Max Gufler, il serial killer cacciatore di dote

Claudia Ruiz

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Sulle pagine di Social Up abbiamo già parlato del più famoso serial killer austriaco, quel Jack Unterweger che tanta celebrità raggiunse a metà degli anni ’90. Ma Unterweger non è ovviamente stato l’unico assassino seriale austriaco esistito, e neppure il solo ad aver raggiunto una certa notorietà.

A finire decenni prima sotto i riflettori della “fama”, seppur per i motivi più sbagliati ed efferati, fu infatti il “mezzo invalido” Max Gufler, le cui vicende sono state a suo tempo paragonate a quelle di Henri Landru, il serial killer francese soprannominato Barbablù.

Andiamo a conoscere le vicende legate a questo criminale.

Poco si sa sull’infanzia di Max Gufler, salvo un dato molto importante, relativo alla sua salute. Max infatti, nato da una relazione illegittima, da piccolo fu vittima di un terribile incidente: venne colpito alla testa da una grossa pietra, subendo un grave trauma cranico.
Da quel momento la sua esistenza si riempì di imprevedibili episodi di violenza selvaggia e gratuita.

Ma il fato si accanì ulteriormente su Max.
Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in pieno svolgimento del proprio lavoro, ovvero l’autista di ambulanze per l’esercito tedesco, venne nuovamente ferito gravemente alla testa a causa dello scoppio di una granata.

Uscì (vivo) da questa esperienza fortemente menomato nello spirito e nel fisico.

Terminata la guerra si dedicò a un’occupazione “tranquilla”, quella del libraio. Vendette libri per sette anni nella cittadina dei Sankt Pölten, nella Bassa Austria, fino a quando nel 1951 conobbe e cominciò una relazione sentimentale con Herta Jonn.

La sua “bella” era la figlia di un proprietario di un chiosco di tabacco: ben presto Max abbandonò la sua occupazione e si fece assumere dal padre di lei, dimostrando uno spirito imprenditoriale decisamente “borderline” e rischioso. Cominciò infatti a vendere foto pornografiche, una tipologia di prodotto ai tempi molto richiesta ma altamente illegale.

“Baciato dalla fortuna” come di consueto, il suo traffico illecito di pornografia venne scoperto e trascinò con sè nel vortige della sventura giudiziaria anche Herta e suo padre, ignari di tutto. Tutti e tre finirono in carcere e il chiosco di vendita del tabacco rimase chiuso per sempre.

Una volta uscito di galera Max Gufler dovette fronteggiare una situazione difficile: senza un lavoro e con pochi soldi rimasti rischiava un’esistenza di stenti e miseria. Ma trovò un modo tanto ingegnoso quanto malvagio per cavarsela.

Ogni guerra lascia dietro di sè ferite che impiegano anni per richiudersi, un vasto numero di vedove e una profonda mancanza di elementi maschili “da matrimonio”.

Max sfruttò questa mancanza di “maschi adulti” sul mercato per proporsi come “uomo di fiducia”, “amico”, o “aspirante marito” a un vasto numero di donne sole e facoltose. Gufler, che nel frattempo era diventato un commerciante ambulante di aspirapolveri, cominciò corrispondenze con tantissime donne sole, proponendosi come compagno di vita. E come prova d’Amore, per quelle che erano disposte ad “unirsi a lui”, chiedeva una cosa semplice semplice: quella di ritirare tutti i risparmi e farglieli vedere prima del giorno del matrimonio.

Il modus operandi poi era quasi sempre lo stesso: Gufler portava a spasso la sua futura consorte in luoghi isolati, salvo poi avvelenarla con barbiturici o altre droghe e farla affogare, in modo da simulare un tragico suicidio e dileguarsi coi soldi.

Si sospetta che Max Gufler sia stato il responsabile di 18 omicidi, il primo dei quali compiuto addirittura nel 1946, quando ancora era un libraio. Tuttavia venne condannato solo per quattro di essi.

Confessò l’omicidio della prostituta cinquantenne Milie Meystrzik, alla quale frantumò il cranio in una stanza del quartiere a luci rosse di Vienna nel 1952. Ammise di aver ucciso la 45enne Josefine Kemmleitner, il cui cadavere era stato trovato il 3 giugno 1958 nel Danubio, con un’overdose di barbiturici.  Confessò poi anche gli omicidi della 50enne Juliana Nass, anche lei ripescata dal Danubio il 15 ottobre 1958, e della 47enne Marias Robas, ritrovata cadavere il 22 settembre 1958.

Le autorità raccolsero prove che legavano il serial killer anche agli omicidi di Augusta Lindebner, Theresa Wesely, Juliana Emsenhuber e Josephine Dangl, e che lo rendevano il sospettato numero uno anche per la morte di dieci altre donne.

Condannato all’ergastolo nel maggio del 1961, venne rinchiuso nella famosa prigione di Stone, dove morì nel 1966.