“Lettera a un bambino mai nato”: la “filosofica psicologia” di Oriana Fallaci

Correva l’anno 1975, e la giornalista che ha rivoluzionato un certo “modus operandi” delle interviste, Oriana Fallaci, s’inseriva nella spinosa questione dell’aborto, tre anni prima dell’entrata in vigore in Italia della legge “ad hoc”, con “Lettera a un bambino mai nato”, un libro, ma anche tanto di più.

Prendendo le mosse da una vicenda autobiografica di aborto spontaneo, “una donna per tutte le donne” scrive un monologo teatrale e letterario di poco più di 90 pagine, per dimostrare che non vi sia dibattito che tenga, né etico, né sociale, né politico, né religioso, e quindi umano, per intervenire legittimamente nell’ambito di una scelta per giunta difficile, quale quella di diventare madre anche se si possiede già una creaturina in grembo.

Come “non si diventa umani per diritto naturale”, ma solo grazie all’incontro con altri simili, col dialogo nella vita sulla terra, così essere mamma non è un dovere, ma un diritto. E, in quanto tale, una scelta.

Dunque, è sulla scorta del mai citato, eppure aleggiante filosofo danese Kierkegaard, che Oriana spazza via ogni argomentazione intrusiva sulla vita e sulla morte, soprattutto quando si tratta di uomini che non potranno mai capire cosa sia il dramma del parto, in quanto non potranno mai partorire.

E lo fa legittimamente riportando ogni questione, proprio come in un trattato filosofico, riuscendo a costruire un’egregia sintesi tra scritto di etica e morale e parabola psicologica che vede al centro non una donna, ma tutte le donne: coi loro dubbi e pensieri tormentati quando sono chiamate a compiere un’ardua scelta quale quella tra aborto e maternità.

La Fallaci, attraverso pagine che spesso sembrano volare davvero in una realtà altra metafisica, che trova il suo corrispettivo anche in un linguaggio spezzato, confuso e senza regole di pause (i pensieri dell’animo umano, che scorrono rapidi naturalmente), lo chiarisce spesso che la vita non è facile, che la cosiddetta “società umana” è cattiva al di là di ogni ideologia, che le donne spesso sono le prime a pagare in nome di una qualsiasi scelta (quanto è attuale qui, e altrove, Oriana!), ma che è pur vero che la cosa più spaventosa tra tutte è il Nulla.

In barba ad ogni filosofia nichilista, la scrittrice definisce così il senso più profondo della scelta, e quindi dell’esistenza: è qualcosa, è “una realtà da non distruggere”, non “una possibilità”, qualunque essa sia.

Il cosiddetto “bambino mai nato” è una possibilità di vita, ma per una donna che, dubbiosa e tormentata fino alla fine, comunque non avrebbe voluto essere mamma, non sarebbe stata fonte di vita.

Le scelte, se condotte con coscienza, non sono mai sbagliate, ma sempre giuste fino a prova contraria, fino a quando non sarà la stessa coscienza in futuro a ritenerle sbagliate: ammesso che avvenga, che c’assalga il rimorso o il pentimento, ma quando siamo chiamati a scegliere siamo soli, per cui non esiste nient’altro o nessun altro a disturbare la personale Scelta della nostra Esistenza.

Il problema principale del libro, scritto benissimo, ricco di parallelismi, collegamenti, riflessioni sulla vita, la morte e il mondo sempre valide, risiede in un capitolo conclusivo troppo criptico, ove il mistero della coscienza non approda ad una risoluzione, uno scioglimento dopo dubbi e “controdubbi”, riflessioni e “controriflessioni”: eppure l’opera termina, non ha il senso del “continuum”, per cui, magari in questo caso, avremmo anche potuto comprendere il motivo d’una simile intenzione.

E quella che appare più come una ciclica e naturale constatazione che come una verità annunciata (la specie continuerà a perpetuarsi, perché la vita va avanti, al di là di ogni scelta possibile), non riesce, tuttavia, a chiarire il motivo per cui una donna, che ha la pretesa di rappresentarle tutte, sembra che si sia definitivamente pentita e abbia così scelto di morire con il suo bambino mai nato.

L’aborto non provoca rimorsi in ogni donna, come una scelta qualsiasi: al massimo può avvenire in futuro, ma non è neanche detto.

A confondere, oltre che la personificazione femminile universale adottata dall’autrice, è l’alone di mistero che conduce ad un’unica certezza: dopo tanti interrogativi che trovano dispiegato il proprio ragionato senso in ognuno che legge, “Lettera a un bambino mai nato” finisce con un interrogativo da parte del lettore sul perché e sul per come che non troverà mai risposta. Un interrogativo, dunque, inevaso.

E il troppo storpia, anche se un libro così, resta.

Ecco a voi le riflessioni più profonde dell’intero scritto, a tratti toccante:

“Quasi che il dilemma esistere o non esistere si potesse risolvere con una sentenza o un’altra, una legge o un’altra, e non toccasse ad ogni creatura risolverlo da sé e per sé.”

“Il dolore è il sale della vita e senza di esso non saremmo umani.”

“Signor dottore, qui non si fa il processo a una donna: si fa il processo a tutte le donne. Ho quindi il diritto di rovesciarlo su lei e dirle: la maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. È una scelta cosciente […].
Questa donna non voleva uccider nessuno. Era lei che voleva ucciderla, signor dottore, negandole perfino l’uso del proprio intelletto.”

“[…] Il suo perbenismo è turbato da chi dice che il problema non consiste nel far nascere un gran numero di individui ma nel rendere meno disgraziata possibile l’esistenza di coloro che sono già nati.”

“Non conosco infanticidio peggiore della guerra.”

“Non si è umani per diritto naturale, prima di nascere. Umani lo si diventa dopo, quando si è nati, perché si sta con gli altri, perché ci aiutano gli altri,…”

“Una volta conobbi uno scrittore che diceva: ciascuno ha la vita che si merita.
Come dire che un povero merita d’essere povero, che un cieco merita d’essere cieco. Era un uomo stupido, sebbene fosse uno scrittore intelligente.”

“Non troverai mai un sistema, mai un’ideologia, che possa mutare il cuore degli uomini e cancellarne la malvagità.
Quando ti diranno da-noi-è-diverso, rispondigli: bugiardi.”

“Tu che non conosci ancora la peggiore delle verità: il mondo cambia e resta come prima.”

“Forse è troppo presto per parlarti così. Forse dovrei tacerti per ora le brutture e le malinconie, forse dovrei raccontarti un mondo di innocenze e gaiezze.
Ma sarebbe come attirarti in un inganno, bambino.”

Valutazione: Ottimo 🌟🌟🌟🌟



Christian Liguori