Intervista a Valentina Fabbri: la Founder di Unyli contro il body shaming

Noi di Social Up abbiamo intervistato Valentina Fabbri, la founder di Retail Capital e Unyli. Pronti a scoprire un po’ di più su questa donna di successo?

Iniziamo dal principio, Retail Capital è una startup innovativa e il primo marketplace europeo nel settore dell’intimo e della lingerie. A novembre 2020 ha annunciato il lancio di Unyli: una piattaforma di digital transformation multicanale che accompagna i retailer  dell’intimo in un percorso di trasformazione digitale a 360°. Descritto così vi sembrerà una cosa immensa, e lo è, ma bastano tre punti fondamentali per realizzarlo: la digitalizzazione dei punti di vendita fisici, la riconversione degli store e una delivery dedicata ed efficiente.

Unyli nasce quindi con l’obiettivo di supportare i negozianti italiani, tutelando la loro clientela fidelizzata durante la pandemia.

Pensate che il mercato italiano della lingerie ha un giro d’affari di 4,5 miliardi di euro, eppure oltre il 90% delle donne si ritrova a indossare il reggiseno della taglia non corretta, andando incontro a una lunga serie di fastidi e disagi fisici, posturali ed emotivi.

Unyli interviene proprio in questo momento delicato e trasforma i negozi fisici in store 5.0. Con una tecnologia di misurazione delle forme permette agli utenti di provare “virtualmente” tutti i capi presenti nei punti vendita. Dite addio alla taglia sbagliata con Unyli.

Capiamo meglio di cosa si tratta!

Buongiorno Valentina, la tua realtà ha incuriosito noi di Social Up, ti andrebbe di parlarcene? Cos’è Retail Capital e, soprattutto, cos’è Unyli? 

Unyli è un marketplace e modello di digital trasformation multicanale – B2B e B2C – per il settore dell’intimo, nato dalla mia esperienza in ambito finanziario e dal background di Francesco de Paolo in questo segmento di mercato.  

La piattaforma è stata sviluppata da Retail Capital, startup innovativa e primo marketplace europeo nel settore dell’intimo e della lingerie. 

Unyli guida i retailer dell’intimo in un processo di digital trasformation a 360°, attraverso un ecosistema che si fonda su tre punti cardine: digitalizzazione dei punti vendita fisici, riconversione degli store in veri e propri hub, accesso al marketplace online e delivery dedicata. 

Abbiamo lanciato il modello sul mercato dopo un lungo e accurato periodo di studi e di ricerche: da dicembre 2018 a marzo 2020 abbiamo intrapreso la fase di product market fit con i produttori, da marzo 2020 abbiamo presentato la versione beta del modello sino ad arrivare a novembre 2020 con il lancio ufficiale del sito di Unyli. La digitalizzazione parte dal negozio fisico, attraverso un layout innovativo e digitale, una gestione informatizzata del magazzino e della logistica e una piattaforma che, attraverso algoritmi e machine learning, permette di offrire un servizio studiato sulle singole esigenze del cliente. 

Unyli consente, quindi, ai retailer di avere accesso a un sistema di riconversione digitale dei punti vendita già attivi, a un modello di ottimizzazione delle vendite e delle scorte di magazzino con l’utilizzo di moderne tecnologie gestionali e, infine, di aver accesso al canale di vendita online, attraverso il marketplace proprietario. 

Stiamo predisponendo nelle città anche la presenza di veri e propri proximity hub digitalizzati sia per le personal shopper, sia per i clienti, in cui si potrà accedere con un qr code e ritirare i propri acquisti; stiamo, inoltre, lavorando per trasformare i negozi in veri e propri store 5.0, con una tecnologia di misurazione delle forme che permetterà agli utenti di provare “virtualmente” tutti i capi presenti nei punti vendita per poter acquistare la taglia perfetta anche da casa. 

Com’è nata l’idea di creare questa start up e questo interessante progetto? Perché avete deciso di far nascere Unyli? 

Il modello Unyli è stato ideato per superare le difficoltà strutturali del settore, soprattutto in situazioni come quelle di pandemia dove l’e-commerce e la digitalizzazione risultano fondamentali per la sopravvivenza dei singoli punti vendita: i dati di mercato ci dicono che da ormai 15 anni l’e-commerce registra importanti percentuali di crescita, con una curva tutta in salita, con una inevitabile ripercussione sugli acquisti offline. Secondo i dati diffusi da ConfCommercio, dal 2008 al 2018 hanno abbassato la saracinesca 63mila attività nel nostro Paese, con un calo accusato soprattutto dai negozi di vendita al dettaglio come librerie, negozi di giocattoli e di abbigliamento (-11,1%). 

Il mercato italiano dell’intimo ha, inoltre, un giro d’affari di 4,5 miliardi di euro, oltre 16 milioni di clienti fidelizzati e un potenziale di crescita di 10 milioni di utenti, margine che però rischia di non riuscire a raggiungere a causa di modelli strutturali e di approccio al mercato, ormai, obsoleti. Uno sviluppo rallentato ulteriormente dall’attuale situazione di emergenza globale che vede tra le principali categorie colpite i settori di intimo, accessori, calzature, abbigliamento e tessile per la casa, come recentemente confermato da Confcommercio e Federmoda. 

Numeri che parlano chiaro se si considera che su oltre 8.000 punti vendita attivi nel segmento dell’intimo, il 90% non risulta informatizzato, con conseguenze importanti per tutto il settore. Ne sono un esempio la gestione analogica delle migliaia di referenze in magazzino e dei flussi di vendita che generano rimanenze che mediamente, pesano in valore 1,6 volte i ricavi lordi annui. Situazione sui cui gravano, inoltre, la mancanza di una formazione adeguata del personale, la presenza di layout “superati” nei punti vendita e i tempi medio-lunghi di approvvigionamento stagionale da parte delle case produttrici. 

Con l’avvento della pandemia si è registrato, infine, un ulteriore aumento degli acquisti online (secondo un sondaggio europeo condotto da Ipsos e PayPal il 60% degli italiani ha effettuato uno o più acquisti sul web), ma anche un’inversione di tendenza con una riscoperta dei negozi di quartiere. Il 43% dei consumatori italiani ha acquistato, infatti, più frequentemente nei punti vendita della propria zona, con un aumento delle vendite al dettaglio dell’8,2% da luglio 2020 ad agosto 2020 (dati Istat). E Unyli nasce proprio dalla riscoperta e dalla valorizzazione della dimensione locale, per questo a dicembre abbiamo lanciato la Campagna #SosteniamoINegoziantiItaliani; l’obiettivo è supportare il più possibile i negozianti del territorio, spronando le persone a riscoprire i punti vendita locali e a un consumo critico e consapevole: acquistare in un negozio di quartiere significa, infatti, riconoscerne il valore economico e sociale e sostenere le famiglie del personale che ci lavora. 

Come ti senti ad essere parte di una realtà come la vostra?

Abbiamo dei ritmi talmente tanto serrati che non me lo sono mai chiesta. Se mi volto indietro e vedo quante cose abbiamo fatto, soprattutto nell’ultimo anno, mi sembra quasi incredibile.  Certamente mi sento soddisfatta, ci sono molte responsabilità ma anche molte soddisfazioni, Unyli non è solo un marketplace. Unyli è  una piattaforma relazionale fondata su valori saldi, nei quali credo fermamente, uno spazio inclusivo attento ai temi della diversity e del body positive. 

Toglici una curiosità: Quando eri più piccola qual era il tuo sogno nel cassetto e come sei arrivata fino a questo punto?

Il mio sogno nel cassetto quando ero piccola era poter giocare a calcio, non mi sono mai posta il problema del giudizio e per un po’ di tempo ho anche giocato in una squadra, ero mediano poi crescendo, il mio sogno è diventato esattamente quello che sto facendo ora. Mi sono laureata in Finanza aziendale e mercati finanziari presso l’università di Pisa, mentre stavo per terminare il percorso di studi ho fatto uno stage in Banca Etruria per poi trasferirmi a Londra. Poi sono rientrata in Italia e ho iniziato a lavorare per la boutique di investimento Cenciarini & Co dove ho imparato moltissime cose e, a un certo punto, ho capito che la mia strada era un’altra. Mi sono licenziata e ho costituito Retail Capital, ora so che sto facendo esattamente quello che avrei voluto fare.  

Ora che abbiamo scoperto un po’ del tuo passato, ti va di parlarci del tuo futuro e di quello di Unyli? Come vedi questa realtà nel periodo post Covid?

Quello che stiamo vivendo è un momento di grande cambiamento, ci siamo talmente tanto dentro che non tutti riescono a comprendere cosa sta realmente accadendo, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione delle abitudini di consumi e l’accelerazione dell’intero processo di digitalizzazione.

Unyli è uno strumento molto potente per il settore dell’intimo, abbiamo lavorato moltissimo sulla sostanza, validando tutte le linee di business che sono una concreta risposta alle attuali e future esigenze di mercato e che impattano in modo positivo su tutto il processo di filiera.

Il nostro lavoro è accompagnato quotidianamente da una grande attenzione verso i temi legati al body positive, nel quale mi rispecchio pienamentedissociandomi dalle aziende che mercificano il messaggio con l’unico fine di incrementare i ricavi. Body positive per me significa normalità, vita quotidiana, significa assenza di discriminazione.

Mi rispecchio in tutte quelle donne che, quotidianamentevengono discriminate per la loro fisicità, per dei “difetti” che, poi, difetti non sono, non lo possono essere! La vivo come una missione, per questo Unyli è l’intimo perfetto per ogni forma possibile, è un messaggio veramente inclusivo, non uno slogan, ma un credo e una promessa che è alla base di tutto quello che stiamo facendo e che faremo in futuro. 



Silvia Menon