Intervista a Ghemon: un disco, un tour, un libro e perfino Sanremo

Catiuscia Polzella

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Classe ’82, avellinese d’origine e rapper di mestiere. Eppure non basta questo per descrivere Gianluca Picariello, in arte Ghemon. Perché lui non è solo un personaggio che fa vedere dischi, un rapper narcisista ed egocentrico come quelli che, forse, siamo abituati a vedere. Lui è un uomo che mette in musica la sua realtà, la sua vita, le sue emozioni forti, violente e talvolta infelici. E’ un uomo che ha conosciuto il successo, ma anche la caduta nei più profondi abissi personali. E’ un uomo che ha conosciuto il buio, ma che da quel buio è risorto,  tornando alla musica.

Dopo aver ascoltato il suo ultimo lavoro, la curiosità per il suo rap intimo e cantato è stata tale da spingerci a saperne di più. Lo abbiamo raggiunto a telefono durante un temporale, neanche a farlo apposta, proprio come il titolo di un brano del suo nuovo  album “Mezzanotte”, uscito lo scorso settembre. Abbiamo provato a mettere da parte l’emozione da fan scatenati e di concludere un’intervista professionale. Non so se ci siamo riusciti, ma questo è il racconto fedele di com’è andata.

1. La prima domanda è quasi d’obbligo: perché Ghemon e come hai iniziato la tua avventura nel mondo della musica?

Per il nome ho tratto ispirazione dal personaggio del cartone animato Lupin III. Mi piaceva e lì per lì me lo sono scelto, almeno nel rap così si fa. Per quanto riguarda la musica, non che i miei genitori suonassero uno strumento, però mi sono immediatamente sentito portato. Poi ho proseguito studiando altro, perché mi sono laureto in Giurisprudenza, ma alla fine la musica ha avuto il sopravvento.

2. Ho scoperto la tua musica grazie ad un ragazzo e ne sono rimasta affascinata. Quello che mi ha colpito è la doppia anima presente nei tuoi pezzi, una rabbiosa e un’altra più vulnerabile. Come riesci a conciliare queste due componenti?

Sia la parte vulnerabile che quella più rabbiosa, sono due lati del mio carattere, quello che magari ho scelto rispetto a come si fa. Il rap per me non è stato costruirmi una figura, una specie di supereroe diverso da come quello che ero. Ci si costruisce sempre un personaggio e non per forza vuol dire che sia un male. I musicisti in generale, sono spesso e volentieri anche degli autori, quindi, possono creare un mondo di fantasia, un po’ pure fumettistico se vogliamo. Io, invece, ho scelto di parlare direttamente di me, ovviamente con tutte le sfumature che ne conseguono. Non è sempre facile, soprattutto per chi si rapporta inizialmente con la musica, anche se non è che uno vuole solo spensieratezza o altro. Ma alla fine, tutto questo, ha pagato perché le persone si riconoscono nella mia musica e questa, forse, è stata la cosa migliore che ho potuto fare.

3. A settembre è uscito il tuo nuovo album “Mezzanotte”, un album difficile e complesso, ma intimo ed emotivamente coinvolgente e questo lo si capisce già dal titolo. Perché “Mezzanotte”?

Come sento dal tuo accento sei Campana, ti ho subito sgamata. Ho scelto questo titolo perché, come sai, noi abbiamo questo modo di dire che più nera della mezzanotte non può venire. Se vogliamo guardare il bicchiere mezzo vuoto, vuol dire che non può andare più storto di così. Se vogliamo guardare in positivo, l’affermazione è che può solo andare meglio. “Mezzanotte” viene un po’ da questo giro di parole, un po’ perché in effetti vuole essere un auspicio. E poi anche perché è un disco che ha sonorità “nere” in generale: c’è il rap, c’è il soul, c’è il funk. Quindi è anche un modo per riassumere tutti questi generi.

4. “Mezzanotte” racconta la fine di una storia d’amore, di attacchi di panico e di depressione, eventi che hanno caratterizzato un periodo della tua vita. Quanto ti ha aiutato la musica ad uscirne e cosa consiglieresti ad un ragazzo che si trova in questa situazione?

La musica anche se non fai il musicista sicuramente ti aiuta e ti da una forza particolare. Ricordo una volta di aver letto una news secondo cui era vietato a chi gareggiava nelle competizione tipo la maratona, di indossare le cuffiette. Non si poteva ascoltare la musica perché può essere considerata come un dopante naturale che, in qualche maniera, ti fa tirare fuori delle energie e delle emozioni in più. Quindi è così, non ci si può far niente. Ascoltandola e facendola in studio è stata d’aiuto, qualcun’altro magari può sfogare in palestra o in un altro modo. Per me è stata terapeutica perché potevo sfogare la rabbia, ma anche riordinare i pensieri. Se dovessi dare un consiglio è questo: chi si trova in un momento difficile, deve trovare la maniera di parlarne. Che sia un amico, i genitori, un medico, non bisogna chiudersi. Questo è l’unico consiglio che do, perché nei momenti difficili è quello che si tende a fare. E agli amici di quelli che stanno in un momento difficile dico di non minimizzare, ma di ascoltare e di non dire semplicemente “Non ci pensare”. Perché a volte il problema è proprio quello di non riuscire a non pensarci.

5. In “Magia Nera” non ho potuto fare a meno di notare la frase “Il giorno in cui ho scoperto la normalità, fu una rivelazione a base chimica”. Cos’è per Ghemon la normalità e quanto è difficile essere “normali”?

Siamo inevitabilmente in un mondo in cui siamo costretti ad essere speciali. I social Network ti portano a quello, hanno alzato lo sbarramento della specialità, diciamo, perché tutte le foto devono essere perfette, raccontare di momenti belli, di vacanze, piene di hashtag che dicono “ci stiamo divertendo”. Quindi anche la semplice normalità di andare a fare la spesa diventa molto difficile. Che poi, non è così male la normalità, perché si apprezza la parte speciale ancora di più. Serve per non vivere perennemente nell’attesa di momenti speciali, anche perché non è detto che ci siano sempre, altrimenti non sarebbe più speciali ma diventerebbero tutti normali. E’ un po’ un gioco di parole, ma il senso è questo.

6. È da poco uscito il video di “Bellissimo”, altro brano estratto da “Mezzanotte”. Cosa è bellissimo per Ghemon?

Ah questa è una bella domanda, mi ci devi far pensare, non lo so. Bellissimo è farsi una serata a casa, cucinare e riposarsi. Il mio lavoro mi porta sempre in giro, in alberghi, lontano da casa, con dei ritmi un po’ pazzi. Effettivamente la normalità per me è la cosa più bella che c’è.

7. L’album si chiude con “Kintsugi”, scusa per il mio giapponese pessimo, una pratica giapponese molto particolare, chiara metafora della vita. Ce ne parleresti?

Il tuo giapponese è più che buono (risate!). “Kintsugi” è messo per ultimo perché concettualmente è proprio una chiusura di quello che è espresso nel disco. E’ l’arte che utilizzano alcuni artigiani giapponesi per incollare cose rotte, riempiendo le spaccature, invece che con la colla, con dei metalli preziosi. In questo modo, l’oggetto, una volta ricomposto, riprende la forma iniziale anche se non è più lo stesso. Anzi ha acquistato più valore grazie all’aggiunta di metalli preziosi. Come metafora di vita è bella ed è pure calzante per quello che mi riguarda, perché dai momenti brutti e dagli errori si può trarre assolutamente un insegnamento anzi si può crescere di valore come persone. Quindi, non sempre gli errori sono da considerasi negativi. Sta lì alla fine del disco perché sentivo che questo era quello che mi aveva insegnato un periodo del genere o meglio me l’auspicavo. Anche se non mi ricordo bene quando l’ho scritto, volevo, speravo, o meglio stavo comprendendo, che le cose difficili, anche se mi stavo facendo arrabbiare, lamentare, disperare, mi stavano insegnando qualcosa. Quindi ho pensato di chiudere così.

8. “Mezzanotte” esce dopo tre anni dal tuo ultimo lavoro “Orchidee”. Quanto è cambiato Ghemon in questo periodo?

Inevitabilmente molto e sotto un sacco di punti di vista. Ormai sono un adulto con un carattere abbastanza definito. C’è sempre il tempo per cambiare, succedono sempre delle cose che ti mettono in condizione di farlo, volente o nolente. Anche se tu la vuoi mettere giù un po’ più dura e dire “Io sono fatto così, sono di carattere” poi comunque arriva la vita a darti certe lezioni, positive o negative, e quindi cambi. Io di sicuro sono cambiato, per dei versi. Se chiedi in giro a quelli che mi conoscono, sicuramente molto peggiorato, ma in realtà credo di aver imparato un sacco di altre cose. Poi, ripeto, in ogni caso il lavoro che faccio mi porta in giro a vedere persone, posti, ad avere a che fare con cose che non avrei mai pensato di trovare davanti a me, incontrare persone di altre parti del mondo e confrontarmi con loro. Chissà, se avrei fatto le stesse esperienze se avessi avuto un’altra vita! Sono cambiato così e sicuramente, sia in negativo che in positivo mi sono arricchito umanamente.

9. In un’intervista a Radio Deejey, Tiziano Ferro ha dichiarato di essere affascinato dalla tua musica. Potrebbe mai nascere una collaborazione?

Si, certo perché no. Ne abbiamo anche privatamente discusso più di una volta. Siamo tutti e due impegnati, lui anche più di me. Sicuramente quando i tempi saranno maturi, è una cosa che succederà. Poi non bisogna nemmeno aspettarsi per forza che cantiamo un pezzo insieme, ma magari collaboriamo alla scrittura di un brano. Credo molto nell’importanza della musica e nella condivisione dei momenti. Che poi il pezzo sia solo di Tiziano Ferro, o solo mio, oppure che lo cantiamo tutte e due, non è importante. L’importate è fare una cosa bella.

10. A proposito di collaborazioni, il 9 febbraio ti vedremo sul palco dell’Ariston al fianco di Roy Paci e Diodato in occasione della serata dei duetti. Ti saresti mai aspettato di arrivare al Festival di Sanremo? Come stai vivendo quest’attesa?

No, quest’anno proprio no. La richiesta di Diodato e Roy Paci è avvenuta circa un paio di settimane fa, quindi la cosa è freschissima anche per me. Anzi, quando me l’hanno chiesto, in quel momento io ero in vacanza. Più sorpresa di così non ci poteva essere. Come la sto vivendo? Con gioia per l’opportunità, per la novità, proprio perché è stata una sorpresa, ma anche con la consapevolezza che dopo due settimane ricomincia il tour. Ho aperto un discorso con il disco e con il tour e per me è importantissimo continuarlo bene. Per una volta che mi ero concentrato su una cosa, è arrivata anche quest’altra…ma lo faccio con piacere. Rimango comunque molto concentrato sulle tante cose che devo fare. Diciamo che non è Sanremo l’unico pensiero che non mi fa dormire la notte!

11. Prossimamente, uscirà anche il tuo libro, “Io sono”, in cui racconti la tua storia ed il tuo periodo di depressione. Come è nata quest’idea e com’è stato approcciarsi al mondo della scrittura?

L’idea non è mia. E’ successo tutto un giorno. Stavo facendo una piccola discussione pubblica con l’autrice Violetta Bellocchio per un evento del Corriere della Sera che riguardava la scrittura e come noi ci approcciamo alla scrittura di cose molto personali, come stava succedendo per me nel disco, è successo, infatti, qualche mese prima dell’uscita dell’album. Una giovane editrice mi ha sentito parlare e mi ha chiesto se poteva interessarmi fare un libro. Inizialmente sono stato un pochino diffidente, perché mi chiedevo come fosse possibile che, dopo aver sentito parlare una persona per un’oretta, lei avesse capito che ero pronto per raccontare determinate cose. Invece no, la richiesta era seria e poi con l’HapperCollins è successo che il libro è stato scritto. Soprattutto mi hanno messo nelle condizione di farlo, dandomi solo gli argini in cui muovermi. Ho potuto scrivere da solo, cosa che ultimamente non è poi così scontata, considerando che spesso le autobiografie delle persone le scrivono gli altri. Io, invece, ho potuto fare tutto quello che mi andava, dire tutto quello che volevo comunicare. Devo dire la verità che, anche rispetto ai cliché, è stata una cosa lunga da fare, intensa anche perché parlo di fatti della mia vita, ma semplice da un altro punto di vista perché la scrittura forse è una delle cose più facile che mi viene da fare da quando sono bambino. Mi piace scrivere , quindi l’ho fatto con molto piacere.