Cinzia Bevilacqua rappresenta appieno gli interrogativi, i tormenti, le ansie da prestazione della nostra contemporaneità.
Nata a Brescia il 30 luglio 1963, dopo il diploma al Liceo Artistico “Vincenzo Foppa” si trasferisce a Firenze per completare il quinto anno integrativo presso il Liceo Artistico Firenze 1. L’anno seguente prosegue il proprio percorso formativo all’Accademia di Belle Arti San Marco, dove studia sotto la guida del maestro Goffredo Trovarelli, affiancato dal suo assistente Carmelo Puzzolo.
Lavora con un linguaggio figurativo, concentrandosi in modo quasi ossessivo sul colore. Nelle sue opere, il colore è l’elemento principale che costruisce le forme e crea un forte impatto emotivo.
La sua ricerca è finalizzata a trasmettere emozioni sincere, con l’obiettivo dichiarato di “far battere il cuore” di chi osserva. Solo di qualche mese fa la sua mostra romana di grande successo sul tema dell’Identità ed il mito moderno di Narciso, in coppia con Ferdinando Fedele, dal titolo “Io sono Tu sei”, alla Galleria La Pigna, con la curatela del Prof. Claudio Strinati e la co-curatela della D.ssa Valentina Pedrali. Una carriera brillante, con maestri di grande spessore, come Goffredo Trovarelli e Pietro Annigoni. Entrambi allievi di Felice Carena, le hanno offerto consigli diversi ma complementari. Trovarelli, in particolare, è stato il suo maestro in Accademia, e lo ha frequentato anche dopo. Le ha mostrato la complessità e la serietà del mestiere, guidandola verso una ricerca interiore più consapevole e trasmettendole solide conoscenze tecniche.
L’influenza di maestri così importanti è presente soprattutto nel metodo rigoroso che le hanno insegnato: affrontare qualsiasi soggetto – una mela o un ritratto – con la stessa serietà, attenzione e rispetto.
La critica le riconosce che il suo acuto sguardo introspettivo e il modo di restituire ciò che vede attraverso la sua sensibilità siano la parte più autentica e personale del suo lavoro. La tecnica prediletta di questa eccellenza del nostro Paese è sicuramente la pittura ad olio, che definisce “tecnica regina”.
Noi di Social Up abbiamo avuto il piacere di intervistarla.

Nei suoi ritratti emerge una forte componente psicologica. Come riesce a superare la mera somiglianza esteriore per raggiungere quella “verità interiore” che caratterizza i suoi soggetti?
Quando affronto un ritratto non posso limitarmi a copiare una fotografia. Ho bisogno di conoscere il soggetto, di parlarci, di comprenderne il carattere, le passioni, e anche come desidera essere rappresentato. L’obiettivo è andare oltre l’apparenza, coglierne il sentire. Lo sguardo è per me fondamentale: in quel guizzo di luce cerco di catturare qualcosa del pensiero della persona, pur sapendo che posso avvicinarmi solo a ciò che decide di mostrarmi. In questo processo la mia personalità si intreccia inevitabilmente con quella del soggetto, e forse è proprio da questa fusione che nasce la dimensione psicologica dei miei ritratti.
La sua mostra romana “Io sono tu sei” di qualche mese fa, in coppia con Ferdinando Fedele, ha indagato il tema dell’identità. Cosa significa per lei oggi “identità”, e in che modo l’arte può aiutarci a comprendere o ridefinire noi stessi attraverso l’altro?
Per me l’identità è l’insieme di caratteristiche che rendono unica una persona.
L’arte ha la capacità di andare oltre la superficie delle cose. Nel tentativo di cogliere l’altro, inevitabilmente mi ritrovo a conoscermi meglio anch’io: la mia personalità si intreccia con quella che cerco di rappresentare. In questo dialogo continuo fra me e l’altro scopro sempre qualcosa di nuovo, su di me e sulla natura umana.
Guardando i suoi primi lavori e confrontandoli con quelli più recenti, quali sono le principali trasformazioni nel suo modo di concepire la luce, il colore e la composizione?
Ogni dipinto contiene qualcosa di me, ma nel tempo il mio linguaggio è cambiato. Le esperienze vissute, i libri letti, i musei e le mostre visitate, e soprattutto la pratica costante mi hanno resa più consapevole nell’osservazione. Non seguo mai una regola fissa: a volte sento il bisogno di esplorare ogni minimo dettaglio, altre volte mi lascio andare a una pennellata rapida e sintetica. Anche la composizione può essere equilibrata o volutamente sbilanciata. La luce e il colore cambiano con ciò che vivo: possono essere intensi o delicati, a seconda del momento e del sentimento che desidero rappresentare. 
La critica parla spesso della sua “sensibilità introspettiva”. Pensa che la pittura sia anche una forma di autoanalisi o di dialogo con la propria interiorità?
Per me la pittura è innanzitutto gioia, ma è anche un dialogo costante con la mia interiorità. Non la considero una vera e propria autoanalisi, ma certamente un modo profondo per ascoltarmi, per esprimere ciò che non saprei dire a parole.
Molti dei suoi soggetti, specie nei ritratti, sembrano sospesi in un tempo senza età. Qual è, per lei, il rapporto tra pittura e memoria?
Trovo significativa una riflessione di Vittorio Sgarbi sulle mele, quando le dipingo nella tela: ha sostenuto che, pur essendo naturalissime, non sono la natura, bensì la sua idealizzazione, e che in questo risiede la loro forza poetica. In quelle parole riconosco il mio rapporto con la memoria: ciò che dipingo non è semplicemente ciò che vedo, ma ciò che ricordo, ciò che trattengo e trasformo. La memoria diventa un filtro attraverso cui la realtà viene restituita in un tempo sospeso, che non è quello dell’oggetto ma del mio sguardo interiore.

In un’epoca dominata da immagini digitali e intelligenza artificiale, quale pensa sia oggi la responsabilità e la funzione di un pittore figurativo?
L’avvento della fotografia ha creato all’origine sicuramente smarrimento nei pittori, ma chi ha continuato a dipingere non ne ha avuto paura. Oggi accade lo stesso con l’intelligenza artificiale, è uno strumento potente e non possiamo ignorarlo, ma la mano del pittore resta insostituibile: nasce dalle emozioni, dal cuore, dalla mente. Una poesia di Leopardi scritta con una calligrafia imperfetta resta una poesia; un testo privo di significato, scritto in modo impeccabile, non suscita alcuna emozione. Allo stesso modo, un’immagine perfetta generata dall’AI non può sostituire la verità emotiva del gesto pittorico.





