L’università “Kore” di Enna e la parità di genere: decreto di voto studentesco al femminile

Le parole sono importanti. Social Up si impegna su questo fronte già da molto tempo, al fine di sensibilizzare i più a prestare attenzione anche a fenomeni di natura linguistica considerati per certi aspetti banali. La banalità di questi non è dettata dal loro significato, che al contrario nasconde dei contesti storici importanti, bensì dal loro frequente utilizzo. Quando un’espressione, un modo di dire, una regola grammaticale specifica è a lungo utilizzata si standardizza divenendo in qualche modo scontata. “È così che si dice, così si è sempre detto e così si dovrà continuare a dire!”, sicuri che sia proprio necessario continuare a pensarla in tal modo in tutti i casi? A favore di questa teoria, si riportano vicende concrete che dal loro piccolo contesto – l’università – fanno scalpore a livello nazionale.

La Libera Università degli Studi di Enna “Kore”, in Sicilia, ha deciso per quest’anno accademico di redigere il decreto di voto per l’elezione delle rappresentanze studentesche tutto al femminile.

Un semplice gesto, quello dell’università siciliana, che però non è passato inosservato. A riportare la notizia, l’ANSA, la Repubblica ed altre importanti testate come simbolo di un fenomeno strettamente attuale e di fondamentale rilevanza storica e sociale.

È un modo per mettere gli studenti nei panni delle studentesse costrette sempre a leggere i testi tutti al maschile.

Dall’università di Enna, sono queste le parole che giustificano le ragioni del documento di voto redatto al femminile. Tuttavia, in molti si chiedono quale sia davvero la natura di quella “costrizione di lettura al maschile”. Davvero le donne si sentono costrette a leggere testi al maschile? Forse non del tutto, in fondo, ci siamo abituate. Eppure, se davvero di parità di genere si vuole parlare, in tal senso, bisognerebbe fare uno sforzo cognitivo in più per capire la natura profonda di questo fenomeno.

Dal sito dell’università in questione si riportano le seguenti parole, stimolo di riflessione:

“Sappiamo benissimo che in italiano vige la regola stilistica secondo la quale, in presenza del contestuale riferimento a persone di genere diverso, si usa il maschile ma volevamo invitare gli studenti a mettersi nei panni delle ragazze per indurli a riflettere sulla parità di genere anche quando questa parità è, come nel nostro ateneo, una cosa scontata e mai messa in discussione”.

Ecco, l’università “Kore” ha deciso di fare questo regalo, se così si può definire, alle sue studentesse, le quali numericamente sono anche il doppio rispetto ai ragazzi iscritti.

Sembrerebbe, dunque, abbastanza normale come scelta stilistica, eppure per certi versi incorretta. Dato che, la grammatica italiana presuppone l’utilizzo del maschile plurale anche nel caso in cui all’interno di uno spazio ci siano, ad esempio, 9 femmine e un solo maschio.

Quest’utilizzo del maschile plurale, considerato una sorta di uso neutro per indicare soggetti di genere diverso, ha delle radici storiche fortemente maschiliste. Nel 21° secolo non si vuole dire che la grammatica sia sessista, ma il contesto in cui si è sviluppata nel tempo lo è stato.

Ancora oggi si usa il maschile di determinati termini persino quando esiste anche la loro versione femminile. É, allora, comprensibile il perché di questa iniziativa universitaria. Le ragioni di natura storica rimandano ad un contesto in cui le donne non avevano diritti ed erano considerate inferiori all’uomo, a maggior ragione in una situazione di voto. In Italia, si ricorda, il diritto di voto per le donne si acquisì solo nel 1945 e l’anno successivo avvenne il primo voto su scala nazionale con suffragio femminile e maschile. Il risultato fu la vittoria e la nascita della Repubblica italiana.

Un grandissimo passo avvenuto meno di 80 anni fa, da quel momento le donne in Italia hanno cominciato ad imporsi nella sfera pubblica, lavorativa e amministrativa. Tuttavia, ad oggi non hanno smesso di lottare verso questa stessa direzione. A causa di determinati fattori intrinseci alla società, i quali stentano ad essere superati, la parità di genere è ancora un argomento di cui i media si devono occupare. Il linguaggio è uno di questi e, dunque, un suo mutamento di utilizzo può fare la differenza.

“Questo testo al femminile vuole essere un contributo ad una sensibilizzazione che è sempre troppo poca e forse anche ancora troppo superficiale”.

Da un lato le motivazioni dell’università di Enna. Dall’altro è, inoltre, interessante il punto di vista di un iscritto a questa. Un ragazzo che si è ritrovato per la prima volta a leggere un testo totalmente redatto al femminile – salvo determinati termini ufficiali -. Provare una sorta di dissonanza stilistica è normale, però, è anche un invito a riflettere. Di seguito le sue emozioni e reazioni sull’iniziativa.

Alessandro Gallone, 21 anni studente del corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Scienze della Formazione Primaria.

“Ho appreso la notizia tramite un post su Facebook di un importante quotidiano e sono rimasto stupito di come la mia piccola Università fosse diventata in men che non si dica un caso di interesse nazionale e di dibattito social. Ritengo assolutamente valida questa scelta stilistica e mi auguro che venga riproposta anche in successivi comunicati e decreti ufficiali.

Nel primo articolo del decreto in questione è chiaramente ribadito che le declinazioni al femminile hanno da intendersi valevoli per entrambi i generi. Trovo, quindi, le polemiche che si sono scatenate del tutto pretestuose e infondate, oltre che intrise di un approccio maschilista goffamente camuffato da “lotta al politicamente corretto” e ” richiamo al purismo linguistico”.

La parità di genere è un tema culturale fondamentale e sono orgoglioso, quindi, che comportamenti virtuosi vengano promossi proprio dalle istituzioni culturali come l’università, ancor di più se penso che si tratta dell’ateneo di cui io faccio parte.

Soffermandomi sul panorama universitario italiano, un grande passo in avanti verso la parità di genere sarebbe indubbiamente l’assottigliamento del divario di genere nelle cariche accademiche. Il CUN ha pubblicato, a dicembre scorso, un rapporto che attesta al solo 24% la presenza di professoresse ordinarie negli atenei italiani nell’anno 2018. Una percentuale bassissima, che diventa ancor più risicata se consideriamo gli ambiti di docenza STEM (13% Scienze fisiche – 11% Ingegneria industriale). A partire da tutti i dati allarmanti che emergono dal mondo dell’occupazione, della formazione, della rappresentanza politica e dalla condizione sociale, dovremmo ristrutturare da cima a fondo la visione retrograda che in molti, anzi, troppi, riservano ancora alla figura della donna e al suo ruolo nella società tutta”.

Non si tratta semplicemente di un linguaggio politicamente corretto, ma di assumere una coscienza linguistica adeguata che sappia tenere conto anche dei cambiamenti in corso. Il “si è sempre detto così” non è più accettabile come motivazione.



Giulia Grasso