Intervista a Giorgio Rocca: “Nello sci il vero avversario è l’infortunio”

“Slalom. Vittorie e sconfitte tra le curve della mia vita” è il libro che Giorgio Rocca ha pubblicato per Hoepli con l’amico e scrittore Thomas Ruberto per ripercorrere la sua carriera e la sua vita. Vincitore della Sfera di Cristallo nello Slalom Speciale nel 2006, vanta 11 vittorie in Coppa del Mondo. Una carriera straordinaria, ma di certo Giorgio Rocca non è rimasto ancorato al passato… anzi. In questa intervista infatti non si parla solo di sci alpino, ma sopratutto del presente, di social e delle sue attività oggi.

Partiamo dalla genesi di questo libro. Per quale motivo hai scelto di scriverlo in questo periodo? Considerando anche la distanza di anni dal momento del ritiro, quindi senza “sfruttare” il momento in cui eri più al centro dell’attenzione?

Diciamo che forse ho aspettato anche troppo… ma sono ancora abbastanza ricordato nel mondo dello sci alpino maschile. Inoltre prima non ho avuto, in verità, molto tempo per dedicarmici, soprattutto per le mie attività attuali. È stato fondamentale l’incontro con Thomas. Ci siamo trovati molto in sintonia perché lui è un coetaneo e amico, abbiamo frequentato le scuole medie insieme. Abbiamo rivissuto insieme tutta la mia carriera partendo dal mio archivio: otto scatoloni con la rassegna stampa degli anni delle gare e non solo. Inoltre il fatto che lui non sia un grande appassionato di sci, ma che avesse vissuto da vicino la mia carriera, mi ha permesso di scrivere un libro che non è una semplice sfilza di numeri e risultati, ma raccoglie anche aneddoti più leggeri per renderlo più ironico e scorrevole. È stata un’esperienza molto divertente.

Filo conduttore tra i capitoli è il racconto delle Olimpiadi di Torino 2006. È una scelta forse singolare, dedicare così tanto spazio, a una tra le pagine più difficili della tua carriera. Per quale motivo?

Nel bene e nel male è stata un’esperienza che mi ha lasciato tanto. È stato un momento che ricordo certamente con un po’ di rabbia, tristezza e delusione ma in realtà è l’evento che ha lasciato un grande segno, perché in quel momento ero al mio apice. In quel momento ero il personaggio degli sport invernali che più rappresentava l’Italia e quindi il mio legame con la bandiera è stato molto forte.

Giorgio Rocca a Torino 2006
La delusione e il dolore dopo la caduta nello slalom olimpico di Torino 2006. (© PentaPhoto)

In anticipo sui tempi, più di 20 anni fa pensando a quanti atleti oggi sono seguiti da un mental coach, ti sei affidato uno psicologo sportivo. Come e quando ha capito l’importanza di curare anche questo aspetto?

Nel 1999 ho iniziato a farmi seguire da Giuseppe Vercelli che oggi lavora della Juventus dal 2011. Non c’è stato un momento in particolare che mi ha spinto a intraprendere questo percorso, ma volevo non avere rimpianti nel futuro per qualcosa che dovevo e potevo fare in quel momento. Bisogna essere decisi e determinati quando si può per non doversene poi pentire. L’ho fatto più che altro per questo, in più mi trovavo bene con lui ma non posso dire con certezza quanto abbia funzionato. Sicuramente mi ha aiutato ma non mi ha svoltato completamente la vita d’atleta, ma mi ha permesso di completare anche quella parte mentale che è importante e determinante nella buona riuscita di un risultato.

La tua carriera è stata sicuramente influenzata da tanti infortuni, forse più di quelli che si mettono in conto nello sci (vedi il rovinoso esordio a Flachau). Cosa ti ha spinto a ripartire sempre per tornare al 110%? Forse non solo la passione…

Se fai lo sciatore devi metterli in conto. Devi mettere in conto che gli avversari principali non sono i rivali, ma gli infortuni. Perché alla fine l’avversario ti batte oggi ma domani tu lo puoi ribattere.  Tutto sommato si gioca ad armi pari, mentre con un infortunio no.  Sei obbligato a fare i conti con te stesso, con il recupero e con il tuo fisico che viene “aggiustato” e quindi diventa tutto più complicato. Senza la passione, se non sei determinato, se non hai la voglia di darti da fare… non riparti. Tanti avversari e compagni hanno mollato. È fondamentale avere tanta fame e un grande cuore per rialzarsi sempre.

Nel libro parli anche del rapporto con Alberto Tomba, uno dei tuoi miti d’infanzia, che da ingombrante paragone è diventato prima consigliere e poi amico. Come è stato realizzare anche questo sogno?

Mi sono ritrovato gareggiare con il mio idolo per un breve periodo e poi quando lui ha smesso tutti hanno iniziato a paragonarmi a lui. O meglio, la domanda vera era: “Riuscirà a essere come lui?” È stata sicuramente molto tosta, io non ho iniziato a vincere così giovane come lui. Sapevo già che sarebbe stato tecnicamente impossibile vincere così tanto, ma devo dire che tra il 2005 e il 2006 mi sono preso la soddisfazione di sentir dire che la gente smetteva di sciare per guardare la mia seconda manche. Cosa che succedeva abitualmente con Tomba. Quindi in realtà sono lusingato di questo, anche se avrei sicuramente voluto che la mia carriera durasse di più, ma non sto a recriminare. La mia carriera mi ha fatto conoscere un sacco di gente, tra cui il mio idolo con cui ho potuto anche lavorare.

Il tuo post-carriera non è stato, come forse si pensava, nel mondo della Nazionale. Da alcune stagioni svolgi il ruolo di voce tecnica, per le gare di slalom maschile, su Eurosport. Come ti trovi in questo nuovo ruolo?

Mi piace molto perché mi fa rivivere da vicino l’emozioni dell’agonismo. Mi piace trasmettere al pubblico quanto è difficile e straordinario fare quello che fanno gli atleti in pista. Molte volte durante una gara ad alto livello, di qualsiasi disciplina, sembra tutto molto facile, ma in realtà non è così. Voglio diffondere questo messaggio perché che so esattamente quello che sta provando l’atleta e far capire al pubblico quanto sia difficile, quanto talento e coraggio sono necessari per arrivare ad alti livelli.

Quello che emerge dalle pagine del libro è l’enorme passione per la montagna, che è anche il filo conduttore nel progetto della Giorgio Rocca Academy. Come nasce questo progetto?

Se ti laurei a 35 anni come succede per gli atleti è un bel casino, perché non facevi una professione specifica che puoi replicare da un’altra parte. Interrompi in modo netto, con un taglio drastico, quella che era la vita agonistica, molto incentrata su te stesso con l’obiettivo di essere il migliore come atleta. Improvvisamente cambia la prospettiva. Devi realmente capire quale lavoro ti può rendere felice tutti i giorni che lo fai. E questo è quello che ho trovato nel progetto dell’Academy.

Il tuo seguito sui social è molto alto nonostante siano nati quasi alla fine della tua carriera. Cosa ne pensi?

Mi è dispiaciuto molto non ci siano stati durante la mia attività agonistica. Probabilmente avrei avuto più seguito e sarei molto più conosciuto se i social fossero già esistiti nei primi anni Duemila. D’altra parte ho avuto la possibilità di avere più “privacy”… Però sicuramente mi sarebbe piaciuto mostrare qualche retroscena della carriera agonistica, per svelare il grande impegno che c’è alle spalle come nel caso della preparazione estiva. È un periodo dove si lavora duramente e che i tifosi spesso ignorano, concentrandosi solo sulle gare.

Cosa vuoi trasmettere oggi?

Oggi mi piace usare i social per far capire alla gente cosa faccio oggi e che sono realmente quello che si vede. Cerco di vivere la vita con entusiasmo facendo sport, facendo vivere emozioni ai nostri ospiti dell’Academy. Voglio far capire che la passione per lo sport per me è molto importante. Ovviamente domina la neve che ha sempre rappresentato la mia vita e tuttora ha una presenza importante in tutto quello che è il mio stile di vita, di pensiero. Tendenzialmente guardo all’oggi e al domani,  raramente mi concentro sul passato. Il libro mi ha fatto ricordare i traguardi che ho raggiunto partendo come un ragazzino qualunque, non sono stato spinto dai genitori e il messaggio che vorrei trasmettere sempre, anche attraverso questo libro, è che “Se vuoi, puoi”, basta volerlo. Ma devi volerlo di brutto. È quello insegno anche ai miei figli. Le idee e la fortuna non bastano, dietro c’è sempre tanto lavoro. Apprezzo tantissimo chi riesce a emergere in qualsiasi ambito, perché anche io ci sono riuscito. Conosco la fatica che c’è dietro. Oggi, nel lavoro, inseguo altri obiettivi ma la sostanza non cambia. Se non ti fai “il mazzo”, non arrivi da nessuna parte. Qualsiasi obiettivo si ha nella vita deve avere alle spalle la convinzione forte e potente delle persone.

Ti sei sempre schierato dal vivo su tematiche che le stavano a cuore, quando sicuramente era più difficile che farlo come oggi sui social. I social avrebbero cambiato il suo approccio comunicativo?

Chiaramente chi mi conosce e mi segue percepisce chi sono. Adesso quello che è stato è stato, non mi interessa. Vivo nell’oggi. Le epoche hanno le loro storie e ci sono i pro e i contro di tutto. Quindi sono contento che di Giorgio Rocca si sappia ancora chi è, cosa fa. Soprattutto per le cose che fa adesso e che non sono propriamente legate alla carriera sportiva, perché voglio identificarmi nel presente. Cerco di essere di appeal per lo sponsor, per chi mi segue e i clienti, per chi sono e siamo adesso: un brand di qualità.

Scopriamo anche la tua grande passione per i viaggi che ti hanno spinto anche a partecipare a Pechino Express. Qual è il posto che hai visitato che ti ha più colpito?

L’America ha sempre quel fascino molto particolare che la contraddistingue. Tutto quello che c’è in America è molto interessante, ma quando vai fuori porta e respiri un’aria un po’ diversa, tutto ti affascina. Ma l’Italia e le Alpi non hanno nulla da invidiare a nessuno.



Tommaso Pirovano