Arte e follia: due facce della stessa medaglia

Sarà che è nata assieme alla primavera, sarà che aveva quel sorriso dolce intriso di malinconia, sarà che con le sue parole immortali ci spoglia e ci scuote l’anima, ma a noi l’Alda Merini Nazionale ci piace e ci affascina anche solo a pronunciarne il nome.

Poetessa e scrittrice per i suoi lettori, affetta da disturbo bipolare per i medici, musa e prigioniera di se stessa, di una sensibilità fuori dalle righe, fuori dai luoghi comuni e dalle squallide ipocrisie. Ne ha viste e vissute di tutti i colori: i lunghi giorni nel manicomio, la soddisfazione di vedere pubblicate le sue prime poesie da giovanissima, i successi letterari, la solitudine, il testardo amore per un marito che spesso la maltrattava. Come lei stessa diceva, la vita l’ha goduta tutta, assaporando il vino dolce del successo e quello più secco della malattia.

Certo è che i pavimenti freddi dell’ospedale psichiatrico non hanno congelato lo spirito pulsante e vivo di Alda Merini che ha continuato a concedersi senza pudore al suo istinto e alla sua intuizione di poetessa, raccontandosi e parlandoci di vita a parole sue.

A questo punto è piuttosto lecito chiedersi se ci sia un collegamento tra malattia e poesia, un patto di sangue tra follia e arte che perdura da secoli e che ha dato filo da torcere a molti studiosi della mente. Da sempre esiste uno spazio riservato ai creativi “folli” e ogni epoca ha cercato di incasellare quei comportamenti propri di personalità eccentriche e strane. Rudolf e Margot Wittkover, nel 1963, pubblicarono “Nati sotto Saturno. La figura dell’artista dall’antichità alla rivoluzione francese”, dando avvio ad una linea interpretativa che guarda alla creatività come ad una possibile figlia della malinconia, rifacendosi al pensiero rinascimentale. Infatti, Saturno era considerato, chiamando in causa anche l’astrologia, il pianeta dei malinconici, il padre di tutti quegli uomini che mostravano un indole riflessiva, assorta, solitaria e creativa. Inoltre, è anche vero che spesso gli artisti sono portatori di un nuovo messaggio, di qualcosa che sfugge agli occhi degli altri e diventano vittime di una società poco propensa ad uscire dalla tradizione e a percorrere strade sterrate. La ricerca artistica richiede all’uomo/artista, poeta o pittore che sia, di mettere in gioco anima e corpo, di usare tutte le sue energie per nuotare fino al fondale del reale e portare a galla una verità.

Quindi, non è l’opera d’arte ad essere il frutto della follia, ma è quest’ultima l’inevitabile effetto della determinazione richiesta dalla creatività dell’artista. L’impegno richiesto dalla creatività può sfociare in atteggiamenti insoliti nella sfera della vita sociale. Da ricordare, inoltre, gli studi delle creazione dei malati di mente. Di spicco troviamo, sicuramente, quello di Hans Prinzhorn, un medico che aveva messo insieme una collezione di oltre 4.500 opere di pazienti e si concentrò sul loro rapporto con quelle degli artisti. Tantissime le avanguardie che promossero la follia a metodo, come i dadaisti che vedevano in essa un’accattivante opportunità di esprimere la propria personalità. La follia rimane un groviglio di sofferenza per chi la respira dalle proprie narici e alcuni sostengono che forse l’arte ne abbia abusato riducendola ad una pura forma estetica. Ma, sbirciando meglio, è facile intuire che gli artisti vedevano nei caratteri della follia gli strumenti di contestazione dei valori poco credibili di una società in cui non si riconoscevano. “La superficialità mi inquieta, ma il profondo mi uccide” lo aveva scritto Alda Merini ed aveva proprio ragione.



Alessandra Nepa