Okja: un super maiale per amico

Dopo il dirompente “Snowpiercer” (film più costoso mai prodotto in Corea), che lo fece conoscere al pubblico internazionale, Bong Joon Ho, ritorna alla fantascienza, con il suo ultimo “Okja”, distribuito da Netflix, in concorso a Cannes 2017. Meno eclatante e ambizioso del precedente lavoro, il film comincia con interessanti premesse fantascientifiche, che però perdono progressivamente di forza e identità nello svolgimento della pellicola.

Un’influente multinazionale cerca di mascherare la vendita di alimenti OGM con una campagna pubblicitaria stordente, volta a convincere i consumatori che gli animali da cui vengono ricavati i prodotti finali non siano stati creati in laboratorio, ma siano stati allevati naturalmente con le migliori tecniche disponibili. Si tratta di “super maiali” di enormi dimensioni, una sorta di incrocio con degli ippopotami, molto convenienti per ridurre i costi della produzione. Per avvalorare “la purezza” dei propri intenti, la compagnia decide di affidare alcuni esemplari cuccioli ai più importanti allevatori nel mondo. Il maiale adulto che risulterà essere il migliore dopo 10 anni, sarà portato in trionfo a New York per la premiazione. Okja è proprio uno di questi maiali, allevato in Corea da una ragazzina, Mija, che ha con lui un rapporto quasi simbiotico. Nel momento in cui il suo super maiale viene scelto come vincitore, non sopportando la separazione e il terribile destino cui la creatura andrà incontro, sarà disposta a tutto pur di riaverlo con se.

Apparentemente la pellicola rientra in quel genere di film che concentrano la propria attenzione sul legame tra un essere umano e una creatura fantastica (la memoria va subito a “E.T.”); ma, come ci ha insegnato nelle sue precedenti opere, Bong Joon Ho travalica molto spesso le categorie, mischiando tra loro generi che a priori apparirebbero inconciliabili. “Snowpiercer” è l’esempio calzante di questo stile. Un film d’azione, ma allo stesso tempo drammatico, di fantascienza, a tratti noir, divertente e grottesco, con sequenze coloratissime accostate senza soluzione di continuità ad altre cupe, oscure e violente. Un mix micidiale, variegato come i vagoni del treno che i ribelli conquistano passo dopo passo, rischioso, mutevole, ma complessivamente geniale. L’estro creativo del regista è visibile anche in “Okja”, innanzitutto nel soggetto dell’opera, di certo originale; ma ciò di cui si sente la mancanza è la sceneggiatura, che in “Snowpiercer” era forte, perché tratta dalla serie di fumetti francesi “Traspercenseige”. Qui invece, l’ibridazione di stili non funziona pienamente, anzi, alla fine, rappresenta forse il difetto principale del film. 

Di certo non si tratta di un’opera di denuncia contro lo sfruttamento degli animali. Il tema, sebbene presente, è affrontato in maniera abbastanza superficiale. Le violenze contro Okja e i super maiali geneticamente modificati non sono poi così aberranti e non lasciano particolarmente il segno sullo spettatore. D’altro canto il legame tra la ragazzina e l’animale, che sarebbe dovuto essere il fulcro della pellicola, se si voleva girare un film simile al “Grande Joe” ad esempio, non è abbastanza forte. E’ delineato all’inizio, ma lo spettatore non si immedesima abbastanza nell’affetto della padrona verso la creatura, che diventa quindi più un pretesto per l’azione che un contenuto distintivo del film. Alla vicenda fanno da contorno le macchiette della multinazionale, grottesche ed eccessivamente sopra le righe, tra cui Jake Gyllenhaal. La loro eccentricità, però, alla lunga, stanca e non riesce ad essere giustificata come lo era invece in “Snowpiercer”. Certo non si può negare che Tilda Swinton sia sempre all’altezza del ruolo, ma purtroppo i personaggi da lei interpretati sono in fondo abbastanza banali e trascorse alcune scene d’effetto, non riescono a condizionare la pellicola.

L’impressione è che Bon Joon Ho volesse girare una commedia a film, con le dinamiche di un cartone animato. Ci è riuscito in parte, anche la figura di Paul Deno, capo degli animalisti tolleranti, eroici e sensibili, lo dimostra; ma nel complesso, sebbene gradevole, il film appare “sempliciotto”.

Anche gli “abbozzi” distopici che potevano delinearsi dall’incipit sono presto abbandonati in favore di una trama molto lineare. L’ironia non manca e non mancano neanche scene visivamente interessanti ed eccentriche, come quella del super maiale in metropolitana, o dell’inseguimento del camion per rapire la creatura. La “parte action” è quindi di buona fattura, così come le scene che descrivono il bombardamento mediatico della multinazionale. Per evidenziare alcuni limiti di Okja può essere interessante confrontarlo con il recente “L’alba del pianeta delle scimmie”.

Come il super maiale, la scimmia Cesare è frutto di un esperimento e viene accudita da un essere umano, uno scienziato, che infrangendo le regole, la salva dalla morte. L’esemplare comincia a sviluppare un’intelligenza sempre più vicina a quella umana, se non superiore. Il regista Rupert Wyatt ripercorre con grande attenzione l’evoluzione e la crescita di Cesare, concentrandosi molto sul suo rapporto con il padre adottivo, che diventa il perno dell’opera. La sceneggiatura in questo film fa la differenza perché permette un’immedesimazione convincente nel rapporto tra l’uomo e la creatura. In tal modo la successiva separazione tra i due diventa dolorosa per entrambi e viene avvertita come tale dallo spettatore. In “Okja”, al contrario, l’eccessivo mix di generi fa passare questo aspetto in secondo piano, rendendo più memorabili le scene action rispetto alle altre. Il film ne risente, appiattendosi nella seconda parte. Rimane comunque un’interessante distribuzione Netflix, che addirittura (non senza qualche polemica) ha avuto modo di partecipare a Cannes.



Francesco Bellia