazioni non sono una scelta”. Social Up aveva già dato voce al tuo punto di vista a riguardo. Avevi chiarito che non si poteva urlare vittoria dinanzi un mezzo risultato. Avevi chiesto che si trattasse la questione con molta cautela. Ed effettivamente avevi ragione. Come se stessi scrivendo un post sul tuo profilo ig, quindi, raccontaci il tuo pensiero e le possibili dinamiche evolutive sul tema.

“Ad oggi la riduzione la tampon tax al 10% è stata inserita all’interno della legge di bilancio che verrà discussa e votata. Il tema è molto controverso, una buona fetta di popolazione trova ridicola la questione. Spesso si tratta di uomini di mezza età figli di una generazione fortunata e che nulla ha a che vedere con la realtà e i valori di oggi. Io stessa ho dovuto affrontare persone che non riuscivano a capire perché fosse necessario ridurre la tassazione sugli assorbenti. Né tantomeno perché ci fossero lamentele dato il costo di un pacco di assorbenti. Persone che parlavano senza sapere assolutamente nulla di che cosa significhi avere le mestruazioni.

Il mio scetticismo sulla questione viene da due aspetti principali.

Da un lato la proposta stessa che per me non è soddisfacente. Le mestruazioni non sono solo assorbenti, ma sono anche antidolorifici, disagio, pressioni sociali. Nonché, un tabù ancora piuttosto grande nella vita di tutti i giorni. La proposta riduce dal 22% al 10%, ma non fa nulla per preoccuparsi di chi durante le mestruazioni soffre. Di chi è povero, né di quanto siano fondamentali i dispositivi di prima necessità per la popolazione femminile.

L’altro aspetto che genera scetticismo è più pratico e riguarda le dinamiche parlamentari. La legge di bilancio dev’essere votata e approvata mettendo d’accordo gli animi presenti in parlamento. Il nostro governo è quasi un governo di unità nazionale, che spazia dalla sinistra alla destra. Includendo quindi un ampia gamma di soggetti eterogenei con valori altrettanto variegati. Sebbene la riduzione di tassazione abbia un impatto davvero poco rilevante sulle entrate nelle casse dello stato, è un tema che a destra spesso viene riproposto e argomentato a sfavore della proposta.

Spesso si dice che la riduzione della tassazione sugli assorbenti sia troppo costosa, ma è pretestuoso. Inoltre, in sede di deliberazione il parlamento può apportare emendamenti. I quali possono cambiare le sorti della proposta e produrre misure che sono ancor meno soddisfacenti. Ottenendo un risultato fittizio che pare aver soddisfatto l’opinione pubblica senza aver agito veramente.

Questo è ciò che è accaduto con la legge di bilancio nel 2019 che trovava la proposta di ridurre la tassazione degli assorbenti dal 22% al 4% e che è stata approvata, ma solo per i dispositivi per l’igiene intima sostenibili.

Di base è una presa in giro poiché difficili da reperire e decisamente più costosi. Istanza che ha trovato la risposta diventata virale “e allora usa la coppetta mestruale” che mostra la totale ignoranza sul tema mestruazioni. Per questo rimango prudente e non esulto. Prima di tutto non sono soddisfatta e non è solo il 10% che non mi soddisfa, ma il fatto che le mestruazioni debbano trovare più spazio perché è un problema che le donne hanno. Le donne sono cittadine tanto quanto lo sono gli uomini di questa società e che deve essere percepito come problema pubblico.

Per mestruazioni non intendo quindi solo assorbenti o tamponi che dovrebbero essere gratuiti secondo la mia posizione. Ma intendo un sensibilizzazione sul tema con proposte che riguardino anche: congedo mestruale, l’educazione sul tema, il riconoscimento di patologie debilitanti correlate alle mestruazioni. La presa in considerazione degli effetti collaterali di essere donna e di dover affrontare ogni mese qualcosa che fisiologicamente è prevista, ma che la società ci chiede di affrontare con forza, facendo finta di nulla. Intendo quindi un grande lavoro su ciò che ruota attorno a questo enorme tabù, che coinvolge in primis la questione della parità di genere”.

A favore dei diritti di tutti, questo è lo schieramento di questa sezione. Purtroppo gli ultimi aggiornamenti sul DDL Zan, la legge che in sintesi intende istituire delle pene contro crimini e discriminazioni contro omosessuali, transessuali, donne e disabili, hanno dato prova di capire come il nostro Stato non sia ancora pronto a tutelare determinati diritti. Cosa vuol dire, quindi, che il DDL ZAN è stato affossato? E che cosa intendi quando scrivi: “Ogni volta che non si ritiene lecito riconoscere l’identità do genere ad una persona (…) si ammette la paura”?

“Come si può leggere nei miei post credo che il fallimento del DDL Zan sia diventato l’emblema della classe della vecchia Italia radicata, che non è disposta a rinunciare al proprio privilegio. Il decreto infatti è stato bloccato in senato e non potrà essere nuovamente discusso prima dei 6 mesi. La “tagliola” ha impedito la discussione degli articoli e la prossima volta che verrà nuovamente proposto l’ordine del giorno, il disegno di legge non potrà più avere lo stesso identico testo. Nel mio post ho criticato aspramente la destra italiana che per prima si opposta all’allargamento dei diritti, ma non sono gli unici colpevoli. È stato possibile distruggere il DDL grazie anche al voto segreto che ha consentito anche ad altri senatori in anonimo di votare contro.

Per questo motivo i veri responsabili dell’affossamento del DDL è responsabilità dei rappresentati di una fetta di società vecchia e attaccata ai propri privilegi.

Come biasimarli d’altronde. È questo che intendo per paura. Fa paura perdere potere, fa paura rinunciare alla propria posizione ovviamente privilegiata appartenendo alla fetta di società che di questi diritti gode. Non riconoscere l’identità di genere, per esempio, è eticamente a mio avviso un gesto dettato dalla paura del nuovo. Paura di ammettere che fino ad oggi il tema è stato ignorato. E in qualche modo ammettere di riconoscere di avere diritti che altri non hanno e non voler rinunciare ai vantaggi di appartenere a quella piccola porzione di società che ha una vita più facile.

Si tratta di dinamiche di potere, di privilegio. E si tratta del monopolio di una classe sociale su tutte le altre. L’Italia contraria al DDL Zan (fatta eccezione per chi invece muove critiche sulla scrittura del testo, da un punto di vista tecnico) è l’Italia cattolica che ascolta le istanze del Vaticano. Quindi la paura che si ammette affossando questo disegno di legge è la paura di abbandonare i valori tradizionali di questo Paese. In sostanza, di cambiare lo status quo di distruggere un paradigma in vigore fino ad oggi che ha normalizzato la dicotomia tra oppressi e oppressori. Il problema è che stiamo parlando di tutelare una volta per tutte quelle categorie sociali emarginate dalla società. Un’intera fetta invisibile e non tutelata. E di fronte a questo la paura non è una giustificazione”.

Infine, ti chiedo se senti in cuor tuo di smuovere delle coscienze su tematiche sottovalutate, o mediaticamente trattate come mere notizie riempitive. Il tuo obiettivo in fondo non è questo? L’importante è che se ne parli, è vero, ma a che pro secondo te?

“Noi oggi viviamo in una condizione per cui veniamo costantemente bombardati da informazioni. Nelle nostre giornate entriamo ed usciamo costantemente da flussi informativi. I social alimentano questa fretta. Per questo il mio lavoro è un lavoro che punta alla riflessione. Al prendersi un minuto per elaborare un proprio pensiero ed è questo che invito a fare sui miei canali, accogliendo anche posizioni opposte alle mie.

Abbiamo bisogno di sviluppare un senso critico e per farlo serve il confronto ed è questo il mio obiettivo sui social. Spesso tratto poi di argomenti che passano in sordina. Di cui si è parlato poco o in maniera piuttosto superficiale. Proprio perché vivere in un sistema in cui le notizie seguono la logica del “qui ed ora” è estenuante. E il rischio è sicuramente la disinformazione. O peggio, un’informazione poco accurata che senza adeguata attenzione rischia di creare seri danni.

La differenza quindi secondo me non la fa un post su Instagram ma si fa scegliendo. Prendendo posizioni e riflettendo, ma per farlo bisogna conoscere.

Per questo non credo di essere io a fare la differenza, ma credo la faccia la mia community ogni volta che fa scelte nel quotidiano. Ogni volta che propone un punto di vista frutto di una riflessione. Ogni volta che sceglie chi supportare, cosa supportare e cosa invece no. Il mio obiettivo è quindi trovare e costruire insieme alla mia community una serie di strumenti che sviluppino un senso critico. Questo deve stare alla base del nostro agire, affrontando temi spinosi, esponendoci e discutendo e parlando”.

Si potrebbe, in conclusione, affermare che chi va nel profilo della nostra, ormai news nerd di fiducia, si dovrà aspettare una persona, e non un personaggio di Instagram, che ha la capacità di riassumere ciò che sta succedendo nel mondo. Rispecchiarne le caratteristiche e proporre un’opinione netta, che non lascia spazio ad equivoci. Provocatoria, forse, ma così si combattono le grandi battaglie. Con una testa decisa che non molla dinanzi alla sconfitta e non si accontenta mai di piccoli risultati, se l’obiettivo è puntare in alto.

Ranya non vuole che si ricerchi l’attualità nel suo profilo. Ma che dal suo profilo chiunque ne esca con una gran voglia di approfondire ciò ha letto e decida di cambiare, passo dopo passo, le cose.



Giulia Grasso