Il colpevole: ottimo thriller danese sul giudizio implacabile della coscienza

In SPETTACOLO by Francesco BelliaLeave a Comment

Acclamato dalla critica Il Colpevole del danese Gustav Moller è indubbiamente un thriller psicologico originale e solido, che riesce in un’operazione davvero complicata e sperimentale: quella di costruire una storia colma di tensione e di pathos, facendo affidamento più sul sonoro che sull’immagine.

La sceneggiatura compatta, schietta, senza fronzoli e una regia altrettanto incisiva, quasi lapidaria nell’inquadrare-inchiodare il protagonista alle sue responsabilità, ai suoi limiti, alle sue colpe, invischiandolo sempre più in una vicenda drammatica, inizialmente a lui estranea, che finisce per diventargli terribilmente vicina, permettono a questo film di annoverarsi tra le uscite più interessanti del 2019.

Il film racconta di un poliziotto Asger Holm , interpretato da un eccelso Jakob Cerdergren, il quale, dopo essere stato indagato per un evento grave, accaduto mentre era in servizio, in attesa dell’accertamento della sua responsabilità nella vicenda, viene sottoposto a demansionamento e assegnato al centralino di emergenza della polizia.

Uomo d’azione, dalla personalità forte, orgogliosa e irruenta, il poliziotto non accetta facilmente questa degradazione. Stare al centralino gli sembra una perdita di tempo e, teso come la corda di un violino, per la convocazione in giudizio che lo aspetta il giorno dopo, è facilmente irascibile e incline a perdere la pazienza, con i colleghi e con tutti coloro che, bisognosi d’assistenza, chiamano al numero di emergenza. Il suo tono è scostante, superbo, indagatorio, quasi giudicante nei confronti delle persone, molte delle quali, a suo modo di vedere, chiamano inutilmente la centrale, quando potrebbero sbrigarsela da soli. Sembra quasi volerli far sentire colpevoli di superficialità e mancanza di carattere.

Tuttavia, una di queste chiamate è diversa dalle altre: una donna sostiene di essere stata sequestrata da un uomo, presumibilmente il marito, e di aver lasciato dei bambini piccoli da soli a casa. Lo spirito da poliziotto di Asger si risveglia. Darà tutto se stesso per risolvere il caso, ma lo farà a suo modo, infrangendo praticamente tutte le regole della sua temporanea professione di centralinista. Andrà oltre il consentito, ancora una volta superando il limite, forte di un bisogno personale di garantire giustizia a tutti i costi, ma anche perchè oppresso da demoni interiori corrosivi, difficili da placare. 

Sono numerosi i colpi di scena di questo thriller dialogato, che non rappresenta visivamente la violenza, ma la lascia intuire con forza e impatto attraverso il sonoro: i dialoghi con un centralinista represso e ribelle, che ha a sua volta molti dilemmi interiori da sciogliere. Nulla è come sembra e Asger lo imparerà a sue spese. Davvero strepitosa l’interpretazione di Jakob Cerdergren, perno di tutto il film. La pellicola “Il colpevole“, infatti, è girata sostanzialmente in due stanze (altro elemento geniale del film), in cui opera il poliziotto e tutta la tensione emotiva è affidata alle espressioni e ai gesti dell’attore protagonista, il quale mostra uno spettro e una gamma di emozioni davvero ampli, perché riesce a modulare sfumature intermedie tra impassibilità, trasporto, rabbia, dolore, immedesimazione e sofferenza, che solo un grande attore è in grado di portare con tanta disinvoltura sullo schermo.Immagine correlata

Come si diceva non vi sono esterni. Solo due stanze, che potrebbero essere anche metafora dell’anticamera della coscienza, quella del protagonista, che volontariamente, anche quando potrebbe mollare tutto ed andarsene, perché è finito il suo turno, si trincera in ufficio pur di giungere ad una soluzione. Le sue attese tra una chiamata ed un altra, i suoi scatti d’ira, la sua impotenza per le chiamate perdute o per l’impossibilità di fare qualcosa di attivo, sono riprese magistralmente dal regista danese che usa la macchina da presa come un “martello” impietoso e fisso, volto a scandagliare le angosce del protagonista, a volte con piani sequenza, in cui il movimento della macchina da presa è ridotto all’osso.

Si potrebbe dire che Il Colpevole sia un film dall’impianto teatrale, ma in realtà, questa pellicola è ben più complessa di così: la dimensione sonora del film, infatti, così come il montaggio sonoro delle telefonate che lo spettatore associa non ad immagini ambientate all’ esterno del centralino, ma esclusivamente alle reazioni del protagonista che riceve le segnalazioni di aiuto, lo rendono un prodotto con spiccate caratteristiche cinematografiche. Affidare tutto questo peso non ai dialoghi tra due personaggi sulla scena, né a un monologo, ma ad un dialogo telefonico, in cui tutta la vicenda è lasciata per lo più all’immaginazione dello spettatore, è un’operazione originale e rischiosa, che non trova spesso applicazione al cinema.

Tra i film che operano queste scelte si può citare il recente “Locke” di Steven Knigh, film interamente girato in un’auto, che è dato praticamente da un susseguirsi di telefonate tra il protagonista e altre persone, una sorta di road movie telefonico. Andando più indietro “La Conversazione” di Coppola in cui l’intercettazione telefonica diventa un’ossessione per il protagonista, al punto che egli non vive di altro se non delle vite altrui, che non può vedere, ma per gran parte immagina proprio mediante l’intercettazione muta delle loro vicende, nelle quali sente il bisogno irrefrenabile di interferire; o ancora nelle Vite degli altri, anche se in questo film abbiamo molteplici scene in esterno che riprendono i protagonisti intercettati. Sono tutti esempi di pellicole che hanno puntato molto sul recupero del sonoro nel cinema: un’operazione inversa rispetto ai film muti contemporanei (es. The Artist), che invece enfatizzano l’immagine piuttosto che il suono.

Tra questi però “Il colpevole” brilla indubbiamente di luce propria per il ritmo serrato che riesce a mantenere; ma anche per le riflessioni inquietanti che pone allo spettatore: chi è veramente il colpevole? Nel momento in cui interferiamo nei rapporti con coloro che ci circondano possiamo dire di essere innocenti per le loro condotte o per le nostre? O forse le vicende di chi ci circonda dipendono anche dal nostro comportamento, così come le nostre dipendono dal loro? Risultati immagini per il colpevole film danese

Metaforicamente, come si diceva, il Centralino diventa il mormorio della coscienza di ognuno di noi e gli scatti d’ira del protagonista rappresentano l’impotenza di ognuno di noi nel cambiare non solo le vite degli altri, ma spesso la nostra. Se agiamo possiamo causare danni a noi stessi e agli altri, ma se non agiamo il senso di colpa ci divorerebbe comunque per il non aver agito. E’ in questo apparente limbo (il centralino) che si trova il protagonista del film, il quale osa, agisce, sbaglia, ma, infine, si assume la responsabilità delle proprie azioni, venendo in qualche modo assolto dal giudizio degli altri e anche dalla propria coscienza, che viene liberata da costringimenti, menzogne e omissioni, prendendo consapevolezza del bene e del male che si agitano dentro di lui. Dopo tanti passaggi all’atto egli riflette veramente su stesso.

Più di ogni altra cosa il film rende bene il senso di colpa e come la sua ombra sussurrante e giudicante possa annidarsi in ognuno di noi. Geniale il fatto che questo elemento del senso di colpa, sebbene centrale nel film, sia svelato a poco a poco dall’intelligente sceneggiatura, che gioca sul non detto e affida alle forti emozioni delle persone che chiamano il centralino la rappresentazione di ciò che il protagonista in realtà prova, sfruttando la parola come mezzo rivelatore, ma anche di fraintendimento e menzogna. L’inconscio del protagonista, poco incline alla riflessione, viene a galla tramite le conversazioni telefoniche con altre persone, inchiodandolo dinnanzi a se stesso, cosa di cui egli in realtà aveva estremamente bisogno.

Come si evince la pellicola è d’impatto ed è dotata di una profondità notevole. E’ anche una lezione di cinema: di come in due stanze, con forti idee e un’interprete all’altezza si possa fare un gran film.