Hater, i superflui guerrieri della rete: chi sono davvero?

Roberta Latorre

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Gli hater, letteralmente “quelli che odiano”, sono tutti coloro che, appellandosi alla sacrosanta libertà di opinione, diffondono nei principali social network commenti carichi di rabbia e disprezzo, relativi a praticamente tutto ciò che accade nel mondo.

Il documentario, dal titolo “The Internet Warriors”, è stato realizzato dal giornalista norvegese Kyrre Lien e pubblicato dal Guardian nel marzo 2017. Esso mette in luce proprio questo fenomeno di portata globale di cui possiamo osservare gli effetti in prima persona ogni singolo giorno.

Il documentario è interamente disponibile su YouTube:

Kyrre Lien ha preso in considerazione soprattutto notizie che trattano tematiche importanti come l’immigrazione. Dopo aver contattato gli autori di alcuni commenti particolarmente aggressivi, ha chiesto loro di incontrarli e di ricevere spiegazioni riguardo le loro opinioni, senza esprimere nessun tipo di giudizio a riguardo. Come Lien sottolinea, si tratta di persone che conducono vite normalissime. Da quello che si vede infatti, sembrano essere tutti apparentemente felici: hanno lavori ben retribuiti, case grandi ed accoglienti, famiglie numerose. A questo punto la domanda sorge spontanea: per quale motivo queste persone decidono di accantonare ogni residuo di civiltà che possiedono per avviare una comunicazione basata sull’aspetto meno costruttivo in assoluto, ovvero la violenza verbale?

Mettendo da parte la politica, territorio in cui è abbastanza frequente imbattersi in opinioni contrastanti, sembra che gli haters abbiano ormai il predominio di tutto il mondo virtuale. Non c’è discussione o notizia che ne sia immune.

Dagli insulti spesso non giustificati al genere femminile e agli omosessuali alle invocazioni a Hitler il passo è spaventosamente breve. Paura del diverso? Timore nei confronti del cambiamento? Sembra fin troppo semplice darsi queste risposte.

Gli hater sono dei veri e propri bulli della rete: approfittano dello schermo che fa loro da scudo per diffondere opinioni e pensieri che altrimenti, nel mondo reale abitato da persone vere, verrebbero immediatamente censurati, se non addirittura condannati. Non hanno paura di niente, né di eventuali ripercussioni, né tanto meno di sembrare fuori luogo agli occhi degli altri, tant’è che da alcuni anni hanno messo da parte anche l’opzione dell’anonimato.

La cosa che però spaventa ancora di più è che gli haters non hanno letteralmente alcun limite: l’atteggiamento di disprezzo costante che nutrono nei confronti del mondo intero porta loro ad augurare la morte o le peggiori sciagure a persone che nella maggior parte dei casi non sono colpevoli di niente.

I profili di alcuni personaggi dello spettacolo (basti pensare a quello di Selvaggia Lucarelli, tra i casi più famosi del web) sono pieni di commenti che sembrano un vero e proprio monumento al sessismo e alla violenza. Esistono pagine e pagine nate sotto la bandiera della derisione, del disprezzo e dell’odio non tanto velato (difficile dire a questo punto se ad avere la meglio siano le mammine pancine o le loro violenti oppositrici), ed esistono migliaia di persone che sotto i nostri occhi inquinano il mondo del web in modo assolutamente sprovveduto, gran parte delle volte senza che ce ne sia realmente bisogno, e in alcuni casi con conseguenze tragiche.

Dimostrare il proprio disaccordo, esplicitarlo attraverso l’uso della scrittura e in secondo luogo diffonderlo attraverso la rete è un atto di responsabilità: determina il nostro modo di approcciarci gli uni con gli altri, la nostra capacità di affrontare insieme difficoltà comuni o lottare insieme per le stesse giuste motivazioni. Farlo in modo responsabile serve a dimostrare quanto il rispetto sia importante per lo sviluppo di una società sana e innocua, a patto che sia rispetto per tutti: per le donne, per gli omosessuali, per i vip, per le istituzioni, persino per le mammine pancine.

Dare uno sfondo cupo e rabbioso al mondo che ci scorre ogni giorno tra le mani può portare a un condizionamento inconsapevole delle nostre vite.

A questo punto un piccolo appello conclusivo: la prossima volta che non siete d’accordo con qualcuno scrivetelo pure, commentate, disegnate, fate un murales (sul muro di casa vostra però, per carità!), affittate un aeroplanino con tanto di striscione pubblicitario, ma siate bravi, fatelo con le parole giuste.