Intervista ad Auroro Borealo: cronache di un artista acqua e sapone

Abbiamo intervistato Auroro Borealo, artista emergente in costante ascesa della scena musicale italiana. Irriverente, fuori dagli schemi e schietto, Auroro ha stupito tutti con le sue canzoni uniche.

Si definisce come il miglior cantante stonato del mondo, ma sa come tenere il palco e questo gli ha permesso di radunare negli ultimi anni una discreta schiera di fan. Auroro Borealo è un artista unico nel suo genere, fuori dalle logiche di qualsiasi corrente musicale.

L’eclettismo di Auroro gli permette di essere apprezzato da tipologie di pubblico completamente diverse tra loro, per cui l’unica cosa che conta è il divertimento. In un periodo in cui la performance live è ai margini, Auroro, invece, ha basato il suo successo proprio sui concerti. E ci è riuscito alla grande.

A voi l’intervista ad un vero e proprio animale da palcoscenico!

Fuori dal palco chi è Auroro Borealo?

Beh sono io (n.d.r. ride), nel senso per davvero. Auroro Borealo è un cantante che non sa cantare, che non sa scrivere canzoni e che però non gliene frega niente di tutto questo.

Molti pensano che sia un personaggio, ma in realtà purtroppo sono proprio così.

Negli ultimi anni il numero dei tuoi fan è aumentato parecchio. A cosa credi sia dovuto il tuo successo?

Mi piacerebbe poter rispondere “grazie a strategie diaboliche per accrescere il mio numero di ascoltatori”, ma la realtà è che non c’è niente di tutto questo che si possa fare se non con tantissimi soldi, che non ho (ride, ndr).

La spiegazione che mi do io è che, per fortuna, è tornata la voglia di divertirsi ai concerti ed in generale nella musica, per una certa nicchia di pubblico. Quindi, secondo me la realtà è che chi ascolta la musica adesso ha voglia di divertirsi, dopo tanti anni di musica presa male, ecco secondo me c’è un po’ un’inversione.

Te lo dico perché, le cose che faccio, le faccio uguali identiche da vent’anni: come è possibile che negli ultimi due anni è cambiata la tendenza? Io non ho cambiato niente, è cambiato il tipo di attenzioni del pubblico.

Sono abbastanza vecchio per rendermi conto che c’è una voglia di ritorno a cose più ironiche e divertirsi ai concerti. La mia essenza sono i concerti.

Nelle tue canzoni ami parlare senza peli sulla lingua ed è una delle caratteristiche che ti distingue. Credi che la voglia di apparire a tutti i costi sia soffocante per un artista?

È molto personale, nel senso che magari, due anni fa, ti avrei risposto di sì, però ovviamente mi hanno buttato in questo grandissimo calderone che è la musica emergente italiana ed ho avuto modo di conoscere di persona un po’ di musicisti e di band e ti dico che è molto personale come cosa.

C’è chi ha la smania del sold out, la smania dei numeri sui social e c’è chi invece fa quello che sa fare, lo fa bene, lo fa male, ma lo fa, senza tante pretese e non guarda i numeri, anche quando sono grossi. Credo sia abbastanza soggettiva la cosa. Secondo me quella smania lì ce l’hanno più le label, i manager, i mestieranti della musica.

Sei un artista eclettico, che ama sperimentare e cambiare genere all’improvviso durante i propri live. Quale senti più tuo? Quale il più lontano dalle tue corde?

Un genere che sento molto mio è il punk, non tanto musicalmente, ma come attitudine, come stile di vita. La cosa bella del punk è che, ad un certo punto, ha spiegato a tutti, in maniera dirompente, che va bene essere stonati, puoi dire quello che vuoi e va bene lo stesso. Un altro genere che mi ha folgorato è stata quella corrente che fa il capo a Ariel Pink intorno al 2010, perché loro hanno preso il discorso del punk ma han detto “guarda che è ok che i suoni non sono bellissimi, l’importante è tu faccia quello che sai fare, ma che tu abbia due cose da dire, non dico concetti giganti, ma su argomento che ti sta a cuore, così come viene, anche se registrato male”.

Per quanto riguarda la questione dei generi, guarda ti dico la verità, per me è assolutamente casuale. Mi piace tanta musica, quindi se c’è qualcosa che mi piace la butto dentro. Mi piacerebbe dire tributarla, ma spesso è scimmiottarla purtroppo e non sono un bravissimo musicista. Per fortuna ho I Capelli Lunghi Dietro che sono dei bravissimi musicisti e per esempio nell’ultimo disco loro hanno contribuito per il 90% a quella cosa lì. Cioè io sono arrivato con i provini registrati malissimo e loro in otto giorni, in presa diretta, hanno registrato tutto.

Ripensando al penultimo disco, è uscito che ogni canzone aveva un genere diverso solo per coprire la mia palese mancanza di idee e la mia scarsezza come musicista e un po’ perché volevo mettere dentro una sorta di compendio di tutte le cose che mi piacciono.

Probabilmente il prossimo disco sarà un po’ più compatto a livello di suono e forse anche a livello di tematiche, perché non mi va di fare quella cosa lì. Credo che chiunque dovrebbe provare a superarsi, magari anche fallendo, ma provando.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri? Che ruolo hanno avuto nella tua formazione musicale?

Sono tantissimi, come credo per chiunque, perché siamo tutti convinti che i nostri gusti siano i migliori, ma magari sono i peggiori. Non esiste più il concetto di musica di nicchia, quando c’è Spotify che ti fa ascoltare tutta la musica che vuoi o quasi.

I tre nomi principali sono: Frank Zappa, che a 14 anni mi ha aperto proprio la faccia, può fare quello che vuole e lo fa anche tecnicamente super bene, però era figo perché mischiava momenti altissimi di musica colta, con momenti bassissimi in cui parlava di cose tipo bare, la merda, il cazzo, quelle cose lì. Era molto intelligente, in un momento in cui la musica si prendeva molto sul serio (negli anni ’70). Viceversa, quando ha superato gli anni ’80, lui è riuscito a fare musica molto stupida con testi molto seri: è una grande lezione, fare l’opposto di quello che andava, era un esempio di una nicchia di grande pubblico.

Ariel Pink, che secondo me è l’Elvis Presley della nostra generazione, perché è riuscito a scrivere delle melodie con dei suoni incredibilmente personali.

E poi ci sono gli Skiantos, per mille ragioni. Da ragazzo ho avuto la fortuna di diventare amico di Freak Anthony e forse solo adesso qualcuno si sta rendendo conto della sua importanza nella musica italiana, a differenza di tutti quelli che quando lo avevano non lo cagavano e quando è morto dicevano “eh nessuno lo cagava”. Ora gli si sta riconoscendo l’importanza che ha avuto nella musica italiana.

Poi ce ne sarebbero mille, tipo i Pixies, ma i tre principali sono questi qui.

Sei molto attivo sui social, che contribuisce a costruire un rapporto particolare con i tuoi fan. TI senti un po’ un fratello maggiore?

Mi fa ridere questa questione del fratello maggiore. Se vuoi che ti dica gli analytics del mio Instagram, praticamente la maggior parte del mio pubblico è tra i 25 e i 34 anni, poco meno dei miei coetanei (io ne ho 35). In realtà io mi sento fratello maggiore nella vita, nella musica sono così ampiamente fuori età, nel senso che adesso gli emergenti italiani sono molto più giovani di me, sono quindi fuori quota.

Il mio approccio è quello del fratello maggiore che “dai non fate ste cazzate, non c’è bisogno”. In realtà sui social, boh, mi diverto a fare quella cosa lì. Parte tutto dal fatto perché lo faccio per me, per fissare le robe che piacciono a me, tipo la playlist, perché sennò mi dimentico i pezzi. Di sicuro non ho la pretesa di educare.

La posta del cuore è nata per sdrammatizzare tutta questa roba dell’amore, di tutti che soffrono per amore, che sono soli, ecc. A me va solo di sdrammatizzare quella cosa lì, anche perché non sono qualificato per dare un aiuto in più. Mi interessa solo divertire.

È anche vero che chiunque ha una responsabilità sui social, a prescindere dall’essere artista o influencer. Chiunque la ha.

 

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L’ho messa giusta la mascherina?

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Per quanto riguarda i social mi diverto, mi diverto a farlo. Ovviamente, il segreto è che se c’è un giorno che sei stanco, sappi che farai dei contenuti in cui sei strano e sei girato, quindi lascia perdere e non fare nulla quel giorno. Sono contento perché trovo sempre qualcosa di divertente da fare senza essere troppo serioso.

Mi rendo conto che i social possano essere una super gabbia, però non me ne frega niente. Parlare con me è così come mi vedi. È una sorta di diario giornaliero.

Qual è il filo conduttore delle tue canzoni? Quali temi senti più tuoi?

Questa forse è la domanda più difficile. Sono chiuso da cinque giorni a scrivere le canzoni per il prossimo disco che uscirà nel 2021. Sto un po’ facendo ad uscire dalla mia area di confort, tipo “Trentenni pelati”. Voglio uscire, in qualche modo, di scrivere cose diverse, perché sennò dopo divento una copia di me stesso e non voglio. Senza ansia eh.

Credo che però ogni musicista dovrebbe riuscire a raccontare qualcosa di diverso, più per sé stesso che per il pubblico.

Se penso ai temi delle mie canzoni potrebbero essere: anzianità, gentrification, storie d’amore finite male, diciamo che questi macro temi tornano.

Direi che parlo di discrasie, come dire che parlo dei piccoli difetti che abbiamo tutti e del percorso di accettazione di questi difetti, nostri e nei confronti delle persone che ci stanno attorno. Quindi boh parlo delle robe che ci sono attorno.

Raccolgo quello che mi succede, che succede ad un 35 enne nel 2020, abbastanza legato ad amore, lavoro precario di solito, la vita quando stai per diventare 40 enne, l’orologio biologico e la città in cui vivi. È una risposta per cui converrebbe che ci aggiornassimo tra sei mesi, quando avrò capito di cosa parlo, perché forse finora non l’ho ancora capito.

Ho parlato di cose che vedevo attorno a me, tipo il fidanzato piromane di mia nonna o Milano che è bellissima. Cerco sempre di non appesantire troppo il discorso, perché di persone che parlano in modo pesante ce ne sono già tante. Non voglio dire cose in maniera pedante, perché non ho voglia di sentire musica che pretende di avere la verità in mano, per questo nella mia musica c’è tanta ironia.

Grazie per avermi fatto questa domanda così metto a fuoco di cosa devo parlare nelle prossime canzoni e la risposta è: non lo so, le canzoni arrivano, quindi è così.



Paride Rossi