Ecco perchè rubare sabbia è sbagliato

redazione

In #Instaworld, #Travel, MONDO / redazione / Comments

Di Giulia Testa per Social Up!

Con tutta quella che c’è, che differenza fa se io ne prendo un po’?

Sabbia, conchiglie e sassi sono tra i souvenir fai da te più diffusi e romantici tra i turisti. È molto comune, infatti, portare via “una parte” del luogo che tanto è stato apprezzato, che sia una spiaggia adriatica o una riva di un lago africano. Possono diventare decorazioni per la casa o anche per oggetti, nel caso degli esperti di bricolage. Almeno una volta nella vita, tutti abbiamo incollato una conchiglia su una cornice.

Aggiungiamo anche ciottoli di fiume, quelli lisci e nero pece, per gli amanti dello zen. Sulle coste delle isole tropicali parecchio belli sono anche i coralli morti, depositatisi sul bagnasciuga e per la maggior parte sbiaditi del colore. Qualcuno prende anche delle alghe. Per quanto riguarda la sabbia, molti viaggiatori ne collezionano un po’ per ogni luogo che visitano e la imbottigliano a strati creando una profana opera d’arte dalle mille sfumature. Insomma niente di nuovo e, detto chiaramente, niente che nessuno di noi non abbia mai fatto.

Quindi, tornando alla domanda iniziale, che male fa?

Fa più male di quello che si pensi.

Un granello è irrilevante, ma se ogni persona al mondo ne portasse via qualche migliaio (una manciata di sabbia) sarebbero trilioni i granelli rimossi. E il tutto senza contare la sabbia portata via inavvertitamente, come quella rimasta nelle borse o tra le pieghe dei teli. Moltiplicandoli per gli anni a venire, dove il turismo – e la popolazione terrestre – sono destinati ad aumentare, si arriverebbe ad una cifra di certo non indifferente. Matematicamente parlando.

Scientificamente parlando, invece, questi furti caserecci hanno un altro effetto. Parliamo di erosione costiera e, soprattutto salinizzazione del suolo – ossia il rischio di un eccessivo accumulo di sale nel terreno che lo renderebbe sterile. Non che le spiagge siano notoriamente fertili, ma si impedirebbe il giusto drenaggio del suolo provocando conseguenze anche nell’entroterra. A Capo Verde, un’isola nell’Atlantico, il perpetrato furto di sabbia ha indirettamente causato la distruzione permanente di gran parte dei frutteti.

In Italia la zona maggiormente a rischio è la Sardegna. Le sue bellissime spiagge offrono colori e consistenze diverse a seconda della loro posizione geografica. Rosa, bianca, gialla, ultra fine: un ricco buffet per gli amanti della sabbia come ricordo della vacanza. A volte, però, anche troppo.

Quest’anno, un turista svedese ha tentato di portarsi a casa tre bottiglie piene di sabbia prelevata nella spiaggia di Tertenia, a Villasimius, ma è stato scoperto e multato dalla forestale sarda all’aeroporto di Cagliari. Di salinizzato questa volta solo c’è stata solo l’ammenda: tremila euro per deturpazione a bellezza naturale.

Per evitare questo fenomeno, molte spiagge sono state tristemente chiuse al pubblico, come ad esempio la spiaggia rosa nell’Arcipelago della Maddalena. I sardi stessi hanno denunciato questi episodi tutt’altro che isolati in un gruppo facebook denominato “Sardegna rubata e depredata. Parole dure e dirette. “Con la scusa del souvenir, i turisti sottraggono all’isola ciò che la natura ha impiegato millenni a creare. Il furto di sabbia è un reato”, scrivono. È presente anche una petizione su change.org, che indica uno per uno i punti salienti da risolvere.

L’altra faccia del Sand Theft è il vero e proprio furto industriale, dove trafficanti cercano illegalmente di sottrarre enormi quantità di sabbia, con camion e pick up, per lucrarci. Anche qua la sabbia finisce in souvenir o decorazioni, per saziare il nostro gusto esotico.

In sè, anche comprare (creare e vendere) souvenir di origine naturale\marittimo in un semplice negozio sarebbe da riconsiderare in alcune zone del mondo, dove conchiglie e stelle marine si ricreano ad un ritmo notevolmente inferiore alla richiesta e le spiagge stanno diventando sempre più nude.

In Egitto le autorità si servono dei coral detector, un dispositivo aeroportuale che individua eventuali coralli e conchiglie (assolutamente vietati) con lo scopo di aiutare la preservazione della barriera corallina. Altrove, specialmente nei posti poveri, la pratica di depredare le coste è invece bellamente ignorata. Il problema, però, non sarà mai risolvibile attraverso deterrenti legali e pecuniari. La gente smetterebbe di “rubare” perché ha paura di prendere una sanzione o una denuncia, non perché crede di fare qualcosa di sbagliato. La soluzione dovrebbe essere del semplice buon senso.

Questa è la parte etica evidenziata da chi ha a cuore la questione.

Immaginiamoci un turista che porta via delle conchiglie, un pezzo di spiaggia. Porta via una parte di quello per cui ha viaggiato ore e percorso chilometri, una parte di ciò che è stato un attrazione per lui stesso ed ha contribuito a rendere quel luogo speciale, tanto da spingerlo ad avvicinarcisi.

La bellezza è prima di tutto rispetto, verso lo spettacolo che ammiriamo e qualsiasi cosa ci sia stata dietro a crearla. Il viaggiatore coerente e onesto dovrebbe lasciare quello che trova come lo trova. Una volta è indifferente, due pure, anche dieci, forse pure cento. Ma è la goccia che scava la roccia.

Nessuno vuole un mondo in cui le conchiglie siano in vasetti invece che sulle spiagge o coralli appesi al collo invece che in mare.