Milano Film Fest 2019: O Fim Do Mundo – la periferia di Lisbona

Tenutosi dal 4 al 10 ottobre il Milano Film Fest 2019 si è rivelato essere anche quest’anno un’efficace piattaforma di diffusione e promozione del cinema indipendente internazionale. Grande partecipazione da parte dei giovani ed elevata la qualità dei lungometraggi e dei cortometraggi in concorso, proiettati al Cinema Odeon di Milano. Tra i lungometraggi premiati The Sharks di Lucía Garibaldi (Premio Miglior Lungometraggio assegnato dalla giuria composta da Margherita BuyHanna Woodhead e Maurizio Braucci) e A certain kind of silence (Premio del Pubblico). 

Noi di Social up Magazine abbiamo avuto occasione di visionare “O Fim do Mundo”, (presentato anche a Locarno 2019), davvero un bel film, del regista portoghese Basil Da Cunha, una pellicola che descrive la gabbia soffocante di  Reboleiraperiferia a nord di Lisbona adottando il punto di vista disincantato, ma, in fondo, lucido del giovane Spira, un ragazzo uscito da poco dal riformatorio-prigione, che si ritrova a confrontarsi con altre sbarre, quelle del quartiere in cui è sempre vissuto prima di essere arrestato: sbarre fatte non di metallo, ma di violenza, mancanza di prospettiva, ozio improduttivo che genera rabbia e impotenza, assieme ad un peregrinare a zonzo pericoloso, con in testa fatui miti come quello del guadagno facile, della droga, delle armi, pensieri che ronzano soprattutto nella mente dei due amici del ragazzo.

Un film di denuncia che racconta il ritorno forzato del protagonista in un mondo chiuso che non ha niente da offrirgli, se non il ricadere negli stessi errori già commessi (il reato), da qui il titolo O Fim Du Mundo, la fine del mondo, un microcosmo limitato e grottesco, uno slam che il regista non manca di rappresentare come una dimensione a se stante, quasi emersa da un sgradevole sogno, in alcuni piano sequenza che scandiscono i punti cruciali del film.

Ne è un esempio la scena iniziale, un battesimo accompagnato da una solenne musica da cerimonia. Ma dell’importanza del rito non rimane che la musica. I protagonisti risultano grotteschi, distratti, quasi inadeguati all’evento. La sera stessa dopo la festa c’è già una rissa. Fin dall’inizio tutti loro sono scrutati dallo sguardo silenzioso e oppresso del giovane Spira, che non vede speranza né sogni intorno a se.

E’ con questo incipit che il regista adotta abilmente la prospettiva del giovane outsider che per 8 anni è stato in prigione e adesso torna disilluso in una “casa” che di dimensione accogliente e domestica ha ben poco. Lo sguardo dello “straniero” è ben presto avvertito dalla gente del luogo, dai suoi amici che cercano di riportarlo alle “leggi del quartiere”, alla matrigna di Spira, al boss della zona; ma nessuno di essi farà presa sul ragazzo. Egli è un ribelle silenzioso e come tale può distruggere i confini e sfidare il loro limite. Elegante lo stile di Basil Da Cunha che, accanto alla descrizione della vita e della struttura del quartiere, svolta con grande attenzione realistica per le persone e per le abitudini di coloro che abitano la periferia (il regista è stato a Reboleira per 12 anni e gli attori sono presi del luogo), non perde mai di vista lo sguardo disilluso e malinconico del protagonista della pellicola, non a caso attratto dall’appiccare incendi per corrodere in qualche modo la staticità stagnante del luogo.Risultato immagini per o fim do mundo film

Il regista (anche sceneggiatore e direttore della fotografia) è molto abile nell’utilizzare la componente musicale per accompagnare alcune scene di impatto che irrompono come miraggi nella routine dei protagonisti. Un montaggio sonoro di “sarabande malinconiche e solenni” che sono spesso in contrasto con quanto si vede sullo schermo (come la danza triste e “vampiresca” di uno degli abitanti del quartiere che insiste per mettere una musica inappropriata durante un funerale ed è l’unico a ballare). Intelligente anche la sceneggiatura del film che prepara fin dall’inizio il destino di tutti i personaggi riunendoli nel notevole finale: una cerimonia funebre, che come il battesimo iniziale è un rito senza sostanza, in cui addirittura gli uccisori partecipano e mentono, una processione destinata a ripetersi come la violenza e l’oppressione della periferia.

Film complesso e sentito, O Fim do Mundo va in profondità, riuscendo a descrivere con realismo le sensazioni degli abitanti del quartiere degradato descritto. Queste prevalgono sull’intento di documentare o denunciare e l’effetto finale è quello di arrivare allo spettatore e provocare in lui una forte immedesimazione. Scelti benissimo gli interpreti, la macchina da presa si sofferma con rispetto, sincerità sui loro volti e i loro sguardi, facendo emergere la poesia della periferia, soprattutto indagando lo sguardo smarrito dei giovani; come accade al termine della pellicola in cui con un intelligente e simbolico (nonché provocatorio) capovolgimento di ruolo lo sguardo registico non coincide più con quello di Spira, ma si sposta, diventa quello di un morto, che dal carro funebre guarda ad uno ad uno gli abitanti del quartiere. Essi ricambiano e chiudono il cerchio di sguardi, in una cornice che davvero sembra trovarsi alla fine del mondo.



Francesco Bellia