Ridere di terrore: di cosa abbiamo paura, ormai?

Riccardo Rossi

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Dio è morto! Lo annunciava il buon, vecchio Nietzsche in La gaia scienza già nel 1882.

La nozione di un mondo ordinato o governato da forze comprensibili si sbriciolava, svelando il terrore dell’idea di una realtà disordinata e disarmonica rispetto alle umane aspettative di senso. L’uomo si (ri?)scopriva solo e morente, disperso in un indifferente granello di polvere.

Otto anni più tardi, nasce a Providence un futuro topo di biblioteca destinato ad appassionarsi dei propri incubi, e a scrivere un sacco di racconti, oltre a qualche romanzo.

L’immaginario di Howard Phillips Lovecraft ha dominato interi sottogeneri letterari grazie a due fattori.

Il primo, le sensazioni peculiari a cui dà accesso: una paura sia intellettuale che viscerale, dalla crescita graduale e persistente.

Il secondo, l’inedita iconografia che lo riempie: non più mostri gotici, tormentosi umani degenerati rintanati in castelli o botteghe da barbieri, ma qualcosa di più colorato, alieno e sinistro.

Gli orrori descritti dal Solitario di Providence non sono moralmente riprovevoli, ma troppo altri per condividere la nostra morale, o troppo immensi perché il loro interesse ci coinvolga in alcun modo. Non dilaniano con la furia del vampiro: calpestano distrattamente.

Non causano ribrezzo, ma la pura follia che deriva dall’aver assistito all’incommensurabile. Non sono nascosti sotto le pieghe della società, o ai confini del mondo civile, ma al centro esatto di ogni atomo e ai confini dell’universo.

La conoscenza, in questa nuova prospettiva, non è un’arma per incenerire i mostri, ma il modo più veloce per restare abbagliati dalla loro assoluta, noncurante enormità, o per farsi mostri a propria volta.

Le streghe sostituiscono scope e calderoni con angoli impossibili e geometrie non euclidee; i campi non muoiono per una fattura, ma a causa di colori caduti dallo spazio profondo.

Tanto nel come quanto nel cosa, l’horror di Lovecraft sa allinearsi alle ansie del nuovo secolo.

H.P. Lovecraft ritratto da Dominique Signoret. Fonte: Wikipedia.

Dalla nicchia della letteratura weird l’opera di H.P.L., strisciando attraverso una tentacolare rete di citazioni e ispirazioni più o meno dirette, si è guadagnata un posto di tutto rilievo nella narrativa di genere e, più avanti, nella pop culture occidentale.

Il Necronomicon, testo arcano citato da Lovecraft per le sue storie, è uno dei più famosi pseudobiblia in assoluto: è stato pubblicato in diverse versioni “vere”, e ha popolato le opere più svariate, da molti romanzi horror contemporanei alla serie Ash VS The Evil Dead, seguito della trilogia cinematografica più celebre di Sam Raimi, che a sua volta dava un ruolo di primo piano al libro.

Tutte le rappresentazioni di alieni incommensurabili – di solito tentacolati – a cui capita di stravolgere la vita e l’orizzonte di senso degli esseri umani contengono almeno un riflesso del pantheon lovecraftiano, dal mostro di Cloverfield agli Ogdru Jahad di Hellboy.

Rimandi alla stessa mitologia popolano anche la speculative fiction nostrana, da La ragazza dei miei sogni di Francesco Dimitri a Godbreaker di Luca Tarenzi.

La casa editrice Chaosium ha prodotto uno dei più noti giochi di ruolo pen and paper sul tema, Il richiamo di Cthulhu, ormai giunto alla sua settima edizione, e anche il versante videoludico ha molto da offrire: senza allontanarci troppo citiamo lo storico Call of Cthulhu: Dark Corner of the Earth del 2005 e un nuovo Call of Cthulhu uscito solo l’anno scorso.

Ash (Bruce Campbell) in Ash VS Evil Dead. Fonte: Starz.

Con il passare del tempo, però, il nostro modo di proporre e digerire le idee di Lovecraft è cambiato parecchio, in una direzione interessante.

Da diversi anni girano in rete diverse campagne elettorali in favore del Grande Cthulhu, l’antico e aberrante polpo-drago divino ideato dallo scrittore statunitense, basati su slogan come Vota Cthulhu: perché scegliere il male minore?. L’ultima, dedicata proprio alle elezioni in arrivo, annuncia di voler dare Potere al Polipo. Nel frattempo, trovare un peluche di Cthulhu o di Nyarlathotep è quasi più facile che trovarne uno di Hello Kitty.

In parallelo, insieme alle produzioni più serie, si sono fatte strada nel nostro immaginario narrazioni comiche e persino demenziali basate sulla mitologia lovecraftiana, da The last Lovecraft: Relic of Cthulhu al già citato The Evil Dead, in cui un destro ben piazzato può atterrare un demone oltremondano e una mano corrotta in modo sovrannaturale si può sostituire al volo da una motosega.

In Alba di Cthulhu, un gioco di ruolo tutto italiano, il Grande Cthulhu ha vinto, e governa sulla Terra… Ma non è stata la fine del mondo. Gli uomini – e gli uomini-pesce dagoniani, e i ghoul antropofagi, e i funghi senzienti Mi-Go – si sono adattati, come sempre fanno, a un nuovo, grottesco stato di esistenza. Si è formata una nuova comunità, con le sue leggi, le sue idee e le sue contraddizioni. L’incubo universale non è più tanto horror che atterrisce, quanto piuttosto satira, che diverte e fa riflettere.

Antropologi e storici delle religioni discutono da molto sui diversi “ruoli” o “funzioni” del mito nella società: mostrare (produrre) i significati del mondo, insegnare il pensiero e l’azione corretta in un determinato contesto, dare coesione a un gruppo, ridurre l’ignoto e l’inspiegabile a informazioni compiute e accessibili alla mente umana.

Proprio quest’ultimo scopo è interessante: il mito macina ciò che non siamo in grado di spiegare, ma che influenza la nostra vita, perché possiamo gestirlo – almeno emotivamente.

Il caos imbrigliato nei racconti di H.P. Lovecraft e dei suoi colleghi e adepti non ha incendiato e corrotto il nostro immaginario ma, proprio attraverso la sua mitizzazione, è entrato a farne parte.

Per alcuni questo è un fulgido esempio del potere della narrazione umana; per altri, un pericoloso sottoprodotto della globalizzazione delle idee: il fumettista e occultista Alan Moore, ad esempio, si è adoperato per riportare l’orrore lovecraftiano alla sua originale carica sovversiva con opere come Neonomicon e Providence.

Sembra, comunque, che ci siamo convinti di aver addomesticato anche questa paura.

Non è tutto qui, però.

Uno degli scrittori che meglio ha interpretato il cambiamento descritto è l’acclamato autore di John Dies at the End David Wong, al secolo Jason Pargin. Sia nel romanzo citato che nel suo seguito, This Book Is Full of Spiders: Seriously, Dude, Don’t Touch It, Wong sbatte in faccia al lettore mostri simili agli incubi del Solitario di Providence, ma con un tono più animato: in una pagina il lettore ride per le assurdità ritratte e le reazioni dei protagonisti, in quella seguente trema per le implicazioni di ciò a cui ha appena assistito.

E ogni tremito autentico, ogni momento di onesto terrore condivide lo stesso punto d’interesse. Non si tratta del decadimento morale, né del disordine cosmico, che è sempre il punto di partenza e mai quello d’arrivo, e si può ritrovare anche nel terzo libro della saga, What The Hell Did I Just Read: A Novel of Cosmic Horror. Sarebbe riduttivo anche individuarlo nella mente umana – perlomeno dopo aver cominciato il secondo libro.

JdatE, e ancora di più il suo sequel, arrivano forse a sfiorare il nuovo orrore del nostro secolo: la nostra generalizzata, normalizzata mostruosità; la nostra indifferenza e codardia sociale.

Gli scienziati parlano di materia oscura, dell’invisibile, misteriosa sostanza che occupa lo spazio tra le stelle. La materia oscura rappresenta il 99,99 percento dell’universo, e non sanno cos’è. Beh, io sì. È apatia. Ecco la verità: accumula tutto quello che sappiamo e di cui c’importa nell’universo e ancora non sarà niente di più che un minuscolo granello nel vasto oceano nero di Chi Se Ne F*tte.

David Wong, John Dies at the End.

Il male non è nei relitti della civiltà, ma nella sua fondazione. Non è neanche in una scienza troppo ambiziosa, o nella tecnologia tanto paventata da Black Mirror, che giustamente ne ritrae piuttosto l’uso aberrante nei suoi episodi più graffianti; è nei nostri desideri e nella nostra crescente capacità di soddisfarli. Non è nell’altro, ma nella nostra pigra paura dell’alterità.

I demoni non aspettano in fondo alla nostra mente: ne sono le fondamenta.

Saranno interessanti i nostri tentativi di addomesticare un orrore simile.

Immagine di copertina: Spawn Of The Stars di Sofyan Syarief. Fonte: Wikipedia.