Perché cerchiamo la solitudine

In #CulturalMente by Andrea ColoreLeave a Comment

Molto spesso non abbiamo voglia di parlare con nessuno. Quei momenti tipo: “Vaffanculo a tutto il mondo”. Ebbene: non lo facciamo perché siamo degli svalvolati o perché siamo degli asociali. I momenti di solitudine sono preziosi per l’uomo e la sua tranquillità intellettuale. Il “piacere del silenzio” è necessario per stare bene con se stessi. E’ stato il Wall Street Journal a divulgare questa interessante curiosità, a partire dall’analisi di una serie di libri che trattano del silenzio e della necessità di rimanere da soli.

Con questo, nessuno sostiene che bisogna ricorrere a scelte estreme di vita: nessuno chiede di andare in eremitaggio nel deserto (anche se qualcuno – e stiamo parlando dell’età contemporanea! – lo ha fatto). Quello che è necessario è un cantuccio, una stanza o un semplice angolo deputato esclusivamente al silenzio. All’inizio potremmo essere spaesati, ma alla fine qualcosa inizierà a farsi sentire: è quella voce interna che ci dice “Ora stai meglio”.

Per quanto idealista e forse leopardiano possa sembrare questa riflessione, in realtà è portatrice di veri benefici per la propria salute mentale. Rifuggite dai poetastri, da quei Leopardi che si crogiolano nella solitudine in attesa della morte: cazzate. Tutte cazzate, chiaro!? Qui si sta parlando di qualcosa di più nobile e più sincero della poesia.

Di cosa stiamo parlando, dunque? Stiamo parlando dei nuovi eremiti del terzo millennio. Come abbiamo accennato, molti possono essere i modi per poter rifugiarsi nel silenzio e molti ricorrono al Vipassana, una parola indiana che significa “vedere le cose in profondità, come realmente sono”: ciò permette di sradicate tutte le impurità mentali per ricercare la pace interiore. Certo: volontà e concentrazione sono importanti per raggiungere questo obiettivo, ma se i metodi indiani non vi piacciono c’è anche la possibilità di rifugiarsi in un eremo laico, vicino a Terni in Umbria, chiamato Ermito, Hotelito del Alma.

Ma ammettiamolo: chi ha veramente il coraggio di staccarsi dalla vita quotidiana, dal rumore della città, dal “Tin tin” degli smartphone? Nessuno. Forse è per questo che siamo tutti più nervosi, più impazienti e meno calmi. “Cameriere! Arriva o no la mia minestra?!”. “Ma perché questa cogliona non mi risponde. C’è la doppia spunta blu. LA DOPPIA SPUNTA BLU!”. Abbiamo parlato di un cantuccio, è vero, ma c’è chi ha preferito andare a viaggiare fra i ghiacci come l’esploratore norvegese Erling Kagge o Paul Miller, giornalista di The Verge che riuscì a riscoprire il piacere della scrittura, della lettura e degli incontri faccia a faccia, dopo aver staccato internet e venduto il suo smartphone. Pensate che un certo Michael Finkel ha vissuto più di vent’anni nei boschi!

Ma noi siamo gente normale: lungi da noi l’eremitaggio pei boschi! Il massimo che ci possiamo concedere è mezz’ora di corsa al giorno o un buon libro prima di andare a letto. Ed è forse questo che ci permette di essere felici, di staccare per un po’ dalla monotona vita quotidiana. In fondo è lo stesso Kagge ad insegnarcelo: “Se si ascolta, il silenzio parla”.