Il Natale attraverso il Novecento tra letteratura, cinema e teatro

In #CulturalMente by Roberta Latorre Comments

Anche quest’anno, con la puntualità che lo caratterizza, il Natale bussa alle porte.

Il periodo natalizio è magico, porta con sé tutta una serie di sensazioni e atmosfere che rimangono impresse nei ricordi per tutta la vita. Il Natale è il momento giusto per dedicarsi alla dolcezza, per abbandonarsi al sublime scorrere del tempo ritmato dalla voce di Frank Sinatra, e, perché no, per tirare le somme di ciò che è stato l’anno che sta per concludersi, e dedicarsi ai sogni e alle speranze riguardanti l’anno che si appresta invece a cominciare.

Per molti il periodo natalizio rappresenta un momento di grande riflessione: Natale vuol dire corsa all’ultimo acquisto, vuol dire sottoporsi all’abitudine del dare-ricevere che in gran parte dei casi ha perso il suo significato, vuol dire, per alcuni, fermarsi a considerare se davvero tutta questa magia che avvolge le città e i salotti luminosi delle case decorate, non sia semplicemente una vuota e sterile trovata commerciale, la più grande e meglio riuscita della storia.

La “cultura natalizia”, pur riemergendo soltanto nel mese di dicembre, ha un’importanza considerevole nella nostra società: basti pensare prima di ogni altra cosa ai simboli, alle decorazioni che appendiamo ogni anno all’albero e che non invecchiano mai, alle canzoni imparate a scuola e trasmesse ovunque, cantate nelle recite e negli spettacoli natalizi di tutto il mondo, alle storie lette sotto l’albero, ai cartoni animati o ai film più famosi che, una volta visti da bambini restano impressi nelle nostre menti per sempre, e che ogni anno continuano a riproporre, senza ombra di cambiamento, le stesse identiche atmosfere, gli stessi messaggi positivi, le stesse magiche colonne sonore.

Molti scrittori della letteratura italiana si sono confrontati con questo fenomeno collettivo che è il Natale, anche se, nella maggior parte dei casi, per esaltarne gli aspetti negativi e decadenti, sottolineando la distanza dal vero significato che questa festa porta con sé, dunque la degenerazione dei valori che caratterizza la società moderna, sempre più passiva e indifferente.

Dino Buzzati nel 1968 pubblica una raccolta di racconti intitolata La boutique del mistero, in cui compare Racconto di Natale, una storiella tanto breve quanto pungente. È la storia della ricerca smaniosa di Dio: durante la notte di Natale Dio è presente in molte case e nel cuore di molti uomini, ma scompare immediatamente non appena viene meno il sentimento della condivisione, proprio perché la condivisione dell’amore divino è il vero significato del Natale. Tuttavia la passione dello scrittore per il tema del Natale non si ferma qui. Dal 1930 circa fino alla data della sua morte dedica numerosi scritti a questa festività, tutti riuniti nella raccolta Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie.  In questi 33 brevi racconti il Natale ci viene descritto sotto molti punti di vista: dalla tecnica per fare un bel presepe o dei bei regali, ai ricordi nostalgici di festività passate, fino alla descrizione della frenesia consumista esagerata legata al cambiamento economico e culturale dell’Italia, dunque a un totale stravolgimento del significato del Natale. Ciò che lega questi racconti è in ogni caso la ricerca di spiritualità, dunque il recupero della magia in grado di incantare tutti, bambini e adulti, credenti e no.

Il rapporto con la divinità nel giorno di Natale compare anche nella novella di Luigi Pirandello intitolata Sogno di Natale. La cattiveria dell’uomo allontana Dio, assente ovunque ormai, persino tra i fedeli che in chiesa si apprestano a celebrare la messa di Natale.

La nostalgia legata alla perdita dei valori in un giorno così importante è una considerazione ricorrente in tutto il Novecento. Anche nel mondo dello spettacolo e del teatro abbiamo diversi esempi di storie in cui a discapito dell sfondo natalizio il sentimento dominante è quello della disillusione, della malinconia riguardante una purezza ormai perduta, talvolta dell’ indifferenza e della cattiveria.

Il 1992 è l’anno di Parenti serpenti, film diretto da Mario Monicelli in cui una grande famiglia riunitasi per festeggiare il Natale, a causa di interessi personali, incomprensioni e totale disinteresse e disprezzo nei confronti di fratelli e genitori, arriva a simulare un incidente domestico per causare la morte dei due anziani capifamiglia, desiderosi di essere affidati alla cura di qualche figlio piuttosto che finire i propri giorni in ospizio.

Il teatro è sicuramente il luogo in cui meglio traspare la malinconia legata alla perdita di senso del Natale, e in questo particolare caso è necessario ricordare il grande Eduardo De Filippo. Natale in casa Cupiello, commedia scritta dallo stesso De Filippo nel 1931, racconta la storia di Luca, un capofamiglia fortemente attaccato alla tradizione natalizia del presepe (da qui la celebre frase «Te piace ʼo presepio?»), sempre criticato dalla famiglia per questo suo inopportuno interesse nei confronti di una tradizione ormai antica, soprattutto in un momento in cui all’interno del nucleo familiare tutto sembra andare a rotoli, condizione che conduce ad una triste conclusione: la morte di Luca, ignaro dell’infelicità di tutti ed immerso in un’unica grande allucinazione, quella di un enorme presepe.