I modi in cui la mafia attenta alla libertà di stampa

Il 3 maggio si è tenuta la giornata mondiale della libertà di stampa, con sede in Ghana per questo 2018. A pochi giorni da questo evento, ed in prossimità dell’anniversario della morte di Peppino Impastato, non possiamo non pensare alla situazione del nostro Paese: l’Italia si trova alla posizione 52 nella classifica mondiale per la libertà di stampa. Risultato inconsueto per quello che dovrebbe essere un Paese democratico. Ad abbassare notevolmente la posizione del nostro Paese, le continue minacce e censure cui sono sottoposti i giornalisti.  Solo nel 2018 ben 76 professionisti sono stati minacciati o hanno subito diffamazione dalle associazioni mafiose. Nel 2017 sono stati 423. I dati sono preoccupanti, considerando che nel 2006 erano stati “solo” 60. La regione più colpita è il Lazio, con 721 minacciati dal 2006, seguita dalla Campania e dalla Lombardia. La maggior parte delle intimidazioni consiste in denunce e azioni legali, ma non mancano i danneggiamenti e, soprattutto, le aggressioni fisiche. In primis ci sono le querele per diffamazione, gli abusi del diritto da parte di figure politiche e giuridiche, aggressioni lievi, discriminazioni. Per quanto riguarda i “campi” di minaccia, il più bersagliato sembra essere ancora quello della carta stampata, con 734 intimidazioni, mentre il web ne ha subite 356.

LE MINACCE DI OGGI

Mentre anni fa le minacce e i danni subiti dai giornalisti erano prevalentemente “fisici”, con gravi aggressioni, esplosioni e uccisioni, ora sono più subdoli ma non per questo meno pericolosi. Il giornalista di oggi si trova a essere licenziato dai suoi pari, denunciato da figure giuridiche di alto livello, offeso da minacce che si travestono da “buoni consigli”.

Esempio eclatante di questo nuovo modo di ostacolare il giornalismo è il caso di Goodbye Telecom. Il libro di Maurizio Matteo Dècima, del novembre 2013, è un abile reportage che si sofferma sulle male gestioni e sugli abusi finanziari commessi dalla nota azienda italiana, nonché sui segreti delle sue privatizzazioni. Il saggio è stato però tolto dal commercio pochi mesi dopo la sua pubblicazione per mano di Marco Tronchetti Provera, dirigente di Telecom, che si è dichiarato diffamato per come le sue azioni nell’azienda sono state descritte.

Altro esempio è Sigfrido Ranucci, giornalista di Rai Report (probabilmente la trasmissione televisiva più bersagliata), denunciato dal sindaco di Verona Flavio Tosi per diffamazione. Un collega di Ranucci, Alberto Nerazzini, anche lui giornalista per Report, ha subito un furto in casa nel quale gli sono stati sequestrati i materiali per un’inchiesta su vicende di mafia alla quale stava lavorando.

La direttrice del giornale on-line pugliese “Il tacco d’Italia”, Marilù Mastrogiovanni, ha subito decine di querele e di denunce per risarcimento danni e furti dei materiali di archivio. La sua famiglia è stata minacciata. Come se non bastasse, la sua redazione ha subito un attacco informatico che non le ha permesso di pubblicare nulla per un intero mese. Episodi verificatisi in seguito alla pubblicazione di articoli che collegavano attività di imprenditori locali alle organizzazioni criminali della Sacra Corona Unita. La giornalista ha tuttavia portato avanti altre inchieste molto importanti, come quella dei rapporti tra la gestione lucrosa dello smaltimento dei rifiuti in Puglia e varie società italiane che si occupano della medesima cosa.

LE PROPOSTE PER DIFENDERE LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

Nonostante il panorama della libertà di espressione non sembri roseo, sono state portate avanti proposte e iniziative per aiutare i giornalisti minacciati dalla mafia. Baluardo della difesa del mondo giornalistico è Osservatorio Ossigeno, associazione Onlus che dal 2007 riporta i dati sui giornalisti italiani vittime di intimidazioni, battendosi affinché essi ottengano un’adeguata protezione. L’associazione ha anche pubblicato un libro che aiuta a riconoscere le pressioni e le minacce più nascoste:  Le nuove lenti contro la censura. Il “Metodo Ossigeno” che in Italia ha svelato oltre duemila intimidazioni invisibili a occhio nudo. Ulteriori provvedimenti sono stati presi in Sicilia dopo la proposta di Claudio Fava, figlio di Peppino Fava, giornalista ucciso dalla mafia nel 1984: 200mila euro saranno stanziati per tutti i cronisti vittime di minacce. Altre proposte sono state avanzate: creare una solida rete tra le varie testate giornalistiche, mettendo da parte le gelosie, per renderle più forti e più solide alle minacce; una maggiore trasparenza della Commissione Parlamentare Antimafia per informare al meglio i cittadini; rendere libero l’accesso a tutti i dati e a tutti gli archivi.



Monica Valentini