India e Cina: sviluppo (non) sostenibile?

In #Instaworld, #Reportage, SOCIALE by Andrea ColoreLeave a Comment

La globalizzazione, ovvero quel processo che sta rendendo il nostro pianeta un piccolo “villaggio globale”, è un fenomeno che ci ha investito all’improvviso come un fiume in piena, al quale, forse, non abbiamo provveduto con i debiti ripari. Nel corso dell’ultimo secolo, la corsa agli armamenti si è trasformata in una corsa all’avanguardia tecnologica. Di certo, lo sviluppo economico dei paesi industrializzati ha prodotto il fior fiore della comodità e della tecnologia: nuovi smartphone, PC, tablet e televisori al plasma.

Ormai anche quelle che si pensava fossero le “società chiuse” del mondo islamico o cinese hanno sfondato le porte della modernità, lasciandosi alle spalle sempre di più l’arretratezza: è ormai sempre più frequente che gente vestita con burqa o sari abbia fra le mani un Samsung. Da Tokyo a New York – sembra di sentire la canzone tormentone di Baby K, ma è effettivamente così – la tecnologia è riuscita ad investire ogni aspetto del reale: quello che era semplicemente accessorio è diventato ormai necessario per tutti.

Dagli esordi con la televisione – quando ce ne era una in un solo condominio e si andava a vedere dagli unici vicini del palazzo la RAI – fino ad oggi in cui ce ne è una per stanza; dal telefono pubblico che sembra ormai una vera e propria leggenda, ai telefoni cellulari, magari uno per ogni tasca dei nostri pantaloni. Insomma: ogni aspetto della nostra vita quotidiana negli ultimi 60 anni è stato stravolto da questa ondata di novità. Un diffuso benessere è stato di certo garantito dalle continue interazioni con gli stati esteri che per primi hanno percepito l’esigenza di modernizzare il proprio stile di vita. Il fenomeno della globalizzazione è diventato così diffuso e importante per la società contemporanea che è diventato addirittura oggetto di studio della geografia delle reti, una branca della geografia specializzata nello studio delle connessioni fra i diversi stati del mondo.

Questa “fantomatica tratta aerea Tokyo-NY” può in realtà rivelare delle sorprese perché ogni singolo Paese non si è sviluppato allo stesso modo. Senza esaminare i singoli casi di povertà o di deficit economici, diffusi fra l’altro anche nei paesi che millantano di essere i “cuori pulsanti dell’economia” (poveri senzatetto si possono trovare agli incroci di Milano come di Berlino), sarebbe il caso di capire quale sia il tenore di vita in una fase, per così dire, intermedia fra sviluppo e arretratezza: i “paesi in via di sviluppo” sono i veri protagonisti di questo nuovo capitolo di storia.

Ma cosa sono i paesi in via di sviluppo? Non ci vogliono di certo i libri di geografia per capire cosa questo significhi, eppure la reale condizione di questi paesi viene spesso ignorata. Molti pensano che siano dei veri e propri cavalli rampanti dell’economia; per l’Occidente sono paesi ancora poveri che le statistiche descrivono come i più popolosi del mondo (la Cina con almeno 1.3 miliardi di abitanti e l’India, che nel 2015 ne contava più di 1.2 miliardi). A fronte di ciò, la sola Europa, secondo le stime del 2014, conta poco più di 700 milioni di abitanti, mentre che le intere Americhe – dal Canada all’Argentina – contano appena 900 milioni (stima 2011) in confronto alla popolazione asiatica. L’economia è emergente, questo è evidente: la teoria dell’economista Rostow sostiene che paesi come India e Cina siano in una fase dello sviluppo che i paesi industrializzati come Giappone, USA ed Europa hanno oltrepassato da un po’. Secondo la teoria (forse sorpassata) degli stadi di Rostow, ogni stato, prima o poi, nell’ascesa allo sviluppo, deve oltrepassare alcune determinate fasi. Tuttavia, l’economia dei paesi in via di sviluppo non sembra configurarsi come quella che hanno affrontato i paesi occidentali. E’ vero che ci sono centri direzionali importanti come Shanghai o centri cinematografici come Bollywood, ma sul fronte inquinamento e sul fronte sovrappopolazione questi paesi hanno raggiunto livelli da record, mai raggiunti in Europa nella Storia. Per capire la reale condizione in cui versano questi paesi è necessario fare un passo indietro e accennare a cosa si intenda per sviluppo e per sviluppo sostenibile.

Fu nel 1972, in una conferenza ONU a Stoccolma, che si parlò per la prima volta di sviluppo sostenibile: uno sviluppo mirato ad una crescita sociale, ecologica e atta a preservare gli ecosistemi. Il seme dello sviluppo sostenibile è stato coltivato dalla commissione Brundtland nel 1978 che ha stilato un rapporto omonimo meglio conosciuto come “Our common future“, ovvero “Il nostro futuro comune“. Fondamentale tappa per l’elaborazione dello sviluppo sostenibile è stata la conferenza di Rio nel 1992 che ha dato origine all’Agenda 21, una sorta di lista di cose da fare nel secolo XXI. Risale invece al ’97 il famoso protocollo di Kyoto, finalizzato a trovare un rimedio contro il riscaldamento globale e le emissioni inquinanti.

Equità sociale, economia sostenibile e tutela dell’ambiente e delle risorse sono i pilastri fondamentali su cui si basa il concetto di sviluppo sostenibile: è importante che le generazioni provvedano a mantenere l’ambiente più sano e pulito anche per quelle future. A dire la verità, questo percorso non fu – si potrebbe azzardare a parlare al presente anziché al passato – affatto roseo: il primo grande ostacolo fu proprio il protocollo di Kyoto che prevedeva la riduzione, fino alla scadenza del protocollo, non inferiore al 5% delle emissioni tossiche rispetto agli anni Novanta. L’accordo non venne firmato da USA e Russia che, guarda caso, producevano larga parte delle emissioni tossiche sul pianeta: in altre parole, la loro economia era basato su quello, industrie pesanti, meccaniche e informatiche, ovvero inquinanti.

Non solo, il travaglio del protocollo non si è mica concluso qui: India e Cina si rifiutarono di aderire alle disposizioni del protocollo perché erano paesi emergenti e questo avrebbe potuto ridurre i profitti della propria economia: insomma, si giustificarono semplicemente con un “non firmiamo perché non abbiamo mai inquinato prima d’ora”.

Il fatto dunque è questo: come si può definire sviluppo quello che vi stiamo mostrando nelle immagini? Le fotografie di questo articolo raffigurano paesaggi indiani oltre ogni soglia accettabile di degrado. E’ quasi paradossale che accanto all’industria cinematografica di Mumbai e alle bellezze del Taj Mahal, l’ambiente sia circondato da smog e rifiuti di vario genere, oltre che da una noncuranza di igiene che schizza alle stelle!

Si può dunque sospettare che il binomio crescita-sviluppo non sia così scontato. Serge Latouche è stato uno dei primi a sostenere che l’idea di sviluppo sostenibile rechi in sé l’idea di profitto. Sostenitore dei concetti di occidentalizzazione e di decrescita, Latouche è stato portavoce dell’idea secondo la quale lo sviluppo non è sinonimo di benessere economico. Perciò, tale concetto non è così differente dalla comune idea di “sviluppo” a cui siamo abituati. Industrie meccaniche e pannelli solari, per Latouche, sono, in pratica, la stessa cosa: sistemi di merchandising che spingono le persone a spendere, spendere, spendere per migliorare il proprio tenore di vita. Inoltre, bisogna tenere presente il fatto che le variabili in gioco sono molteplici e sicuramente imprevedibili: non è detto che un paese più sviluppato inquini meno di uno del Terzo Mondo. Anzi spesso e volentieri capita proprio l’opposto!

Non sarebbe, quindi, necessario “inventare” qualcosa di nuovo come lo sviluppo sostenibile, ma secondo Latouche bisognerebbe semplicemente cambiare la mentalità. Questa “biforcazione” (ovvero lo sviluppo di esiti imprevedibili in un ecosistema) analizzata da Latouche gli ha permesso di formulare il programma delle 8-R (Rilocalizzare, Riciclare, Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Riusare e, soprattutto, Ridurre) su cui basare il nuovo modo di pensare. Un modo di pensare che va oltre il profitto, quello che potrebbe essere, secondo l’economista e filosofo francese, la vera “sostenibilità”.

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