La categoria è Pose, strike a Pose, la serie tv Netflix

In SPETTACOLO by Benito Dell'AquilaLeave a Comment

Pose si è piazzata nel 2018 tra le serie televisive da guardare assolutamente e si attende la seconda stagione. Ideata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals, Pose è una ricostruzione narrativa che riprende e tenta di rivisitare “Paris is burning“. La serie è ambientata nella New York del 1987 ed oltre a mostrare le crude contrapposizioni della vita e della società newyorkese, in un cornice dove l’era Trump inizia a imporre il proprio potere, la protagonista assoluta della serie è la cultura dei ball.

La matrice primordiale di Pose va ricercata nel video musicale Deep in Vogue di Malcom McLauren. Un omaggio alla cultura dei ball americani, una cultura di estrema periferia, dei bassifondi, ma che per McLauren e sua moglie Vivienne Westwood, due visionari, assumeva caratteri illuministici. All’epoca, però, quel video è apparso oscuro. Quasi nessuno sapeva cosa fossero le House of New York e parole come La Beja o Extravaganza erano termini strambi. Un video clip insolito e tanto gay, in cui i ballerini somigliano ai modelli che posano per una passerella d’alta moda americana. E’ con Madonna e il video Vogue che qualcosa inizia a chiarirsi. Madonna si appropria della cultura del vogueing e lo porta all’attenzione mondiale. Quel volteggio di braccia e gambe, quelle pose da rivista, quell’aria di fierezza in stile Vogue diventano chiari. E’ solo nel 1990, con il documentario Paris is burning di Jenny Livington che tutte le sfumature di quella cultura dei bassi viene spiegata. Il vogueing era nato nelle piste da ballo più infime, tra i gay e i transessuali neri e portoricani di New York, destinato ad essere un’espressione limitata al ghetto ed è evidente come uno stile nato dal basso ha, invece, fortemente influenzato tutta la cultura pop degli anni Novanta ad oggi.

Pose

E’ il turno di Pose, una serie targata Netflix e che prova ancora a ridare dignità alla cultura dei ball. In questa serie televisiva vengono ricostruite le vite e i vissuti di coloro che hanno fondato un movimento di estrema attualità. Gay, travestiti e transessuali si sfidano in concorsi di ballo e di estetica, divisi in una molteplicità di categorie. Pose è l’anello mancante tra il documentario della Livington e l’irriverente quanto essenziale Drag Race di RuPaul. Pose rispolvera non solo le serate mondane delle drag ball, ma sottolinea anche l’importanza di quei momenti. Gare che si trasformano in aggregazione e ricerca di identità. I frequentatori delle gare erano in maggioranza reietti, respinti dalle famiglie perché gay o transgender, giovani senza tetto e poverissimi che trovano rifugio nelle House of New York. Ecco, cosa erano La Beja, Extravaganza, Magnifique, dei veri e propri ricoveri per ragazzi esclusi dalle famiglie e dalla società. In queste case venivano accolti dalle madri, drag queen anziane, che ricreano una situazione familiare e di accoglienza. Nelle House i ragazzi potevano essere al sicuro e vivere la propria identità senza giudizio.

Le House erano anche luoghi deputati alla preparazione alle gare, trasformando in performer i propri figli. Nelle stesse si preparavano abiti esagerati, trucchi e parrucche eccessivi da adattare al ballo sfrenato e alle categorie e come finalità, la vittoria. Più trofei si conquistavano più il nome e la madre della House acquisivano prestigio nell’ambiente. Altro elemento di essenziale ricostruzione storica di Pose, è un’epidemia che mieteva e miete ancora oggi milioni di vittime, la sieropositività del virus HIV. Pose ricostruisce magistralmente la contaminazione del virus e l’idea diffusa che questa terribile malattia fosse nata e diffusa dalla comunità gay. Un’ulteriore tassello di discriminazione e isolamento sociale che per chi già era povero, si mutava in una condanna definitiva, fatta di sofferenza e solitudine.

Se Drag Race di RuPaul, oggi, appare uno show divertente, ma a tratti pompato e commerciale, bisognerebbe ritrovarne le origini e Pose lo fa. Sfilare in abiti e modi bizzarri, non era negli anni ’80, ne oggi, solo un gioco o esibizionismo, ma anche provocazione. Provocare una società che ignorava e ignora. Una società che tende all’apertura, ma nutre la discriminazione di orientamento e genere. La serie Pose porta in scena veri attori transgender e riapre le porte della sensibilizzazione, un tema tra l’altro molto caro ad uno degli ideatori Ryan Murphy che non è nuovo nel toccare e proporre al grande pubblico del mainstreaming tematiche di attualità e sensibilizzazione sociale. Se negli Stati Uniti d’America la battaglia per il matrimonio egualitario sembra ormai quasi conclusa un po’ ovunque, risultano da migliorare le condizioni e i diritti delle e dei transgender.

Dunque, non pare un caso che nella serie Pose si sottolinei anche l’ascesa di Donald Trump, attuale Presidente degli USA, considerando l’opinabile propaganda conservatrice in tema di diritti sociali del suo operato. Pose non è gentile con nessuno e mette alla sbarra anche la comunità LGBTQ newyorkese, mostrando quanto la discriminazione possa essere subdola e insidiarsi persino nei gay bar, che mettevano alla porta le persone transgender e le Drag Queen. Se oggi la bandiera rainbow è annunciatrice e simbolo di libertà ed emancipazione, bisogna ricordare una vecchia storia. Sylvia Rivera, un’attivista transgender durante una repressione della polizia, scagliò una bottiglia contro un agente, dando il via alla notte di Stonewall, da cui nacquero i più importanti movimenti di liberazione gay.

“Siamo le ragazze dello Stonewall
abbiamo i capelli a boccoli
non indossiamo mutande
mostriamo il pelo pubico
e portiamo i nostri jeans
sopra i nostri ginocchi da checche!”

Cori che le drag queen utilizzarono nelle giornate di Stonewall.