La Paura: che cosa è?

Di Gabriele Gambino per Social Up!

“Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te, hanno perso la testa… forse non hai ben capito la situazione…”

“Affronta ogni giorno qualcosa che ti spaventa.”

La paura è un tema tanto delicato quanto cruciale, forse rappresenta il modo migliore di  prepararsi ad affrontare la violenza e  di sopravvivere alla stessa.

Molti di noi ci sono passati e sanno benissimo che la preparazione non può essere fatta solo ed esclusivamente tecnica.

Tutti noi, quando attiviamo le funzioni predittive della nostra mente, immaginando di trovarci in una situazione di scontro, cerchiamo di elaborare tutta  la situazione una serie di ‘‘strategie” fatte d’ipotesi, e di ”cose da fare nel caso in cui…”.

Per questo motivo, tanta gente frequenta palestre, corsi di autodifesa e poligoni di tiro, allenando movimenti e riflessi, cose da fare e non fare, da dire e non dire, nel momento in cui incontreranno l’aggressore di turno.

Ma allenarsi per sconfiggere l’ipotetico aggressore potrebbe non essere sufficiente, specialmente quando la prima persona con la quale dobbiamo avere a che fare siamo noi stessi.

Chi se l’è vista brutta, ma veramente brutta, ha sicuramente sperimentato il panico e il suo potere distruttivo: la paralisi, ovvero, l’incapacità di reagire e di decidere.

Purtroppo, è necessario conoscere almeno in minima parte sia la psicologia dell’aggressore che quella dell’aggredito. Conoscere la propria psicologia è fondamentale.

Quest’ultima, infatti, intesa come necessità di comprendere e di prevedere le nostre reazioni di fronte al pericolo, assumendo così un’importanza ancora maggiore di qualsiasi conoscenza tecnica o psicologica degli altri.  Si tratta, in sostanza, d’imparare a conoscere se stessi.

Il problema risulta essere serio e di difficile risoluzione, ma vediamo di comprenderlo meglio.

Io, come tantissime altre persone, ho conoscenza diretta di praticanti avanzati di sport da combattimento ed arti marziali _ compresi i migliori detentori di gradi tecnici di Karate_, pestati a sangue da ragazzi di strada privi di qualsiasi background tecnico. A prescindere dai motivi della rissa, la forza di questi individui sta nel semplice fatto che sono molto induriti, incattiviti e abituati a colpire per primi.

Tenuto conto di ciò, non sono mancati interessanti esperimenti da parte degli americani del Rocky Mountain Combat Application Training (RMCAT).

L’esito ha dimostrato che la pur approfondita conoscenza di qualsivoglia arte marziale, non comporta chance di riuscita sopravvivenza, quando l’avversario è un vero combattente di strada.

Gli autori dell’esperimento hanno proceduto, dapprima, convocando un gruppo di elite in qualche modo rappresentativo di arti marziali, tra le quali: Karate, Tae-kwon-do, Thai-boxe, Kung fu, Jujutsu, Kickboxing, etc.

Ognuno di questi esperti, è stato messo al cospetto di un ex detenuto, un autentico picchiatore di strada,  che indossava una speciale tuta imbottita in grado di proteggere tutto il corpo, testa compresa.

Le istruzioni date a ciascun atleta, erano quelle di non attaccare, fintantoché il delinquente, il quale versava in comportamenti ostili e pesanti insulti, non avesse a sua volta attaccato.In tal caso, però, sarebbe stato possibile reagire con tutte le forze possibili e l’impiego di qualsiasi tecnica.

I risulti sono stati a dir poco sconcertanti.

In ogni circostanza, dopo aver insultato pesantemente il soggetto, il delinquente attaccato improvvisamente avendo così la meglio sul malcapitato.

In pochissimi casi, il soggetto, ovvero un esperto di arti marziali, è riuscito a reagire tempestivamente ed in modo efficace.

Le reazioni quando ci sono state, sono state scomposte, impacciate e comunque non in grado di fermare la furia dell’attacco.

Cosa è successo quindi?

A prescindere dal loro livello tecnico, tutti coloro che sono stati picchiati, hanno sperimentato il c.d. shock adrenalinico da stress emotivo. Di fronte al comportamento minaccioso, sicuro di sé, di un vero picchiatore di strada, e malgrado il contesto ‘controllato’ dell’esperimento, gli interessati hanno avuto paura quanto basta per trovarsi in difficoltà a reagire:

–          alcuni pur percependo l’imminenza dell’attacco, hanno esitato quell’attimo che ha permesso all’assalitore di colpire per primo ed avere la meglio;

–          altri, accorgendosi sul punto di essere colpiti, sono rimasti indecisi e confusi su quale tecnica usare, tra le molte conosciute, dando il tempo all’avversario di attaccare;

–          altri hanno trovato il tempo di reagire, ma in modo goffo, rigido ed inefficace, senza riuscire a fermare la travolgente furia dell’aggressore;

–          altri, ancora sono rimasti semplicemente paralizzati ed incapaci di reagire, mentre quello gli metteva una mano in faccia e li sbatteva a terra.

Perché tutto questo?

Perché atleti eccellenti nelle arti da combattimento, capaci di performance straordinarie nelle rispettive palestre, hanno dato una prova così deludente? Molto semplicemente perché, pur essendo allenati sul piano tecnico, non conoscevano le loro reazioni di fronte alla paura e non erano addestrati ad affrontarle.

Non ci resta che sperare che svanisca del tutto questo senso di sicurezza legato alla loro capacità di difendersi in un contesto reale e che gli istruttori si prendano veramente le proprie responsabilità.



redazione