Intervista a Giovanni Cimmino, nipote di Dino e Luigi De Laurentiis

È stato un piacere chiacchierare con Giovanni Cimmino, uno che di cinema se ne intende e lo pratica: stesso discorso vale per la cucina. Scopriamo insieme questa personalità ironica e preparata!

Come sei riuscito ad amalgamare le tue più grandi passioni, cioè cinema e cucina, qual è stata la ricetta giusta in questione?

Innanzitutto comincio col dire che sono figlio di Anna De Laurentiis, quindi sono il nipote di Luigi e di Dino De Laurentiis e di Silvana Mangano, essendo stata sposata con Dino. Finita la scuola mio zio Luigi mi propose di lavorare con lui. Avevo iniziato a lavorare come ragioniere, ma mi accorsi che non faceva per me. Ebbi na botta de’ fortuna quando uscirono le videocassette. Era il 1982. A quel punto anche la colonna sonora aveva subito un cambiamento, e così iniziai ad affiancare la persona che si occupava delle colonne sonore, Sergio Montori, già esperto, ed io ero il suo assistente. Lui nel frattempo andò in pensione e intanto mio zio Luigi mi avvisò che, visto che ormai ero diventato io il responsabile delle colonne sonore, stavano preparando “Maccheroni” di Ettore Scola con musiche di Trovajoli. Non c’ho dormito due notti, perché non sapevo che fare, poi ho deciso di lanciarmi. Non solo il film è uscito con una colonna sonora formidabile, ma addirittura sono riuscito a risparmiare tra preventivo e consuntivo 3 milioni delle vecchie lire. Per la cucina ho iniziato a 6 anni, poi ho deciso di unire le mie due grandi passioni del cinema e della cucina in un grande evento, “Movie Chef”, in cui ripropongo i piatti del grande cinema italiano. “Movie Chef” è nata nel 2016 come iniziativa, c’è anche il gruppo Facebook. In 40 anni di lavoro ho avuto modo di incontrare tantissime persone dello spettacolo, raccogliendo così ricette particolari.

Che bello dai, è stato allora un ottimo esordio da ogni punto di vista! E poi com’ è andata avanti la tua carriera?

 

Da lì ho cominciato ad occuparmi di tutti i film di produzione Filmauro e poi ho abbracciato in seguito anche altre produzioni, anche indipendenti. Ho curato circa 100 produzioni discografiche sia di colonne sonore per i film nei quali avevo lavorato, sia le cosiddette “colonne storiche”, ovvero le musiche di film del passato che vengono rimasterizzate e pubblicate, ho dato nuova vita a colonne sonore di: Nino Rota, Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Piero Piccioni e tantissimi altri. Comunque ho lavorato ad 87 film e la mia carriera è ancora in corso, anche se bloccata a causa del covid attualmente.

Parlaci un po’ più nel dettaglio del tuo lavoro.

 

Sono quello che nei titoli di coda viene definito come “Music Supervisor”, ovvero colui che si occupa di tutti gli aspetti organizzativi e produttivi della colonna sonora. In pratica mi occupo della colona sonora dalla A alla Z, il preventivo,  i rapporti con i compositori, l’organizzazione dell’orchestra e dello studio di registrazione, fino alle pratiche in SIAE. Ovviamente mi occupo anche di suggerire al regista le canzoni e di tutte le necessarie autorizzazioni per poterlo inserire nel film.  Per quest’ultima fase, ovviamente sono a stretto contatto con il regista e se non ha le idee chiare per me sono seri problemi.

 

Visto che hai conosciuto tanti dello spettacolo, vuoi raccontarmi un aneddoto al volo sospeso tra cinema e cucina?

 

Sono stato grande amico di Manuel De Sica, il compositore. Una volta mi invitò a cena, andai e mi aveva fatto preparare un timballo di pasta particolare. Mi disse che quando suo padre, ovvero Vittorio, stava girando “L’oro di Napoli”, Sophia Loren lo invitò a pranzo preparandogli questo timballo. A Vittorio piacque talmente tanto che tutte le volte che si vedeva con lei esclamava: “Sofì, l’oro di Napoli!”. E Sophia gli preparava sempre questo timballo. Sophia è tra i menù ovviamente di “Movie Chef”.

La passione del cinema in te è innata come quella della cucina?

 

Io sono cresciuto nel cinema, perché la famiglia De Laurentiis è sempre stata molto unita, e frequentavo abbastanza normalmente casa di Dino. Io da bambino Sordi lo chiamavo zio Alberto e in occasione del Natale era ospite fisso in casa di mio zio Dino.

 

Dopo il pranzo di Natale si scendeva nella sottostante sala cinema della casa, guardavamo un film e poi quando si tornava su gli adulti giocavano a carte e noi bambini insieme a zia Silvana e Alberto andavamo nel salottino di Silvana dove lei e Albertone ci raccontavano, recitandole, storie meravigliose di principesse innamorate dall’amore contrastato. Il cattivo lo faceva normalmente Sordi, la principessa lei.

 

 

Poi Sordi me lo sono ritrovato a lavoro insieme a Monicelli, ma mi hanno sempre trattato con affetto paterno come quel bambino che loro avevano conosciuto a villa Catena di zio Dino.

E com’era Monicelli sul set?

 

Era una spada sul lavoro, ma con lui farei altri mille film, perché nella prima riunione che facevamo lui era decisissimo e non c’erano cambiamenti. Quando tu lavori con uno che sa quello che vuole, e ti dice il sound che vuole per il film, lavori sul velluto come si suol dire, il lavoro diventa una passeggiata, e poi i risultati si sentono in sala.

Facciamo un attimo un salto ai tempi odierni, si parla tanto di crisi di cinema italiano. Qual è la tua visione in merito?

 

Perché si fa cinema? Non me ne sono accorto! Il problema è che non c’è stato un cambio generazionale, per cui ad esempio i grandi sceneggiatori defunti (Age & Scarpelli, Vincenzoni, Sonego,…) non sono stati rimpiazzati. E se non hai una buona sceneggiatura, il film buono non viene fuori. La stessa cosa vale per le musiche. Compositori dove sono? Sostituti di Trovajoli, Morricone dove sono? Poi succede che prende spazio specie chi ha più calci nel sedere, per cui è la qualità che è venuta a mancare. Son cambiati i tempi, ma in tutti i sensi. Ci misi un mese a lavorare alla colonna sonora di “Maccheroni”, il mio primo film. Per l’ultimo, “Benedetta follia”, una settimana! Oggi ci si accontenta troppo, c’è una logica più industriale, votata alla velocità, che non guarda più al prodotto, ma solo al soldo. Uno che fa bei film però è Ozpetek. Anche Pupi Avati lavora bene. Mi piace tanto anche Soldino, il regista di “Pani e tulipani”. È ironico, divertente.

Torniamo allora al passato, ci dà più soddisfazioni magari. C’è un regista al quale sei stato molto legato nella tua vita?

Sicuramente Ettore Scola, non solo perché è stato il primo film che ho fatto uno da lui diretto, ma perché lui era una persona splendida. Era simpaticissimo. Rimasi colpito da Fellini, e c’è mancato un pelo che lavorassi con lui. M’ha fatto ammazzà dalle risate. Mi chiamò che voleva fare un film dopo “La voce della luna”, insomma ne stava preparando un altro, ma poi ci lasciò purtroppo, e ci siamo persi sicuramente un film particolare. Doveva essere una storia che copriva 30 anni e la musica scandiva il passare del tempo.

Raccontami un aneddoto legato ad un attore col quale hai lavorato.

 

Ce ne sarebbero tantissimi, ma voglio raccontartene uno decisamente particolare. Stavo montando le musiche del film “Uomini Uomini uomini”, eravamo il montatore, io ed ovviamente Christian de Sica, regista del film. Ad un tratto mi accorgo di aver finito le sigarette, erano tempi dove si poteva ancora fumare ovunque. Borbottai qualcosa ma non potevo di certo fermare la post produzione del film, così proseguii con il lavoro. Ad un tratto Christian uscì come se nulla fosse e rientrò immediatamente dopo. Circa una mezz’ora dopo venne l’autista di Christian con un pacchetto delle mie sigarette. Rimasi colpito per la gentilezza e l’eleganza del gesto, cosa davvero rara nel nostro mondo.

E un aneddoto legato a un’attrice invece?

 

Ti parlo di Moana Pozzi. Stavamo ad un ricevimento e ad un certo punto da lontano vidi la silhouette di una bellissima donna, che era lei, ma dato che da lontano non c’ho mai visto benissimo non l’avevo riconosciuta. Avvicinandomi capii chi era. Rimasi a bocca aperta perché uno si immagina altro da una pornostar, invece lei stava chiacchierando di storia dell’arte, filosofia, cultura romana. Cioè c’aveva na cultura che mai uno avrebbe pensato che facesse la pornostar nella vita!

Grazie per aver raccontato questo: dobbiamo abbattere etichette, barriere, stereotipi.

 

Sempre a proposito di attrici un altro ricordo molto tenero che ho è di Virna Lisi. Stavamo sempre ad uno dei tanti “ricevimenti di spettacolo”, andai fuori a fumarmi una sigaretta. Mi chiese se poteva accendere e abbiamo parlato di cinema e non solo. È stato un incontro molto bello e mi è dispiaciuto non poter fare un film con lei. Era elegantissima, batteva tutti, e con un vestito semplicissimo tra l’altro. Ah poi un’altra sorpresa come Moana fu la Fenech. Mi aspettavo di trovare il solito personaggio dei suoi film degli anni Settanta, invece devo dire che è una donna intelligentissima, elegantissima, colta. È una professionista serissima. Il film che dovevo fare con lei non si fece, ma poiché avevo iniziato a lavorare alla colonna sonora fu tanto gentile nel riconoscermi un piccolo cachet per quel che comunque avevo iniziato a fare.

Però tu avevi l’Attrice in famiglia, raccontami qualcosa di lei!

 

Prima di tutto volevo ricordare una cosa: ho ritrovato a casa mia una grande scatola piena di negativi, di foto di famiglia, che mia mamma aveva voluto conservare. Mio nonno era un grande fotografo. Ho iniziato a mettere in ordine questo materiale e ho scoperto che c’erano 700 e rotte fotografie di Silvana. Ho creato così l’associazione “Centro Studi Silvana Mangano” che gestisce tutto quanto il materiale fotografico e ha sede a Roma. Quest’archivio nel 2014 ha avuto un grosso riconoscimento di interesse culturale da parte del MIBACT. Ma non ci sono solo foto eh: ho raccolto lettere, interviste, …

 

Come aneddoto ti dico, invece, che in occasione del ventunesimo compleanno di mia cugina, sua figlia, Pierino Tosi, il costumista, aveva studiato per Silvana un vestito molto elegante, giocato su colori tenui, sul grigio perla. Inizia la festa e Silvana non scende. Dopo un po’ arriva, ma vestita di rosso fuoco. Pierino le chiede spiegazioni sul cambio costumistico, e lei gli risponde: “Pierino, mia figlia oggi compie 21 anni ed è bene che impari a combattere per le cose che contano nella vita!”. Quindi quel vestito rosso fuoco per lei era l’emblema del fuoco, delle passioni, del combattere per avere le cose che si amano.

Non ci poteva essere una conclusione migliore, che sia il motto di tutti sempre! Grazie mille Giovanni di questa chiacchierata e complimenti per tutto!

 

 Grazie a te Christian, un abbraccio.

IMDb.com

 

Gli auguriamo di concludere al meglio la carriera, concedendosi poi quel meritato riposo che gli spetta.

Le fotografie di Giovanni stesso e dell’archivio sopracitato ci sono state fornite da Giovanni Cimmino in persona, che ancora ringraziamo.



Christian Liguori