Non solo politically correct, ecco come riconoscere delle frasi misogine ed eliminarle dal linguaggio

Sin dai tempi dell’Illuminismo le donne hanno iniziato ad imporsi nella scena pubblica per conquistare la parità nei diritti civili. Al contempo, però, da quel momento le sfide sono state lunghe e difficili. Infatti, ancora oggi in certe situazioni non è possibile affermare che esista un sistema, tanto lavorativo che sociale, governato dalle pari opportunità. Tuttavia, il primo passo per cominciare a rendere l’affermazione precedente quanto più realizzabile possibile risiede nel linguaggio. Sì, perché proprio la parola, per quanto insignificante possa essere, ha un impatto sociale non indifferente. Spesso anche le donne più femministe, per via della loro educazione in un contesto patriarcale, cadono nel tranello delle “frasi misogine” senza neanche rendersene conto.

La misoginia è un parolone e riguarda un atteggiamento dispregiativo nei confronti delle donne. Esistono, però, frasi, modi di dire, parole che utilizziamo inconsapevolmente in modo misogino.

Questo non vuol dire che tutti quelli che pronunciano determinate frasi odiano le donne. Si tratta, a volte, di un modo di fare inconsapevole frutto di un processo di apprendimento in un contesto maschilista e fortemente patriarcale.

Ad oggi, in un universo social e sociale governato dal politically correct, certe frasi fanno arrabbiare una buona parte della società. Ed un bene che sia così, poiché sebbene determinate questioni legate al politicamente corretto siano esagerate, il linguaggio non è una di queste.

Nel linguaggio risiede la cultura di un’intera popolazione, e seppur si faccia fatica a credere, esso è politicamente plasmato. Ciò significa che determinati appellativi, giudizi ed enunciazioni dovrebbero essere eliminati, o rivisti, se si vuole mirare alla realizzazione del sogno di un mondo quanto più equo possibile.

Scopriamo, allora, alcune di queste frasi che rendono misogino il nostro riferirsi alle donne.

Freeda, è un aggregatore di contenuti social presente in maniera globale, che come si evince dallo stesso nome, ha l’obiettivo di parlare delle libertà della donna in diversi aspetti. La sua realtà mira all’emancipazione femminile, e qualche anno fa si era occupata partendo da un video dell’Huffington Post di smascherare alcuni modi in cui siamo misogini senza essere consapevoli di esserlo.

Nell’articolo in questione, si cita anche una sorta di effetto auto-discriminante, in quanto a volte sono le stesse donne ad utilizzare quei modi di dire contro altre donne. Chiaramente, vedere una donna attaccarne un’altra è sempre una scena terribile, si parla tanto di #girlpower, dell’unione che fa la forza, e poi, anche e soprattutto nei contesti mediatici sono le donne che vanno l’una contro l’altra. Risulta essere ancora più sgradevole vedere, però, usare dalle stesse donne delle forme di linguaggio cariche di misoginia.

Frasi come “non hai figli non puoi capire”, fanno male e urtano la coscienza di quella donna, la quale magari non può avere figli pur desiderandoli, o ancora non vuole averli. Delle childfree ne avevamo parlato in questo articolo, ma in ogni modo la carica misogina che vi è dietro questa semplice espressione è evidente. Nel 2021 è ancora obbligatorio che una donna per sentirsi realizzata, o addirittura per capire determinate dinamiche, debba avere figli? Ed ancora, preoccuparsi per “l’orologio biologico” di una donna, non è sinonimo di carineria ma un’invasione nella sfera intima di una donna.

Il modello della donna madre-moglie è ormai obsoleto, invece, nel linguaggio no. Perché non è comune, tra l’altro, che questa frase si rivolga ad un uomo.

A proposito di uomini, quante volte questi sono stati definiti “bravi mariti” solo perché aiutavano con le faccende domestiche. Dire ad una donna “guarda che bravo marito che hai” non è un complimento, dato che presuppone che sia la sola donna a doversi occupare della casa. Invece, a dominare nel 21° secolo dovrebbe essere la collaborazione.

Riferirsi ad una madre come “menefreghista” solo perché ha accettato di lavorare a tempo pieno dopo aver partorito è misogino. Mira alla libertà individuale di una persona, perché le donne come gli uomini hanno il diritto di lavorare pur essendo dei genitori. In tale dinamica, dovrebbe intervenire, invece, lo stato per dare il congedo genitoriale dal lavoro tanto alla madre come al padre.

Per ciò che concerne la donna che applica forme di misoginia a se stessa si ricorda, il scusarsi o vergognarsi per il ciclo. Non è mica un reato, ma si tratta di un fattore biologico e naturale e ad oggi tutti sanno cos’è, ed è normale che il proprio partner mentre vada a fare la spesa compri l’assorbente per la propria donna. Nessuno penserà che ad avere il ciclo sia lui!

A proposito di vergogna, avere i peli è altrettanto normale!

Nessuno ha il diritto di farlo notare, nessuno dovrebbe scusarsi per non essere arrivato a depilarsi. Dire ad una donna “ma che baffo hai!”, quando effettivamente sul viso non sono baffetti, ma macchie solari, è misogino. Frida Kahlo si rivolterebbe nella tomba!

Così come lo è giudicare la bontà d’animo di una moglie dalle volte in cui si concede al marito. Non siamo più nel ‘700, il desiderio sessuale non ha genere e non si misura in quantità, semmai è la qualità del rapporto. Anche se, pure quest’ultima, non dovrebbe essere oggetto di giudizio.

Se dici ad un’amica “Ma truccati ogni tanto, non sei femminile” sappi che non le stai dando un consiglio, ma un’aggressione verbale, giacché ogni donna e ragazza può essere o meno interessata a questi aspetti del mondo femminile. La femminilità ha mille sfumature.

Per consolare la tua fidanzata, non discriminare la altre ragazze dicendole “non sei come le altre”; non basare i tuoi complimenti sulla bellezza o la forma fisica di una ragazza, il “se più bella e magra di lei” non fa più colpo. Così come dire ad una donna in carne “stai bene così, non hai bisogno di dimagrire”, quando ad esempio lei non aveva neanche pensato di fare la dieta, è discriminatorio.

Ed, infine, i puritani della grammatica di qualsiasi genere essi siano, faranno fatica a cambiare idea, ma è giusto dire che ogni ruolo se ricoperto da una donna merita di essere sottolineato. Esiste la rettrice dell’università; l’avvocatessa in tribunale (o come piace definirsi alla fonte di informazione primaria su Instagram, l’avvocata Cathy La Torre). Si potrebbe andare avanti all’infinito citando il femminile delle professioni, o altri modi di dire che andrebbero evitati nei confronti delle donne. L’auspicio è che questo e molto altro possa, invece, essere insegnato ai bambini a scuola, a ragazzini in famiglia affinché crescano come adulti che abbiano letto di misoginia solo nei libri.

Se ti sei res* conto di avere utilizzato una o più di queste espressioni misogine, senza neanche averci fatto troppo caso, fermati finché puoi. Non perché al giorno d’oggi non si possa più dire nulla, dato che tutto rischia di intaccare la suscettibilità di un individuo. Non è questo l’obiettivo. Lo scopo è per lo più affermare un nuovo modello di normalità, tramite il linguaggio, che sappia come rendere libera una donna da ogni forma di pregiudizio.

Esistono madri cattive e mogli pessime, è vero, ma ciò non deriva dai concetti sopra citati, bensì da questioni più delicate.



Giulia Grasso