Materiali alternativi: la chimera della moda incontra i collant sostenibili

Siamo sinceri: quando si parla di materiali alternativi abbiamo sempre un po’ di pregiudizi. Sono nuovi, poco conosciuti e soprattutto sviluppati con materie prime che non conosciamo. Pensiamo che le performance non siano all’altezza, che siano troppo costosi e che in definitiva il gioco non valga la candela. 

Dall’altro lato però i materiali alternativi e sostenibili stuzzicano la nostra curiosità. Sono freschi, mai sentiti prima e per questo immediatamente cool. Anche le grandi maisons hanno ceduto al loro fascino. Fra queste, Hermes che ha creato la sua iconica Birkin in “pelle” realizzata a partire dai funghi.  

fonte: IG @hermes

Nonostante siano semi sconosciuti ce ne sono tantissimi: dalle bucce d’arancia si ricava l’Orange fiber, un tessuto simile alla seta; dalle fibre di banana vengono realizzati materiali più resistenti simili al cotone e infine, giusto per citarne tre, dal caffè si riesce a realizzare un tessuto molto traspirante. 

Si tratta molto spesso di tessuti tecnici, altamente performanti questo perchè le performance non sembrano diminuire in base alla materia prima sfruttata, anzi. Sembra quasi che gli studiosi si ingegnino maggiormente, che affrontino l’utilizzo di queste materie prime come una sfida. 

Se infatti il timore è che questi tessuti e materiali alternativi vadano ad incidere negativamente sulla tanto citata “qualità della vita” non è così. Anzi. Sono pensati per integrarsi perfettamente nella nostra vita, per diventare qualcosa di più, non qualcosa di meno. Qui non si applica la filosofia del “less is more”, o meglio … solamente nella scelte delle materie prime! 

fonte: IG @manteco_spa

È il caso per esempio del primo collant realizzato da due eccellenze italiane (Oroblù e RadiciGroup) a partire dal PET delle bottiglie. La loro produzione permette un miglioramento dell’environment a 360 gradi: si abbattono le emissioni di anidride carbonica e si riducono gli utilizzi di acqua e di energia. Per non parlare naturalmente dell’eleganza senza tempo del collant e della qualità del prodotto finito. Il progetto si chiama “Oroblù save the oceans” e non possiamo dire che il nome non sia azzeccatto. 

“La nostra strategia di prodotto – ha sottolineato Angelo Radici, Presidente di RadiciGroup – è sempre più orientata a incrementare l’uso di materia prima da recupero, senza però rinunciare alle performance delle soluzioni che proponiamo ai nostri clienti.  Abbiamo lavorato fianco a fianco con Oroblù per mettere sul mercato un collant di qualità, bello e sostenibile che potesse soddisfare le esigenze anche delle consumatrici più attente e sensibili a queste tematiche. Ed è per noi motivo di orgoglio poter lavorare con realtà di eccellenza del nostro territorio.”

Temete davvero ancora che i materiali alternativi diminuiscano le performance di un prodotto?



Rebecca Bertolasi